Il sistema occidentale nelle sue articolazioni principali non riesce evidentemente ad esprimere dei decisori all’altezza delle sfide, così che spesso non si capisce bene se questi ultimi stiano scherzando, stiano prendendo dei colossali granchi o cerchino più semplicemente di confondere le acque. Tutte cose che possono tranquillamente coesistere in mancanza di un discorso pubblico coerente che possa permettere un giudizio coerente e non estemporaneo o ideologicamente determinato. Così abbiamo assistito alla farsa delle terre rare che si troverebbero in Ucraina e il cui sfruttamento dovrebbe essere diviso al 50 per cento con gli Usa. Cosa significa tutto questo? Praticamente nulla visto che la maggior parte di tali elementi si trova nelle province orientali ormai parte della Russia, e che non si sa bene se vi siano in quantità commercialmente sfruttabili sul suolo che presumibilmente resterà a Kiev alla fine della guerra. Si parla di aree con una concentrazione di almeno il 3% di terre rare, perché altrimenti non ci sarebbero ricavi. Parrebbe più una mossa del cavallo da parte di Trump per superare le difficoltà presenti portando in primo piano un incerto futuro. E in questo senso i codicilli rimasti segreti dell’accordo sono più materiale per incentivare l’immaginazione che qualcosa con effettive connotazioni di realtà.

In ogni caso, ammesso che abbia valore la firma di un governo scaduto e illegittimo, lo sfruttamento di queste eventuali risorse richiederà almeno un decennio. Come scrive il Financial Times questo è il tempo minimo necessario per individuare le miniere, realizzare sistemi di scavo come pozzi e gallerie, costruire un complesso stabilimento di produzione che deve separare le terre rare dai minerali cui sono legate – operazione che richiede non meno di cinque passaggi dalla frantumazione alla separazione chimica finale – senza parlare di tutta la logistica: strade, energia, mezzi di trasporto ad hoc, aree per lo smaltimento di rifiuti, opere di tutela ambientale, anche se queste ultime non sembrano davvero una priorità per la governance ucraina di ieri e di oggi. Si tratta di spese enormi che superano allegramente il miliardo di dollari per le strutture principali e mezzo miliardo all’anno di gestione. Il governo di Kiev dove prenderà queste risorse? Ma anche se ci riuscisse, sarebbe davvero difficile ricavarne qualcosa nei vent’anni di vita di una miniera tipo, a meno che questi depositi non siano di facile sfruttamento e con un tenore di terre rare al 5 per cento, cosa che si può escludere perché se così fosse sarebbero state sfruttate prima. In realtà benché questi elementi siano necessari per determinate applicazioni, il valore di mercato globale è oggi intorno agli 11 miliardi di dollari. Basta fare un po’ di conti.

Il problema è che questi materiali sono strategici, ma che solo la Cina, il maggior produttore mondiale, o la Russia sono in grado di sfruttarli in tal senso: in un sistema privatistico in cui i ricavi e i dividendi sono il cuore pulsante dell’economia o comunque di quel poco di economia reale rimasta, è molto difficile poterlo fare a meno di situazioni particolarmente favorevoli.

Insomma tutto questo è solo un circo che può permettere a Trump di galleggiare tra pace e guerra facendo intendere che ogni futura ed eventuale concessione di armi all’Ucraina verrebbe fatta dietro la garanzia di quel 50 per cento di ricavi e non con i soldi del contribuente americano. Donald si è parato il culo con un’operazione di pura facciata, che non solo è economicamente inconsistente in tempo di pace, ma che in tempo di guerra sarebbe puro non senso visto che i russi potrebbero facilmente spazzare via stabilimento e miniere facendo collassare il grande affare ancora prima che cominci. L’unica cosa è capire se siamo di fronte ad acrobati o pagliacci.