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I Carrierini dei Piccoli

collageAnna Lombroso per il Simplicissimus

Ammettiamolo, l’azzimato giovanotto ha dimostrato un talentaccio da politicante navigato con il suo irato attacco ai giornaloni,  in mano al capitale finanziario, o direttamente o attraverso il ricatto della pubblicità,  e all’augusta corporazione che non vuole ammettere di essere cornuta e mazziata: vedi mai che qualche palafreniere aspirante a fare da scorta al carro dei vincitori gli tributasse riconoscimenti e segni di stima e ammirazione! Lo sa bene lui come lo sa l’altro partito/movimento occupante militarmente la coalizione, che un grande contributo al loro successo è derivato e deriva proprio dall’ostilità dell’informazione ufficiale, che, nel peggiore di casi, ha trattato quelle che considerava effimere meteore, come fenomeni da baraccone, da trattare col sussiego che si riserva a incidenti imprevedibili e passeggeri ma che suscitano momentaneo entusiasmo nella marmaglia come la donna barbuta o la gallina con due teste, o, meglio, come segnali delle possibili aberrazioni postdemocratiche degne di attenzione sociologica in vista di criteri elettorali più selettivi e maturi.

Ha avuto ragione, se populismo deve essere, populismo sia!

E l’effetto di quella che è stata considerata una imprudente quanto maleducata esternazione è certamente quello di riconquistarsi un po’ di consenso da parte della vasta platea che da tempo ha abbandonato la pratica della preghiera laica del mattino, e che da un bel po’ ha smesso di accreditare un’opinione con la rassicurazione:  l’ho letto sul giornale o l’ha detto la tv. Ma un bel po’ di avvelenate reprimende da parte invece di chi, addetti ai lavori in testa, ha cancellato tutti gli affronti e gli oltraggi del passato anche recente, preferendo una censura più soffice e raffinata, specialmente se in cambio di equilibrati silenzi, di entusiastici quanto poco dignitosi encomi veniva salvata la pagnotta grazie a aiuti di stato, promosso l’ultimo libro in tv, assunto il rampollo in altra testata. E soprattutto se si rimuoveva pudicamente la causa di insuccessi e fallimenti, colpa, si sa, della plebe ignorante e incolta che preferisce Chi alle omologhe e pruriginose trascrizioni delle intercettazioni di Repubblica, che quando legge l’invettiva contro le empie fake news è incline ad annoverare tra le bugie e le falsità anche il milione di posti di lavoro, il rilancio dell’occupazione tramite Jobs Act, il prestigio riguadagnato con la fiera mondiale della salsiccia, la ricostruzione nel Centro Italia, l’apocalisse probabile di un improvvido scioglimento dell’Unione, la necessità di restringere le libertà per via del terrorismo islamico in barba all’incistamento di terroristi fascisti o jihadisti, finti o veri, il gas nervino e le vittime del perfido Assad, il doveroso colonialismo solidale in Libia e la partecipazione a guerre umanitarie quanto indispensabili alla manutenzione della civiltà superiore, le banche da salvare per tutelare i risparmiatori e beneficare i manager, i babbi avventati e le figlie affettuose, e, Di Maio sarà meglio che stia attento, la vittoria sulla povertà.

Non stupisce la faccia di tolla della corporazione, in testa i delatori delle caste esclusa la loro, che hanno lanciato il loro anatema da intoccabili sorpresi –  come è successo con le crisi, le epidemie senza vaccini, le alluvioni imprevedibili, i morti di terremoto nelle scuole restaurate, gli esodi epocali, e pure che si configurasse un voto ribelle e cafone nei confronti dell’establishment – che  qualcuno abbia osato levarsi contro di loro, contro, con qualche rara eccezione, i passacarte di veline somministrate dagli attori della contesa per bande, contro le carriere dinastiche tramandate per li rami a beneficio delle fucine privilegiate dei master prestigiosi per rampolli senza vocazione, contro la riduzione in schiavitù precaria di potenziali talenti, contro la pubblicazione oculata e selezionata di quello che gli arcana imperii vogliono rendere noto in cambio dell’ammissione alle loro stanze e  contro l’ingenerosa omissione di colpe e misfatti perfino in odor di amianto di un padronato impuro di settore che fa dell’editoria un brand finalizzato alla manipolazione, alla propaganda commerciale e ai consigli per gli acquisti.

