Annunci

Archivi tag: Tortura

I benemeriti di Firenze

Anna Lombroso per il Simplicissimus

I fatti sono noti. Firenze, due americanine – quante ne abbiamo viste nei film anni ’50, ugualmente esposte ai rischi della sindrome di Stendhal e all’abuso di Chianti?, dopo una tumultuosa serata in discoteca accettano il passaggio di due “garbati” carabinieri in divisa che si offrono di accompagnarle a casa con la “gazzella”. Poi arrivati là, parcheggiano l’auto di servizio, avvisano la centrale che sono impegnati in un controllo e cominciano a “prendersi dei passaggi” sempre più aggressivi con le ragazze prima in ascensore, poi in un rapporto sbrigativo  quanto violento, sul pianerottolo.

Una volta entrate nell’appartamento, accolte dalle compagne di stanza le due ventunenni paradossalmente extracomunitarie si rivolgono alla polizia che avvia il protocollo rosa per gli stupri. E con grande imbarazzo dell’Arma e della ministra l’accusa dei due ora indagati è di violenza.

A rischiare una diagnosi di sociologia un tanto al metro, possiamo dire che si tratta dell’ennesimo caso che dimostra la difficoltà che l’integrazione in un contesto civile, in una società matura, in una cultura attenta alla dignità e all’uguaglianza di genere incontra sia presso etnie allogene che tribù locali. Perché viene da pensare che i due carabinieri si siano persuasi proprio come certi branchi colorati che parlano altri idiomi, ma allo stesso modo frugano i coroi, minacciano, prendono a schiaffi e pugni per consumare un po’ di sesso  gratis, che l’esprimersi di libertà, qualche innocente trasgressione, un abbigliamento disinvolto autorizzino un approccio che non ha bisogno di consenso, anzi  che sia un invito, addirittura che sia una provocazione  e una sfida alla mascolinità da raccogliere per confermare la proprio identità e forza virile.

Come mi è già capitato di scrivere (anche qui https://ilsimplicissimus2.com/2017/09/04/attente-alluomo-nero/  e qui https://ilsimplicissimus2.com/2017/05/13/serracchiani-meglio-lo-stupro-strapaesano/) c’è poco da cercare rincuoranti differenze e rassicuranti gerarchie criminali tra stupratori indigeni e forestieri, tra quelli perpetrati da sconosciuti e quelli prodotti da amici e  famigliari. Alla base c’è sempre l’istinto predatore, la concezione della donna come di una risorsa da consumare perfino con più gusto se di dibatte e chiede pietà in modo da riconfermare potenza e supremazia, la percezione che si tratta di roba propria che si può alternativamente difendere in qualità di proprietà e profanare, maltrattare e distruggere, che il dio cui si guarda sia Allah o Domineddio.

Così ci sarebbe da suggerire che il piano per l’integrazione che il Viminale si accinge a predisporre per governare l’invasione straniera, si annoverino corsi di italiano anche in favore di amministratori leghisti, programmi di “galateo” diretti sì a forestieri ma pure a  connazionali, ispirati a relazioni mature e rispettose con l’altro sesso, per non dire di robuste lezioni di educazione civica per chi desidera prendere la nostra nazionalità ma soprattutto per chi ne rinnega il valore e di popolo e le radici, sia quelli di Forza Nuova, rappresentanti politici, governanti o forze dell’ordine sleali che allo stesso modo tradiscono il loro mandato-

Perché un’aggravante c’è nel comportamento dei due carabinieri, che hanno usato la divisa per accattivarsi fiducia per poi intimidire e minacciare, che proprio come succede con la tortura, si fanno forza e esercitano sopraffazione nei confronti di chi si affida o viene posto sotto la loro protezione e tutela. Ugualmente, anzi peggio, di quanto si consuma grazie all’abuso di autorità di un medico, di un insegnante, di un educatore, di un prete, perché a compiere un crimine odioso oltraggiando la persona e la legge è chi è incaricato di farla applicare. Che in questo modo rompe il rapporto di fiducia tra stato e cittadini, la speranza che ci sia giustizia, l’illusione che la libertà nei pensieri e nei comportamenti sia rispettata e tutelata.

Annunci

Mondo Matrix

matrix-434036_960_720E’ straordinario il modo con cui sui canali televisivi di Sky e della Fox il mito americano venga alimentato a tutto campo, senza tralasciare nulla, sia cantato persino attraverso ridicoli reality motoristici in cui si celebrano le musce car d’antan, ossia auto di serie incapaci di tenere la strada oltre gli 80 all’ora in caso di curva, ma innestate con motoracci basici resi però potenti dalla assurda cubatura. Insomma l’antitesi dell’ingegneria e il trionfo della persuasione occulta messi sull’altare dell’onnipotente Zio Sam come puttini berniniani. Ma tutto questo non che una delle infinite appendici di un mondo divenuto propaganda, privato di verità e trasformato in pura rappresentazione che certo ha conseguenze molto più importanti dei motori, impregna l’immaginario delle nuove generazioni in ogni direzione, è la benda sugli occhi che impedisce di vedere il baratro confondendolo con solido cemento.

