Spesso, anzi quasi tutti i giorni cerco di sottolineare qualcosa che anche i più intelligenti e liberi commentatori degli eventi epocali che stiamo vivendo dimenticano, ovvero la differenza fra l’economia reale, quella cioè che produce beni concreti e quella cartacea che produce invece soltanto soldi o0 meglio numeri. Oggi ne abbiamo un esempio assolutamente chiaro, ovvero la differenza tra il mercato cartaceo dei futures sul petrolio e l’oro nero effettivo, ovvero quello che usiamo per far muovere le macchine, per produrre energia elettrica o per gli altri mille usi concreti. Gli operatori del mercato cartaceo sembrano credere che l’immissione sul mercato di scorte di emergenza, 400 milioni di barili liberati dall’Aie, uno dei tanti organismi “internazionali” in mano a Washington, e gli sforzi dell’amministrazione statunitense per calmare i mercati con dichiarazioni sulla prossima fine della guerra, finiranno per attenuare la pressione al rialzo sui prezzi del petrolio. All’inizio della settimana, i prezzi dei future sul petrolio greggio hanno registrato un breve picco di 119 dollari al barile, per poi ridiscendere intorno ai 90 dollari e attestarsi sui 100 dollari al barile nelle prime ore di venerdì nelle contrattazioni asiatiche.

Tuttavia i prezzi del petrolio greggio fisico sono saliti a + 38 dollari al barile rispetto al suo equivalente cartaceo. Gli analisti hanno iniziato a esprimere l’opinione che il petrolio a 200 dollari non sia più una fantasia: con il 20% dell’offerta globale di petrolio bloccata nello Stretto di Hormuz, gli acquirenti si affrettano ad accaparrarsi carichi fisici, mentre i paesi asiatici limitano le esportazioni di carburante per predisporre scorte. Di conseguenza, i prezzi del carburante per aerei e del gasolio sono schizzati a livelli mai visti prima, lasciando intere regioni, come l’Europa, in una situazione di grave carenza di distillati medi. Per l’immediato futuro c’è poco da essere ottimisti: le scorte liberate dall’Aie ci metteranno mesi per essere effettivamente immesse sul mercato e in ogni caso non arriveranno mai a superare i 3,3 milioni di barili al giorno, una cifra di gran lunga inferiore a quella che passa per lo stretto di Hormuz che si aggira sui 10 milioni di barili al giorno, ma che comunque durerà massimo tre mesi. Questo senza contare il fermo di migliaia di pozzi e degli impianti di raffinazione, alcuni dei quali sono stati distrutti: la ripresa sarà perciò molto lenta e comunque mai completa per i problemi inerenti al fermo dei pozzi.  Così i volonterosi europei saranno costretti a mendicare un po’ di petrolio dalla Russia che, nel frattempo avrà enormemente beneficiato della situazione. Ma non è detto che Mosca voglia davvero tornare a vendere energia agli europei dementi: le vittime civili che il terrorismo britannico, solo formalmente ucraino, ha fatto, verranno messe sul piatto della bilancia. E il prezzo da pagare sarà altissimo. Letteralmente.

Insomma l’economia di carta è quella gestita dai trader sui mercati virtuali, tutta gente che proviene da master e da corsi messi in piedi dalle università, quasi sempre robaccia superficiale ed enfaticamente ideologica, ma non sa proprio nulla del mondo reale, anzi non immagina nemmeno che ci sia qualcosa oltre la carta e i bit. Invincibili su questo piano, sono però già spacciati quando si tratta della realtà: sono persone pronte ad accettare qualsiasi fandonia politica purché serva alla speculazione e al profitto a breve termine. E sono poi proprio questi i consigliori di una classe politica generalmente popolata da gente del tutto priva di cultura, ma molto spesso anche di una passabile istruzione. Così possiamo prepararci ad anni di vacche magre, anzi così magre che non potranno produrre latte e a stento potranno vivere. Ma non pensiate che essere vegani, o vegan, come dicono i rimbecilliti trendy, sia un vantaggio, perché niente petrolio, niente urea che è poi la base di tutti i fertilizzanti azotati ormai necessari per mantenere i livelli produttivi.