Perché si, ci sono delle eccezioni, certamente. Ma non stupisce la plebiscitaria  alzata di scudi in difesa delle prerogative in sostituzione della responsabilità: basta pensare che, ai tempi del paventato bavaglio, oggi sottoposto a  ragionevole revisionismo: nemmeno Berlusconi arrivò a tanto, lo slogan di Piazza del Popolo, certamente più affollata che in giorni recenti, rivendicava per i giornalisti “Il diritto di informare”. Proprio così, non “il dovere di informare”.  Anche quella una fake news, che quel diritto se lo tengono stretto e le proprietà non hanno bisogno di mostrare i denti, se  gli attentati a sono stati perlopiù endogeni, frutto di autocensura e abitudine al giogo del ricatto, dell’intimidazione economica e professionale, come hanno dovuto imparato i ragazzi che cercano di avvicinarsi alla professione non provenendo da sacri lombi e da autorevoli dinastie, pagati pochi euro a pezzo come pony delle notizie, imbrogliati dall’illusione che si tratti di un percorso formativo proprio come i volontari all’Expo e a Eataly, cui viene insegnato che senza protezione assicurativa è meglio apprendere l’arte dell’omissione.

Sono insorte, per il danno alla loro reputazione, tutte le firme eccellenti, comprese quelle in flagranza di reato di piaggeria che si prestano ancora all’omaggio a Renzi, all’intervista birichina all’ex forosetta istituzionale, al recupero di solenni marpioni in veste di illuminati  saggi si chiamino Monti e Fornero, al resoconto in veste di fanciullini smaniosi di conoscenza delle previsioni ardite di osservatori sulla crisi del ’29. E anche  quelli, in elegante contrasto  con i “giornalisti da vomito” come Santoro definì i candidati dell’allora opposizione, che vanno sui luoghi del sisma purché al seguito delle madonne in visita pastorale , quelli che sotto i ponti si preoccupano di salvaguardare le imprese leader del sistema Italia, quelli che solo oggi si scoprono antifascisti  dopo anni di compunto apprezzamento per i doppiopetti sopra l’orbace e la grande pacificazione. E pure quelli che   continuano a bersi e propinarci le leggende  – purché lontane, antiche e ben confezionate  – di gole profonde, Pentagon Papers, giornalismo investigativo, che qui le inchieste perlopiù si fanno a indagini giudiziarie avviate, grazie al passaggio amichevole di conversazioni intercettate, che perfino Carminati e Buzzi hanno avuto la facoltà di sorprenderli.

E dunque sfidando quelli che vogliono che si scelga assolutamente da che parte stare in modo che ci si debba arruolare forzatamente, con il compito rotary del riformismo contro il plebeo cocuzzaro populista, quelli che penalizzano apostrofandolo di squadrista chi è recalcitrante  a rimpiangere il recente passato,  quelli che reclamano trasparenza, imparzialità e indipendenza officiate tanto per dire da Corriere della Sera (padroni diretti o per interposto Consiglio d’Amministrazione prima della scalata di Cairo: Fiat, Italcementi, Unicredit, Italmobiliare, Mediobianca, Telecom, Pirelli, Generali, Tod’s, Lucchini, Merloni, Intesa San Paolo, da  Repubblica, Gruppo l’Espresso (padroni De Benedetti, Luxottica, Piaggio, Indesit, Moratti),   il Giornale (Berlusconi),  il Messaggero, Il Mattino, Il Gazzettino(Caltagirone, Monte dei Paschi, Generali),  il Resto del Carlino, La Nazione, Il Giorno ( Poligrafici Editoriali, Telecom, Generali, Gemina,Ligresti), il Sole-24 ore (Confindustria e, nello specifico, Sarasa, Bnl, FIGC, Tod’sd, Safilo, Mediolanum, Mediobanca), voglio dire che pur non riponendo fiducia in un governo scelto perché non era stato ancora provato e nei suoi pifferai, sono sicura che Di Maio non istituirà il Ministero della Verità.

