Et a Roma: Marchionne… casa

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Catapultato dall’alta carica a Palazzo Chigi il marziano a Roma si stupisce che l’Aquila, dove è passato per infilarsi felicemente nel tunnel dei neutrini, non sia risorta e che circoli incomprensibile ostilità nei confronti della libera iniziativa. «Chi gestisce la Fiat ha il diritto e il dovere di scegliere per i suoi investimenti e per le sue localizzazioni più convenienti», dichiara col candore di Et, al convegno biennale del centro Studi di Confindustria e all’indomani dell’incontro con l’ad del Lingotto Sergio Marchionne, a proposito delle desiderate delocalizzazioni della casa automobilistica torinese. Perfino su Marte è arrivata qualche voce: «Credo che il rapporto tra l’Italia e la Fiat – ha aggiunto – sia un rapporto di grande importanza storica, ma non sempre è stato sano», ma, lascia intendere, se sono venuti a cercare me su Marte, loro avranno pure il diritto di andare a produrre altrove, dove non ci sono dehli oziosi mammoni sfaticati che mangiano spaghetti co’ la pummarola ngoppa e che appendono un giornale che una volta era dei comunisti in bacheca.

Quello con i vertici di Fiat ieri «è stato un colloquio illuminante e interessante. Certamente per me e anche, mi è parso, per i miei interlocutori», ha detto inoltre Monti.
Noi non avevamo bisogno delle sue esternazioni per essere illuminati sul suo governo. Sulla sua natura di strumento bellico rivolto contro di noi. Sull’esercito mercenario sceso in campo e sui despoti che lo muovono. E sull’oltraggio aggiuntivo di immaginarci tutti non solo indolenti da punire, popolo bue e fanciullino da castigare, ma anche plebe cretina che – grazie alle reticenze grottesche della stampa asservita – non si è resa conto che la fabbrica ormai cacciavite che lavora per altri, si è permessa il prolungamento della sua sterile vita le soperchierie sui lavoratori, i ricatti occupazionali, i contratti capestro, i maglioncini di cashmere grazie ai soldi pubblici, a regimi assistenzialistici replicati stancamente da tutti i governi, alla totale assenza di una politica industriale e di un disegno di sviluppo sostenibile del Paese.

Ormai perfino i nostri osservatori più “cecati” della signorina Carlo vedono che non c’è nulla di tecnico nei governi dei competenti, e forse si convinceranno che c’è poco anche di competente. Oggi se n’è accorto Zucconi: anche lui illuminato dalla consapevolezza improvvisa e sorprendente che Monti guida una coalizione politica di destra, quella destra, dice lui, che una volta era interpretata dal Pli. Immagino il povero Malagodi rivoltarsi nella tomba. La crisi economica che sta rapidamente cambiando gli scenari della democrazia in Europa e per fronteggiare la quale si sono attribuite sempre più funzioni di governo ai “tecnici”, che inevitabilmente ridimensionano non solo il ruolo e la visibilità dei partiti, ma anche i poteri e i diritti politici dei cittadini, hanno già rivelato la loro cifra ideologica da noi o in Grecia, sostenuti da coalizioni politiche trasversali., declinazioni nazionali della “troika” europea. E si deve proprio essere smarrita ogni identità e ogni possibilità di riconoscersi oltre che nei principi, nella storia nazionale per pensare che ci sia qualcosa del pensiero liberale da Mirabeau passando per Camillo Benso conte di Cavour, Benedetto Croce e Luigi Einaudi, che pure legittimarono il fascismo, Nicola Matteucci, Nicola Abbagnano, fino a Norberto Bobbio, in questa arena di ragionieri che agiscono contro la sovranità dello Stato, contro l’essenza dei beni comuni, che è appunto quella di essere “a titolarità diffusa”, appartenendo a tutti e a nessuno, in modo che tutti possano accedervi e nessuno possa vantare pretese esclusive. Proprio come i diritti, sui quali si accaniscono anche in forma simbolica oltre che reale.
A questa destra non piacciono né le cose, né i simboli che evocano l’irriducibilità del mondo alla logica del mercato, che indicano un limite al profitto. Le combattono e le annientano anche con strumenti giuridici, mediante l’introduzione di speciali giurisdizioni per l’impresa, con misure eccezionali di accanimento contro le superstiti garanzie, con la ripulsa per gli esiti referendari, con l’alimentazione forzata di una narrazione che legittima un governo in nome di uno stato di necessità, superabile solo tramite competenze in sé «superiori» perché fondate su un pensiero economica unico. Unico in quanto accettato anche da chi dovrebbe esserne antagonista.

È una destra estremista che ha compiuto l’’operazione di legittimazione del potere dominante attraverso la promozione di idee e valori presentati come universali, ineluttabili e naturali.
Dalla Mont Pelerin Society, al Gruppo Bilderberg, alla Trilateral Commission, nate in tempi diversi ma con il medesimo orizzonte teorico e politico, l’annuncio messianico è sempre lo stesso e concerne la non compatibilità di quasi tutti i diritti sociali (ed anche di qualcuno politico) con le logiche del «libero mercato». Tanto che se la democrazia amplia troppo la sfera dei diritti allora è meglio intervenire su quegli eccessi, che configgono – proprio come alla Fiat – con i processi di accumulazione. Di qui l’urgenza di escludere la sfera economica dai processi decisionali politici, in particolare dalle assemblee rappresentative, come nel caso del pareggio di bilancio: la discussione politica deve rimanere estranea ai temi di quell’economia politica che presuppone i principi costitutivi dell’organizzazione sociale. L’elettorato se proprio gli si vuol lasciare qualche sfrenata licenza si occupi di identità, etica, che tanto là ci sono altre forme di persuasione, ma non sia chiamato a decidere l’ordine politico e sociale esistente.

Oggi in un assordante silenzio ci stiamo preparando a costituzionalizzare un particolare modo di gestione del bilancio statale, la chiave di ogni politica economica e sociale. Ecco che la teoria economica mainstream, diventa l’impalcatura ideologica della legge fondamentale che regola rapporti politici e sociali, con i modi arruffoni e disinvolti del golpe in golf..o in loden.
E allora bisognerebbe far presto a rimandarli su Marte.

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2 responses to “Et a Roma: Marchionne… casa

  • Anonimo

    @cordialdo: tragicamente vero. Ci siamo sempre tirati indietro e affidati all'”uomo forte”, che si chiamasse Mussolini, Craxi, Andreotti, Berlusconi, Monti o Prodi. Una figura tra il padre padrone e il reuccio, che “ci pensa lui” a risolvere la situazione e a “salvare” i sudditi… dal reuccio precedente. Non siamo diversi dalle rane della favola del re travicello. Anzi, forse siamo peggio: perchè quando ci rendiamo conto che il nostro reuccio è un serpente che ci mangia vivi, andiamo a chiedere aiuto a un altro serpente ancora più grosso.

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  • cordialdo

    Fiato sprecato per gli Italiani. Pur di non impegnarsi personalmente hanno sempre accettato qualsiasi banda di cialtroni al governo. Da Mussolin,i a Berlusconi, a Monti!

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