Il caso Marchionne è un emblema dell’Italia e del suo establishment industriale e politico. In lui si fondono benissimo la pesantezza del ricatto di lavoro o finanziario e l’assoluta inconsistenza delle idee. La protervia di una casta che ritiene lesa maestà essere giudicati dai risultati ma che pretende sacrifici solo dagli altri. Da quasi due anni l’uomo col maglioncino ha messo in campo ricatti sul lavoro e inesistenti piani di sviluppo strappando i si di una politica  incapace di fare altro che il pesce in barile e sbaragliando la residua resistenza sindacale.

Ma non gli basta mai, anche ieri ha detto “Fiat via dall’Italia” confermando quello che s’intuiva già da molto tempo: Fiat sta impegnando tutte le sue residue forze nell’avventura della Chrysler che si presenta assai più facile rispetto alla dura concorrenza in Europa.  E se un anno e mezzo fa questa intenzione girava come un’opzione gradita al mito americano a cui soggiacciono sia il manager che la schiuma residuale degli Agnelli o un tentativo magari di strappare qualche aiuto, adesso sta diventando una necessità. Il grande manager si mostra sempre più confuso e su di lui cadono come macigni i dati sulla diminuzione del 10 % delle vendite del gruppo proprio sul mercato italiano che continua ad essere quello di gran lunga più importante per la Fiat, il disastro della 500 in Usa, gli smacchi sempre più evidenti in Brasile, l’assenza dal mercato del presente e del futuro che è l’Asia.

Così dice frasi senza senso evasive e ridicole, tipo produciamo e vendiamo in tutto il mondo che oltre ad essere false non giustificano il disastro in Italia e in Europa. Persino il suo cachemire riesce a diventare patetico. Continua a minacciare sperando di far intendere che è la situazione italiana a impedire chissà quale rilancio e non invece i suoi errori. Ma in realtà non c’è mai stato un governo più favorevole alla Fiat di questo: le misure che si annunciano su lavoro e pensioni sono in assoluta linea con i desiderata di Marchionne, Monti è nato come uomo Fiat e ai tempi della commissione europea ha dato l’ok alla più grande scorpacciata di fondi pubblici per l’azienda torinese 480 miliardi (in lire), il doppio se calcolati a moneta attuale.  Insomma l’ad Fiat non avrebbe nulla di cui lamentarsi, se non la dura realtà: che il massacro del lavoro e dei diritti serve solo a mettere soldi nelle tasche degli azionisti, ma senza idee, senza veri progetti, con i modelli assemblati o rimarchiati non si va da nessuna parte. Per cambiare la situazione non è la Fiat che deve andarsene dall’Italia, ma Marchionne che deve andarsene dalla Fiat. Forse assieme a tanti cari “amici” vicini e lontani.