Perché ci avevano già pensato prima di lui.. e non lo mollano.

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L’augusta giustiziera

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Gran successo di critica e di pubblico per l’iniziativa della terza carica dello Stato che ha deciso di pubblicare con tanto di nomi, i messaggi carichi di violenza oscena rivolti contro di lei in rete da esponenti non si sa se addirittura organizzati, ma certo riconducibili al vecchio e collaudato squadrismo fascista, con l’immancabile corredo di sessismo e maschilismo da frustrati con ansia da prestazione, collezionisti di rivistine porno e  di varie paramilitari e parasadiche.

Anche per via di evidenti segnali sempre riconducibili a quella tradizione di ignoranza e viltà, intimidazione cialtrona e pusillanime, appare chiaro a tutti che non si tratta di attacchi politici rivolti a una rappresentante delle istituzioni, ma di un distillato purissimo di codarda sopraffazione scurrile, sgrammaticata, puerile. Ci sono nickname a  proteggere anonimati ininfluenti, c’è qualche nome  a confermare  uno dei più corrivi stereotipi di Eva contro Eva, ci sono maschi che si attizzano a esternare le loro pulsioni più ferine accanendosi su un’immagine di donna per di più influente, celebrata, che ferisce doppiamente il loro  virilismo virtuale e la loro impotenza reale, insieme alla loro insoddisfazione di sfigati. Anche se a dir la verità frasi così, altrettanto turpi e altrettanto bestiali hanno corredato e commentato anche le affermazioni e i post di blogger felici e sconosciute, come me ad esempio.

L’augusta giustiziera ha motivato  così la sua scelta  di erigere  una gogna  social network più frequentato,  con l’intento di richiamare alla responsabilità e alla dissociazione: «Voglio che le madri, i colleghi, gli amici, i datori di lavoro di queste persone, sappiano come si esprimono, perché chi scrive queste cose ha una carica di aggressività a mio avviso pericolosa».   Un  tribunale speciale, insomma,  che da personale è diventato pubblico, anzi istituzionale, “in nome e per conto di tutte quelle donne che non hanno la possibilità o non si sentono di farlo”.

Poche le voci critiche dell’iniziativa tra chi teme  che si possa favorire anche così  bavaglio,  censura e regolamentazione autoritaria della rete, colpendo la pistola, anzi il poligono di tiro,  ancora prima della mano che la muove. Innumerevoli invece quelle di consenso e di ammirazione per il coraggio di combattere ad armi pari come un’audace pistolera quelli che sanno parlare solo il linguaggio dell’odio.  E infatti si sprecano i j’accuse e la corsa ai cattivi maestri: è colpa della legittimazione dell’insulto avviata dalla retorica del vaffanculo di Grillo, macché ha cominciato la Lega, coi Calderoli e i Borghezio. Come se non avesse contribuito la retorica sciupafemmine del grande puttaniere. Come se non fosse   comunque nel solco dell’ideologia mussoliniana, con l’autorizzazione a ogni forma di sopraffazione violenta contro le donne e pure gli  uomini, il pensiero, la libertà. Come se prima non ci fossero stati secoli non proprio garbati  ispirati alla punizione di comportamenti e atteggiamenti femminili inappropriati in contrasto con la morale della chiesa e con una cultura patriarcale, da reprimere con internamenti, pene corporali, prediche e pastorali.

