Anna Lombroso per il Simplicissimus

Gira una gustosa battuta, o disgustosa..saremmo al sessantanovesimo posto nella classifica della corruzione solo perché abbiamo corrotto quelli di Trasparency. Altrimenti saremmo molto più giù. Per l’organizzazione internazionale non governativa, le difficoltà economiche che attraversa l’eurozona sono “in parte legate all’incapacità dei poteri pubblici di combattere la corruzione e l’evasione fiscale, fra le cause principali della crisi”, si legge nella relazione. Con conseguenze molto pesanti: la Commissione europea ha quantificato il peso della corruzione per l’Unione al 1 per cento del Pil, pari a 120 miliardi di euro all’anno. Risorse che vengono così sottratte a settori chiave, come l’educazione o la sanità, e causa di rallentamento della crescita economica, come ha rilevato il Fondo monetario internazionale.

Insomma chi ha creduto che la fine – più giudiziaria che storica – della Prima Repubblica potesse  fare   piazza pulita della corruzione, si è illuso. Non si è ridotta l’intensità del fenomeno, semmai  sono in parte cambiate le forme ma si conferma  come l’acuirsi di una crisi economica  politica abbiano consolidato la correlazione tra  corruzione, opacità nelle relazioni tra cittadini e PA, controllo dei media, mancato stato di diritto e   e mancata crescita del PIL. E ha fatto la sua parte  anche l’impressionante calo della repressione della corruzione: mancano dati recenti ma secondo due studiosi della materia, Della Porta e Vannucci, nel 2006 il numero di condanne per corruzione era solo un settimo di quelle registrate dieci anni prima e la tendenza sembra confermarsi sinistramente. E le azioni giudiziarie non sono riuscite ad accrescere i costi morali né a indebolire la potenza auto regolatrice della corruzione che ha solo visto una modifica negli equilibri tra i diversi attori coinvolti nel reticolo di scambi occulti.

Anche la corruzione ha perso competenza e specializzazione: pur restando all’interno di un quadro sistemico soprattutto indirizzato a determinare l’andamento degli appalti, delle gare, degli incarichi, si è assistito a un peso crescente degli attori privati, al passaggio a forme più primitive di compravendita, a una mutazione della tipologia dei soggetti attivi. Gli imprenditori diventano politici, restandolo, improbabili mediatori d’affari trovano accessi facilitati all’amministrazione pubblica, criminali si fanno eleggere negli organi del governo locale o nominare negli enti pubblici.

E in assenza di contrappesi la pratica della corruzione si autoalimenta dando luogo a una spirale che emargina o spinge all’autoesclusione i non corrotti dalla politica istituzionale e dai mercati economici.

Nel 1980 Italo Calvino faceva dono al Paese  di un Apologo sull´onestà nel paese dei corrotti che iniziava:   «C´era un paese che si reggeva sull´illecito».  Talmente profetico che sembra scritto oggi e talmente amaro da far sembrare solo disperata l ´insistenza dell´ultimo Berlinguer sulla diversità comunista, non più orgogliosa sottolineatura di una solida realtà quanto l´appassionato e quasi angosciato appello ad un dover essere, l´aggrapparsi ad un elemento che vedeva scolorirsi sotto i suoi occhi.

Altro che mele marce, le pretese diversità  appaiono oggi reperto archeologico  e forse è vano interrogarsi sulle modalità del loro incrinarsi ed esaurirsi. Perché appare evidente che la classe politica non ha voluto e non vuole riconoscere e combattere la diffusione della corruzione e dell’illegalità, identificarla come emergenza che ha contribuito alla crisi economica, da affrontare con misure mirate e severe sia legislative che politiche. Affrettandosi anzi a stigmatizzare come qualunquistica “antipolitica”  le critiche e il malessere che ha sempre di più scavato il solco tra cittadini e istituzioni.

È che la visione “pragmatica” e personalistica della politica, l’accettazione del primato ineludibile del profitto hanno ridotto le barriere morali  contro l’illegalità diffusa.

 Le richieste di trasparenza e pulizia si sono fatte sempre  più rare e la fascinazione anche nella sinistra per la dottrina neo liberista –   con la conseguente riduzione del ruolo del pubblico rispetto al privato, privatizzazioni e deregolamentazioni – ha indotto una concezione minimalistica e mercantilistica della politica.   E promuovendo una lettura aberrante che attribuiva le colpe della corruzione all’intervento pubblico, così che i politici di professione vengono stigmatizzati e gli imprenditori passano per vittime.

Mentre è orrendo ma vero che si tratta di un sistema di reciprocità cui non sfuggono i cittadini: i disastri ambientali degli ultimi giorni sono esemplari del circuito omertoso di richieste, offerte, complicità, favori, prebende promossi dal clima diffuso di tolleranza anzi di accettazione partecipata dell’illegalità. E peggio ha fatto la “corruzione delle leggi”: rendendo legittime e ripetibili all’infinito e a tutti i livelli le più illiberali e inique licenze, addirittura pietose e compassionevoli quando illudono i cittadini di aiutarli a accedere in via privilegiata e opaca a diritti inalienabili.

Qualcuno dice e credo sia così, che clientelismo e  corruzione  non sono categorie residuali e  retaggi di un  carattere nazionale, il familismo, ma elementi che si reinventano continuamente in una distorta modernità. E che la nazione mite è diventata una nazione accondiscendente alla corruzione quando si afferma la convinzione generalizzata che per ottenere un appalto, ma anche una licenza edilizia, una concessione, un permesso bisogna addomesticare un controllo, imbonire un funzionario, avere un aggancio e telefonare a Bisignani.

Mani pulite non ha saputo  lavare l’onta e la slealtà delle mani impunite: Roma e Milano non sono le capitali corrotte se è l’infezione a fare l’unità d’Italia.