Il dedalo della guerra ucraina è in realtà assai semplice e in effetti si potrebbe dire che ha cartelli luminosi  che indicano la via d’uscita, se solo il deep state americano, quello formato da agenzie, burocrazia e potentati economici, tra cui importantissimo, il settore militare, dessero a Trump il via libera. Paradossalmente basterebbe dare ascolto a Putin che da due mesi ormai ha fornito a tutti una  chiave di lettura che potrebbe accontentare tutti. Dopo aver sottolineato che la Repubblica Socialista Sovietica Ucraina è stata formata al tempo di Stalin, mettendo insieme alla rinfusa pezzi di altri territori nazionali per lo più russi, ma anche polacchi, ungheresi e rumeni, ha esposto una soluzione abbastanza lineare che non scontenterebbe nessuno.

Il rebus  apparirebbe  molto più chiaro come del resto illustra la cartina messa in testa al post: la città di Leopoli e il suo territorio  si potrebbero riunire alla Polonia come fu dopo la prima guerra mondiale; la Bessarabia meridionale e la Bucovina settentrionale tornerebbero alla Romania; la Transcarpazia verrebbe annessa all’Ungheria e i territori a est, peraltro già conquistati, alla Russia. Ciò che rimane, un territorio comunque grande suppergiù come l’Italia, sarebbe Ucraina o Malorossiya, stato demilitarizzato e neutrale. Questa soluzione accontenterebbe tutti perché gran parte delle aree russofone tornerebbero a Mosca,  mentre Polonia, Romania e Ungheria otterrebbero territori che hanno sempre rivendicato e dove esistono ampie maggioranze di parlanti nei tre idiomi riferimento. L’Ucraina stessa conserverebbe lo sbocco al mare, nonostante la guerra persa e la distruzione di due generazioni sacrificate dagli Usa ai loro obiettivi. Persino la Nato, ammesso che continui ad esistere, si avvicinerebbe un pochino ai confini russi con la cessione alla Polonia della parte più occidentale oggi appartenente a Kiev. E gli oligarchi americani che hanno rastrellato molte delle risorse ucraine, avrebbero solo perdite marginali e conserverebbero gran parte dei loro investimenti.

Kiev inoltre potrebbe sfruttare i propri giacimenti di litio e di altri materiali tornando a una relativa prosperità, finora impedita con tutti i mezzi proprio perché essa avrebbe creato molti problemi alla trasformazione di questo Paese in una clava contro la Russia. Il che pare decisamente meglio di un conflitto nucleare. Praticamente Trump non dovrebbe fare proprio nulla, gli basterebbe non mandare più armi a Kiev  e il gioco sarebbe fatto. Ovviamente al  complesso militar – industriale statunitense, questo non piacerebbe proprio perché dovrebbe rinunciare alla sua insanguinata fetta di torta e probabilmente anche all’aumento delle spese militari europee una volta che questo enorme bubbone venisse curato. Aumento delle spese che peraltro è in forse perché nessun Paese europeo si può più permettere una tale crescita delle spese e dovrebbe sottrarre questi soldi sia alla sanità che all’istruzione e in aggiunta aumentare le tasse in un periodo di grave recessione, con il pericolo che si inneschi la fine dei governi di  fedele ortodossia americana.

L’altro elemento che tifa per guerra e ancora guerra è il fatto che una simile soluzione, benché di carattere westfaliano, in grado cioè di dare un riassetto a un territorio costruito a tavolino, non parrebbe a nessuno una vittoria e si sa che gli Stati Uniti non possono perdere, men che meno lo possono in un momento in cui la loro credibilità militare, ovvero la loro capacità di minaccia è l’elemento principale del loro dominio. La nuova amministrazione se davvero lo volesse potrebbe però lavorare su Zelensky che è  ormai un presidente con mandato scaduto da quasi un anno e al quale potrebbero essere addossate molte colpe. Mosca si rifiuta di parlare con uno che non è più il legittimo rappresentante del Paese e che dunque non potrebbe ratificare alcun atto, anche se volesse diventare umano da burattino della Nato e dell’Occidente in genere qual è. Basterebbe che se ne accorgessero anche a Washington. Ho l’impressione però che Trump sia sulla strada di una incipiente normalizzazione e che abbia messo piede tra le sabbie mobili di Washington, dove la pace è severamente vietata.