Ecco se devo dirla tutta sono indignata certamente dai prodotti antichi e nuovi  della fabbrica della violenza, dell’intimidazione, della sopraffazione, dello sfruttamento, che recano sempre riconoscibili marchi doc, quelli dei fascismo, dell’autoritarismo, del razzismo, della xenofobia. Sono ancora più indignata dai comportamenti e dalle azioni che si ispirano a quei principi, anche quando usano le maniere educate della sobrietà, del bon ton, del garbo sicchè rifiuto, cancellazione di diritti, di cure e assistenza, precarietà, penalizzazione delle donne rimandate a casa a sostituire servizi impoveriti con consiglio di figliare per la patria e la civiltà superiore, hanno il tono cortese della ragionevolezza, del compito e responsabile invito a prendere atto della condizione di necessità.

Ma quello che ha davvero sbalordisce in questo giustizialismo faidate è che a nessuno sia venuto in mente di obiettare sulla scelta della terza carica dello Stato, eletta in un Parlamento illegittimo è vero, ma che conserva alcune qualifiche, alcune prerogative e molti doveri,   venuta meno al compito più elementare che l’incarico le attribuisce. Quello di  dimostrare negli atti di rispettare i principi di legalità che devono ispirare il suo status di cittadina ma prima ancora di rappresentante del popolo, denunciando  un fenomeno – e non solo perché se ne sente personalmente oltraggiata, colpita e offesa nella sua persona – attraverso le forme, i modi e gli strumenti investigativi, giudiziari dei quali proprio lei dovrebbe essere custode attenta. Da preferire.  sempre e comunque,  e non solo per fugare la sensazione tossica di una autorizzazione a un Far West  nel quale la sceriffa vince per mezzi, palcoscenico e risonanza superiore, senza incidere affatto su cultura, convinzioni, pregiudizi e stereotipi. Ma anche e soprattutto perché la continua sollecitazione alla denuncia, la raccomandazione alle donne profanate, violate, bastonate, umiliate, a mostrare coraggio e dignità non sia un optional per celebri e blasonati e non si riduca a un mantra da ripetere in occasione di “festività” e commemorazioni liturgiche nel ricordo di quando avevamo la speranza di avere diritto a giustizia, civiltà, uguaglianza, libertà, amore.

 

 

 


Intercettazioni: silenzio, si ruba

imageAnna Lombroso per il Simplicissimus

La musica è finita:  gli amici sono andati a casa, niente girotondi nemmeno per i bambini, i post it non li fabbricano più, il bavaglio se lo sono stretto da soli, certi colori viola sono sfumati in rassicuranti azzurri.  È che a far suonare la banda era uno, contro il quale si indirizzavano – inoffensive – strombettate, pernacchi e sberleffi. Evaporato lui, con quasi tutti i suoi quattrini, i suoi reati, le sue cene eleganti trasferite da giovani imitatori in chiese e siti storici, le discutibili amicizie, anche quelle emulate con convinzione, si misura che la sopportazione è illimitata, che resiste a ruspe, tunnel, furti di beni, diritti e sicurezze, oltraggi, umiliazioni, condanne a morte per malattie non diagnosticate,annoverate nel paniere dei lussi immeritati.

Tante volte si è detto che Renzi ha preso come una missione il completamento aberrante delle infamie del suo padrino più o meno occulto, combinandole con una cieca, anzi preventiva, ubbidienza ai comandi dell’imperialismo finanziario, ascoltati e eseguiti ancor prima che diventino raccomandazione, lettera, direttiva, facendo assumere all’Italia il ruolo di laboratorio di repressione, autoritarismo, fine del lavoro, cancellazione del Welfare, che perfino il popolo, dico il popolo, greco ha rifiutato.

Adesso è la volta delle intercettazioni. Lo so, sembrano un tema di retroguardia, un particolare, un neo nella grandiosa, rapace e ferina bellezza del golpe all’Italiana: i più scettici, i più disillusi, i più realisti vi diranno che è irrilevante, che siamo tutti controllati, invasi, sorvegliati da operatori, telecamere, insomma che la tecnologia ha cancellato la privacy. Beh non è così: la riservatezza resta una prerogativa ad uso dei potenti ed è la politica, è il potere economico che impiegano la tecnologia per piegarla ai suoi bisogni.

