Quattro passi nel dramma: in una concitata riunione a porte chiuse a Capitol Hill, sede del congresso, i funzionari dell’amministrazione Trump hanno dichiarato ai deputati che i droni iraniani rappresentano una sfida inattesa per la grande armata a stelle e strisce, poiché le forze di difesa americane e degli altri Paesi coinvolti non sono in grado di distruggerli tutti. Questa amara “sorpresa” sta cambiando tutto anche se i comandi militari, specie dopo l’esperienza in Ucraina, avrebbero dovuto sapere che i droni volano a bassa quota e spesso eludono le difese antiaeree. Essi, come hanno riconosciuto il Segretario alla Difesa Pete Hegseth e il Capo di Stato Maggiore congiunto, il generale Dan Caine, stanno ponendo un problema più grande del previsto, il che nel linguaggio del potere vuol dire drammatico. E perciò ormai la pressione sugli alleati europei perché accorrano in soccorso si sta facendo parossistica. Tanto che il primo ministro spagnolo Sanchez, il quale  aveva rifiutato le basi spagnole agli americani, adesso manda una fregata nelle acque di Cipro, dove il complesso militare britannico che ha svolto un ruolo chiave nella vicenda di Gaza e nei precedenti scontri con l’Iran, è sotto il tiro di Teheran.

In realtà sta emergendo la consapevolezza che il colpo d’ariete iniziale non ha sortito gli effetti sperati e malamente immaginati: la resistenza dell’Iran sia sul piano militare che su quello politico, dove la successione è stata del tutto indolore e la popolazione si è ricompattata proprio in seguito all’aggressione militare, sta mandando in aceto i piani imperiali. Del resto le manifestazioni oceaniche che si svolgono a Teheran e in altre città in appoggio alla Repubblica islamica, sono la prova palmare dell’errore commesso.  Ma mentre si cerca di mandare tutto quanto è possibile nella fornace dove si guarda con terrore all’esaurimento delle difese antiaeree, si sta mettendo in moto una macchina di difesa di Trump che è caduto come un cervo impazzito nella trappola di Netanyahu e che sta pagando un prezzo politico sempre più alto per questo. Ora si comincia a dire che in realtà “the Donald” voleva in qualche modo prendere le distanze dal governo sionista di Israele e che anzi intendeva portarlo a più miti consigli, ma che  Netanyahu gli avrebbe fatto capire che se gli Usa non avessero appoggiato Israele nel tentativo di decapitare l’Iran e di normalizzarlo, Tel Aviv sarebbe stata disposta ad usare l’arma nucleare. Di fronte a questo, Trump si sarebbe deciso a mettere in campo la metà delle forze americane effettive.

Non ho la minima idea se questo sia vero o se invece abbiano giocato altri fattori come, ad esempio, i ricatti riguardo alla vicenda Epstein, ma credo che il narcisismo del presidente, la sua idea dell’America invincibile e anche l’idiozia del suo entourage, gli abbiano giocato un brutto scherzo facendogli credere che un cambio di regime in Iran sarebbe stato facile e che dunque la macchina militare sarebbe servita più che altro come minaccia, dopo i primi bombardamenti mirati a decapitare le massime cariche del Paese. Adesso la storia presenta il suo conto.  Gli Stati Uniti hanno iniziato una guerra senza una base industriale in grado di incrementare la produzione di missili di difesa aerea e d’attacco, che si stanno rapidamente esaurendo e, ad aggravare la sfida produttiva, c’è la mancanza di minerali di terre rare essenziali per produrre armi e aerei da combattimento: la Cina ne detiene il controllo e si è rifiutata di esportarli negli Usa. Per di più sia Israele, sia Washington hanno sbagliato nel valutare la capacità dell’Iran di schierare e lanciare migliaia di droni, missili balistici e da crociera. L’Iran sta infliggendo enormi danni a Tel Aviv, a Haifa e alle installazioni militari e sebbene  la censura israeliana stia lavorando febbrilmente per nascondere le ferite, un numero sempre maggiore di video cominciano a circolare.