Nell’incombere delle tristi cronache di guerre accanitamente volute da chi si proclama pacifista, mi sono lasciato sfuggire l’anniversario della vittoria russa a Stalingrado che segnò assai più del celebrato sbarco in Normandia, la sconfitta delle forze dell’Asse. Nella battaglia, cominciata nell’estate del ’42 e proseguita fino al 2 febbraio dell’anno successivo, morirono due milioni di uomini da entrambe le parti, la Sesta e parte della Quarta armata della Wehrmacht furono annientate, i contingenti italiano e rumeno, sparirono dal campo di battaglia con enormi perdite e non ci fu mai modo di riprendersi davvero da quella sconfitta, ad onta delle fesserie da giornale che vengono diffuse a piene mani, perché il demone delle bugie non può trascurare nemmeno il passato. Non è che sia qui a sfogliare il calendario storico degli eventi, ma potremmo prendere quella battaglia come breviario di ciò che sta accadendo in questi anni. L’esercito tedesco stava avanzando assieme ai suoi alleati e avrebbe potuto facilmente aprirsi una strada verso il Caucaso e i campi petroliferi senza necessariamente investire Stalingrado, ma limitandosi a coprire i fianchi da eventuali azioni russe che avrebbero potuto imperniarsi su questa città. Invece un po’ per il nome che rimandava all’arcinemico Stalin, un po’ per la convinzione che si sarebbe trattato di un’operazione relativamente facile, Hitler volle ad ogni costo la sua conquista. I russi avrebbero anche potuto ritirarsi, ma compresero che quella sarebbe stata l’occasione per sottrarre al nemico la sua arma migliore, ovvero la mobilità, costringendolo ad un assedio logorante nel quale avrebbe perso un’enormità di uomini, di mezzi e di risorse.

Fatte le debite differenze è la stessa cosa che è accaduts con l’Ucraina: nel tentativo di dare una spallata finale alla Russia, così ostinata nel non voler aderire al globalismo e al suo governo oligarchico e pensando che si sarebbe trattato di un’operazione relativamente facile, si è fatto di tutto e di più per spingere la Russia ad intervenire militarmente nella convinzione di poterla mettere fuori gioco con le sanzioni e con l’afflusso di armi magiche occidentali. Il risultato è che un intero continente si è praticamente disarmato per dare armi a un regime di ispirazione nazista, orgogliosamente rivendicata e che almeno un milione e duecento mila uomini sono stati uccisi e per giunta in questo tentativo si sono perse le preziose risorse di cui si sognava di impadronirsi. E il quadro è sempre più fosco perché la Nato ha mostrato la sua debolezza, anche tecnologica, mentre la Russia ha avuto modo di affinare i suoi sistemi d’arma già ampiamente avanzati. E per giunta l’impoverimento delle popolazioni europee a seguito della guerra ha creato quasi dovunque ostilità nei confronti dei governi e delle forze politiche (ma qui si fa giusto per dire) che si sono schierati con i più vari pretesti e dotati delle bugie ciclostilate nelle stamperie dell’impero, con la guerra che oggi, come a Stalingrado 83 anni fa, rischia di diventare ad oltranza.

Infatti vediamo tanti piccoli Goebbels che ora proclamano la guerra totale per poter nascondere la sconfitta. Ora immaginiamo che in una situazione del genere fosse scoppiato a Berlino un affaire come quello Epstein in cui il potere che ha scatenato la guerra, ormai non più così vittoriosa, venisse messo a nudo nei suoi orribili vizi, i quali alla fine sono legami molti più forti delle inesistenti virtù, immaginate solo nei film e nella propaganda. D’accordo, in quel tempo non sarebbe potuto succedere, anche perché Epstein sarebbe stato deportato ad Auschwitz e non opportunamente suicidato in una prigione americana dove, guarda caso, non funzionava la telecamera di sorveglianza posta proprio davanti alla cella del finanziere, ma immaginiamolo soltanto: andare al fronte con una buona probabilità di rimetterci le penne non su ordine di presunti padri della patria, ma di un’accolita di debosciati e viziosi tenuti insieme dal reciproco ricatto, non sarebbe stato più accettato. Probabilmente la guerra sarebbe finita molto prima e la stessa Wehrmacht avrebbe deposto il tiranno.

Tutto sta a vedere cosa accadrà oggi, visto che la situazione è quanto mai magmatica: non esiste un vero e proprio tiranno, ma un’oligarchia al cui interno si è trasferita quella dialettica che un tempo apparteneva alla democrazia e che gestisce a suo piacimento i milieu politici lasciati a recitare una commedia senza più senso. Come dice lo scrittore Didier Maïsto: viviamo in un crepuscolo dove “il potere si aggrappa ai suoi simboli logori, dove l’alta moda cerca di nascondere il panico, dove le persone avanzano in gruppo perché, isolate, cadrebbero più velocemente. Tutti incarnano la stessa cosa: il decadimento levigato, il crepuscolo in giacca e cravatta, la fine di un mondo che sorride ostinatamente ai fotografi”. E ora proprio questo dagherrotipo è stato sfregiato dalla rivelazione di un degrado morale e umano senza precedenti e che arriva fino alla tortura e alle uccisioni di bambini. Il rifiuto crescerà non altro perché tutto è diventato più chiaro.