Sappiamo tutti che se  usiamo la carta di credito veniamo localizzati, che  viene individuato che tipo di transazione viene effettuata e quindi che si può conoscere tutto sui nostri gusti, sulle nostre disponibilità finanziarie e così via. Ma questo non legittima che poi, la successiva raccolta delle informazioni implichi che chiunque se ne possa impadronire impunemente.  La verità è che – e la lotta al “terrorismo” ha dato una mano – è concreta e operativa un’alleanza di fatto tra soggetti che trattano i dati per ragioni economiche,  agenzie di sicurezza che li  elaborano  per finalità di controllo, imprese che ne fanno strumento di ricatto. O non vi ricordate cosa prevede quel capolavoro ammazza lavoro che sia chiama impropriamente Jobs Act? e che  grazie all’acceso al pc, a telecamere, a dispositivi di sorveglianza ha inteso introdurre azioni lesive della dignità del lavoratore, combinando ricatto e intimidazione, invadenza e prepotenza,  grazie a un controllo illimitato su prestazioni, abitudini, comportamenti

Si la difesa della privacy è diventata compiutamente un privilegio esclusivo del ceto dirigente, della classe politica, anche quella che ha sempre rivendicato di non aver nulla da nascondere, quella che un tempo reclamava e desiderava essere intercettata a scopo dimostrativo della sua trasparenza e integrità, la Serracchiani: “A nessuno il dottore ha ordinato di fare politica e chi la fa deve dare l’esempio. Il politico rappresenta le istituzioni e quindi non esistono suoi comportamenti privati che non incidano sulla credibilità pubblica”, la Bindi, Speranza, Ferranti, la relatrice, Orlando, il ministro, Scalfarotto, il fan delle libertà, possibilmente sue, insomma un Pd ben determinato a ritrovare unità intorno a potenziali inquisiti eccellenti, a circoscrivere il potere delle “toghe rosse”, a fronteggiare la pubblicazione di colloqui pruriginosi o criminali, dicendo e facendo quello che diceva a faceva il nemico d’un tempo.

Ha sostenuto Davide Ermini,   responsabile giustizia del Pd:   “Captare parole fuori contesto ricorda le vite degli altri, il regime del terrore. Per noi ci vuole libertà di stampa e libertà di vivere”, dimostrando di essere andato al cine dove ha preso coscienza dei crimini comunisti, ma dove si è distratto sulla possibilità di vivere, meglio se con dignità, che il suo governo limita ogni giorno, togliendo lavoro, sicurezze, diritti, assistenza, istruzione, cultura.

Il fatto è che se la libertà riguarda solo un segmento di cittadini diventa licenza. Ed è questo che vogliono, che non possa esistere pubblicità alle loro trasgressioni, che l’impunità della quale godono si mantenga negli arcana imperii, che la riservatezza su corna, furti, vizi, sregolatezze, misfatti, abitudini e malattie imbarazzanti, diventati temi per lunghe serie di trasmissioni molto approfondite reiterate su tutti i canali televisivi, sia un perenne velo pietoso opportunamente steso a tutela delle loro esistenze inviolabili e superiori.

Il capolavoro a garanzia di questa istanza è la previsione che intercettazioni chieste da un magistrato con le informazioni che entrano nel dossier giudiziario, non possano avere diffusione fuori  dalla cerchia di quel centinaio di persone coinvolte, mica poche.  Avvocati dunque, cancellieri, giudici, investigatori, amici e nemici degli inquisiti con buone relazioni negli ambienti giudiziari, amici e nemici della eventuali vittime. E naturalmente anche giornalisti informati, ma – per legge – obbligati al silenzio sugli orologi del figlio di Lupi, sul brand di Carminati, sul business delle cordate del cemento veneziane, sui dialoghi da tavolo del biliardino Renzi-Adinolfi e soprattutto sulla coazione a telefonare che può aver afflitto il Colle.

