Berlusconi è in crisi, finalmente: dopo due anni di favole, la realtà bussa anche alla sua porta con rintocchi così forti da generare inquietudine anche tra i servi sciocchi. Le dimissioni di Brancher testimoniano di difficoltà profonde, mentre gli scontri di questi giorni sulla manovra ci dicono che il Cavaliere comincia ad essere visto nella sua realtà: il tappeto di rappresentanza dove un blocco sociale ormai diviso ha nascosto la sua spazzatura etica ed economica.

Ma il caimano non ha perso i denti e la vasta cricca di affari e di interessi che gravitano attorno a lui direttamente o al suo ruolo politico sono ancora forti e non hanno nessuna voglia di farsi da parte, nonostante le reali condizioni del Paese siano ben più critiche di quanto non appaia. Quindi  la battaglia sarà ancora lunga e durissima.

Ora le opposizioni (comprendiamoci per ipotesi anche Fini) fanno benissimo a immaginare e a lavorare per un’alternativa, a parlare di governo tecnico, sia pure con prospettive diverse. Purché davvero non pensino, come temo, di potersi liberare di Berlusconi e del berlusconismo con una semplice operazione parlamentare.

Un governo tecnico avrebbe un senso se, oltre a salvare dal disastro i conti pubblici e il Paese dallo sfascio a cui lo stanno portando alcuni applauditi cialtroni brizzolati , facesse almeno due cose necessarie per dare un senso al suo lavoro e un po’ di democrazia sostanziale alle prossime elezioni politiche: la risoluzione del conflitto di interessi e la riforma della legge elettorale. Insomma un’opera di liberazione.

Quindi la cosa si farebbe veramente difficile nei numeri, visto che Casini è indeciso se accettare o no la proposta di acquisto che certamente gli perverrà dal Cavaliere con l’avallo e i consigli del parentado.

Ma a parte le questioni aritmetiche sarebbe davvero una delusione avvertire che esiste un cento politico che pensa di emanciparsi da 15 anni di berlusconismo senza appoggiarsi strettamente a un movimento di popolo e che tutto si possa svolgere dentro il Parlamento col pallottoliere in mano.  Paradossalmente per fare ciò che un governo tecnico sarebbe chiamato a fare occorre avere le spalle robuste e sorrette da un consenso che nasce dal basso e che si esprime senza le inibizioni del moderatismo a tutti i costi che ci ha portato anno dopo anno sulle coste del sudamerica. Perché quel governo, tecnico solo per definizione, dovrebbe portare avanti il solo programma politico degno di questo nome da vent’anni a questa parte.

Quello che occorre è un riscatto e un rigenerazione, qualcosa che ripulisca il Paese dai veleni morali e materiali che lo stanno soffocando e impoverendo.

E se le opposizioni non capiscono questo dato elementare non saranno in grado di fare ciò che dovrebbero nemmeno con tutta la buona volontà. Si condannerebbero ad essere una parentesi prima del punto del punto e a capo.