Credo che ormai non ci siano più dubbi riguardo alla strategia dell’imperialismo occidentale: non potendo scontrarsi direttamente con la Cina e con la Russia, visto che il confronto diretto non è andato come si sperava, ecco che si attua una tecnica di morsi ai fianchi, a cominciare dai volenterosi di Parigi che immaginano un intervento sul terreno in Ucraina, una volta raggiunta la pace, il che è davvero patetico, ma mantiene in piedi quella belligeranza di cui il capitale internazionale ha bisogno. Poi è venuto il Venezuela e adesso anche il sequestro di due petroliere affittate dalla Russia, cariche di petrolio venezuelano, attuato proprio il giorno in cui i russi festeggiano il Natale e finché si è in tempo, cioè prima che la decisione del Cremlino e di Pechino di armare le proprie navi commerciali con missili antinave e con reparti militari, sia implementata. Naturalmente chi ha ancora un po’ di cervello in queste terre occidentali, richiede a gran voce una risposta, magari nucleare e incolpa una presunta fiacchezza di Putin a questo incremento di aggressività degli Usa e dei cagnolini europei.

Ma in realtà queste persone pensano all’occidentale, essendo esse stesse dentro il paradigma dell’imperialismo, e non si rendono conto dei costi di questo avventurismo, che sono altissimi e molti dei quali occulti, per lo meno alla stragrande maggioranza di persone, che già fanno fatica a sottrarsi alla leggenda secondo cui Maduro sarebbe un dittatore. Si narra anche che il Venezuela abbia le più grandi riserve di petrolio del pianeta ed è probabilmente questo che ha ingolosito Trump e i suoi consiglieri che sono ignoranti esattamente come lui, in un parola americani, specie in un momento in cui l’estrazione di petrolio da fratturazione comincia a dar segno di declino. Ora bisogna sapere che quella del petrolio venezuelano è una mezza verità perché certamente esiste, ma è di scarsa qualità, in pratica catrame. Deve essere estratto dal sottosuolo insieme alla sabbia con il vapore e poi deve essere diluito con la nafta per essere un liquido trasportabile. Inoltre contiene molto zolfo che corrode le tubature e le attrezzature, aumentando i costi di una raffinazione già molto impegnativa. Grazie alle sanzioni americane che hanno impedito al governo del Paese di sviluppare la produzione (cosa che generalmente viene addebitata a Maduro, in un crescendo di fregnacce da bar o da giornaloni che sono anche peggio visto che non fanno nemmeno il caffè) l’industria venezuelana non è oggi in grado di produrre petrolio trasportabile per più di un milione di barili al giorno. Per arrivare ai 3 milioni al giorno, ovvero a una quantità economicamente vantaggiosa nelle condizioni date, occorrono 100 miliardi di dollari e un decennio di tempo. Sempre che il Venezuela diventasse magicamente un tranquillo Paese da cartolina yankee.

Per dirla in due parole: questo petrolio è di fatto in gran parte indisponibile, solo una risorsa teorica che Trump intende usare come garanzia per fare ancora debito ed evitare ancora per un po’ il crollo del sistema finanziario statunitense. Ma Russia e Cina possono facilmente impedire che il Venezuela sia usato come pegno, semplicemente rendendo troppo onerosa e incerta questa avventura. Hanno lasciato che gli Usa si sputtanassero agli occhi del mondo intero, senza che però i vantaggi possano realmente essere colti. Insomma non si sa bene chi stia logorando chi e se appena si guarda al di là delle apparenze tutto appare in una luce diversa e molto più sfumata. Dopotutto l’arroganza paga solo a breve termine, specie come se in questo caso essa costituisce un chiaro segnale di riduzione delle ambizioni globaliste e un ritorno alla vecchia dottrina di Monroe riadattata all’influenza degli Usa sul solo continente americano, come se questo fosse possibile. Forse Trump e il suo entourage sono più a loro agio con la dottrina di Marilyn Monroe, a qualcuno piace caldo.