Perché a sancire l’incolmabile distanza tra noi e loro, la necessaria e doverosa separazione tra i nostro doveri e il loro diritti, tra le nostre responsabilità e i loro bisogno, deve esserci l’interdizione a sapere per i cittadini, officiata dai  sacerdoti messi a guardia del silenzio, della censura, dell’erogazione differenziata di dati e conoscenze: i media ufficiali, i giornalisti di regime, quelli che elargiscono solo le informazioni suggerite, i dati sollecitati dall’alto. Una norma “ad partitum unicum” dovrà “garantire la riservatezza delle comunicazioni e delle conversazioni telefoniche e telematiche oggetto di intercettazione avendo speciale riguardo alla tutela della riservatezza delle comunicazioni e delle conversazioni delle persone occasionalmente coinvolte nel procedimento, in particolare dei difensori nei colloqui con l’assistito, e delle comunicazioni comunque non rilevanti a fini di giustizia penale”, prevedendo  fino a 4 anni di carcere per chi “diffonde conversazioni fraudolentemente captate con la finalità di recare danno alla reputazione”.

Non credo comincerà una guerra per bande tra le gazzette per garantire l’informazione: basterebbe ricordare lo slogan dei tempi non sospetti, quando i giornalisti reclamavano il “diritto a informare” e non il “dovere di informare”. Credo invece che si avvicini sempre più il definitivo bavaglio nei confronti di chi aspira a dire e conoscere, a informarsi e a divulgare nell’unico e sia pur disordinato spazio di libera espressione rimasto.


Il bavaglione di Renzi

bavaglio001_boh_vediamoAnna Lombroso per il Simplicissimus

Giorni decisivi per la sorte della legge bavaglio e per la cittadinanza politica di chi osa parlare di questione morale ….. due temi   strettamente intrecciati, rendendo ancor più evidente che il fine della legge è quello di creare il silenzio intorno alla corruzione e che l’occasione politica sembra propizia per imporre il silenzio agli oppositori  del governo….   

Non è un caso che proprio in questi giorni l’insistenza e la fretta intorno alla vicenda della legge bavaglio diventino rivelatrici. Forse all’inizio qualcuno aveva sottovalutato quella legge dicendo che tutto sommato era uno strumento che il presidente del Consiglio adoperava con la logica tradizionale delle leggi ad personam per evitare che intercettazioni sgradite potessero essere conosciute all’esterno. Questa lettura tutto sommato riduttiva è stata smentita, e mi pare che poi fosse evidente che l’obiettivo andava al di là della tradizionale legge ad personam. L’accelerazione sulle intercettazioni va di pari passo con la scoperta progressiva della corruzione diffusa… 

Divenuta sempre più intricata e scottante, la questione delle intercettazioni non può essere affrontata a colpi d’accetta. Servono distinzioni e analisi accurate, soprattutto per evitare che la denuncia degli abusi si trasformi in pretesto per liberarsi di ogni forma di controllo su comportamenti sicuramente illeciti, per occultare la gravità delle situazioni che vengono rivelate…..   

Vi sarete illusi che si tratti di editoriali cotti e offerti in tempo reale alla notizia che il governo per bocca del Ministro Orlando ha annunciato: “Confido che entro settembre il testo sulle intercettazioni verrà approvato nel suo complesso alla Camera. Subito dopo avvieremo un confronto con la stampa”. Invece sono gli incipit di articoli di giornale rispettivamente del 2010, del 2008 e del 2006, che confermano che ciò che non riuscì a fare Berlusconi, fece il Renzi.  Che compirà l’opera censoria fino all’estremo limite, fino a quell’emendamento Pagano, oscuro parlamentare del Nuovo Centrodestra che passerà alla storia non solo per le affinità rivendicate con il Sap, il sindacato del caso Aldrovandi, ma per essere promotore appunto di una norma che, prevedendo  “la reclusione da 6 mesi a 4 anni” per “chiunque diffonda, al fine di recare danno alla reputazione o all’immagine altrui, riprese o registrazioni di conversazioni svolte in sua presenza e fraudolentemente effettuate”, sortirà l’effetto di chiudere definitivamente l’era delle inchieste televisive già largamente soggette a censura e ad autocensura.

È chiaro che al Guardasigilli che consulterà “dopo la delega” gli operatori dell’informazione, come al governo tutto, la stampa non mette certo paura, sottomessa com’è a editori impuri, potentati, ceto padronale e politico. Ma è meglio non rischiare, per troppi anni le intercettazioni hanno fatto cassetta con le cronache pruriginose dalle lenzuola, con i vizi privati di uomini pubblici e retroscena piccanti o maliziosi di accordi e alleanze. E da un po’ le vendite ormai in discesa della carta stampata sarebbero state aiutate dalla pubblicazione di vergognose conversazioni tra politici e malavitosi, tra imprenditori e mafiosi e tra tutti questi attori insieme.

Così l’attacco alla pubblicazione facile e a fini commerciali delle intercettazioni, spesso orchestrata dietro le quinte da fazioni in conflitto, assume il carattere di avvertimento trasversale diretto alla magistratura, anche se per ora non si fa menzione di toghe rosse,  e a quelli, che non oso chiamare società civile, che continuano a considerare centrale la questione morale, che guardano alla trasparenza e l’onestà,  non come a optional cui si deve rinunciare in favore di una crescita accelerata e disinvolta, ma come a condizione necessaria sia pure non sufficiente dell’esercizio della politica e del governo della cosa pubblica.

Si meglio arginare quel torrente di frasi, dialoghi, quel profluvio di allusioni o di dichiarazioni perentorie come proclami, conditi di turpiloquio, aforismi, battute da caserma e insinuazioni da bar Sport, di minacce e lusinghe, non impedendolo alla fonte, ma vietandone la diffusione, meglio non dare la tachipirina contro la febbre dell’avidità, ma riporre il termometro nella sua custodia. In modo da non far sapere del Mose, della Tav, dell’Expo, di Mafia Capitale e nemmeno di Mafia-Quirinale, meglio non far conoscere la geografia delle nuove terre dei fuochi, come quella dell’alessandrino dove  almeno 6 aziende tra cave, discariche e gestione di rifiuti ha compromesso un territorio benedetto per la produzione di uve pregiate e frutta. Meglio non rivelare la  società “del vuoto”  nella  quale si muove una classe politica senza idee né ideali e nemmeno ideologia se non quella del profitto, dello sfruttamento, dell’ambizione personale, che si parla con il linguaggio dei teppisti, degli esattori del racket, mettendo a parte di segreti di Stato un pokerista, lanciando messaggi obliqui e intimidatori a antichi protettori disarmati, a padrini oscurati, mandando poi a difendere la cricca  in Parlamento una ministra che  si presta per mission istituzionale  alle operazioni di discolpa più miserabili, liquidando ogni intercettazione come penalmente irrilevante, poiché è da molto che leggi, regole e questioni di opportunità sono state piegate alla volontà e all’interesse di pochi, di un’èlite alla rovescia, che ormai rappresenta il peggio di noi normali cittadini.

È l’era della sfrontatezza, ormai non hanno nemmeno più bisogno di disinvolte giurisprudenze, di richiami alla privacy, che tanto vale solo per loro mentre noi siamo perennemente controllati, ripresi, monitorati, ormai non discettano nemmeno più di “prerogative”, di illecite intrusioni, di violazioni. Che tanto presto non avremo la facoltà di votarli, ma solo la prerogativa di approvare i loro elenchi prestampati. Che tanto non importa più loro il consenso degli elettori, ma l’approvazione di padroni interni e esteri, che, tanto per non sbagliare, li intercettano e si intercettano allegramente tra loro perché in un mondo di lupi la fiducia è solo un autoritario sistema di governo.


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