A guardare con attenzione dentro questo scenario di cartapesta ogni cosa si sgretola e l’unica impalcatura resistente è la percezione della cattiva coscienza, la stessa che porta la Cia a dire che il dossier sulle torture inflitte dopo l’11 settembre dall’agenzia stessa, è stato accidentalmente distrutto. E c’è caso che dopo settant’anni di scenari a senso unico qualcuno pure ci creda o faccia finta di crederci, paghi ancora una volta gli interessi al cravattaro ideologico per quel debito contratto settant’anni fa. Anche se pure quello è una mezza truffa che da qualche anno sta diventando evidente con il tentativo di escludere la Russia dal novero dei vincitori del nazismo: è ben noto agli storici che l’80% abbondante delle perdite tedesche in uomini e mezzi si deve all’armata rossa e solo il rimanente a quelli che si accreditano come liberatori unici. Ma insomma abbiamo ormai per verità di fede che gli Usa abbiano vinto la guerra di Corea quando ne sono usciti per il rotto della cuffia, grazie a un’informazione che fa solo propaganda  non conosciamo la figuraccia del dispositivo militare Nato nei Balcani, non abbiamo idea di quanti aerei e mezzi sofisticati siano stati distrutti dalle armi obsolete dei Serbi e  pazienza che portiamo sul petto l’immaginetta di piazza Tienanmen credendo che il tentativo di golpe dell’ex primo ministro Zhao Ziyang in Cina sia stata  una rivolta popolare anticomunista schiacciata nel sangue.

Di certo la rete ha aperto un nuovo capitolo nella costruzione di questo mondo matrix, visto che le notizie opportune possono essere preparate accuratamente e sparate come se provenissero da insospettabili singoli, fossero frutto di intere collettività di internauti o testimoniate da video anonimi come accadde per quelli girati nel 2011 nel Qatar con l’arrivo dei ribelli in Piazza Verde a Tripoli, prontamente diffuse in tutto il mondo da Sky che forse non era nemmeno del tutto estranea al loro confezionamento. Sebbene sia una tecnica efficacissima del resto mutuata dalla esperienze di pubblicità nascosta, a  volte bisogna rimpinguare il virtuale con una realtà di scena come accadde nel 2011 in Siria con l’allestimento di un intero villaggio riempito da militanti del sedicente Esercito siriano libero e da una piccola popolazione acclamante: furono i turchi ad organizzare l’invio in loco di giornalisti occidentali perché toccassero con mano che l’opposizione ad Assad non era un invenzione occidentale. Tutto perfetto se non fosse state per un incidente: il giornalista spagnolo Daniel Iriati riconobbe tra i militanti il  leader di A Quaeda in Libia, Abdelhakim Belhaj e Mahdi al-Harati, un personaggio libico irlandese, legato alla Cia e uno dei comandanti della rivolta contro Gheddafi.

Allo stesso modo adesso ci si vuol far credere che gli Usa, tramite la Nato che di fatto non è che un bizzarro nome de guerre dei primi, ci tengono tanto a difendere l’Europa dalla Russia da imbastire  dal Baltico al Mar nero tutta una serie di dispiegamenti avanzati, ovviamente pericolosissimi per la pace, ma necessari per la difesa del continente. Bene sappiatelo è una balla stratosferica: qualunque esperto militare vi potrà dire che i presidi avanzati servono a poco quando il territorio è in balia dell’avversario e il Baltico assieme alla parte settentrionale del mar Nero lo sono visto che Mosca può spazzare via qualsiasi ombra di nave o aereo in poche decine di minuti. Certo anche i russi mentono quando dicono che queste poche truppe in prossimità dei loro confini costituiscono un pericolo al quale bisogna rispondere. Ma in questa battaglia di contrapposti pericoli la menzogna Nato ha una gravità strategico – politica molto più pesante: tende a far credere per implicita correlazione che una eventuale guerra avrebbe un carattere territoriale con un fronte e le seconde linee e le retrovie, mentre i conflitti  moderni con armi di gittata enorme, hanno per l’appunto la caratteristica di spazzare via queste distinzioni, di avere un solo fronte sebbene a diversa intensità.  E questo assieme a un’insensata fede nella superiorità americana, molto evidente nei film e in tv al pari delle meraviglie delle muscke car, crea come dire, una sorta di  assopimento critico e quasi di noncuranza. All’opinione pubblica europea viene suggerito che Washington si sta sta sacrificando per l’ipotetica difesa di un continente che in realtà con la Russia vorrebbe avere solo rapporti commerciali, mentre la sta mettendo in prima linea, per farne il territorio sacrificabile della sua guerra.


Poliziotto buono, poliziotto cattivo, politico di m..

downloadAnna Lombroso per il Simplicissimus

L’ultima volta  le avevamo viste sotto forma di travestimenti per attizzare fuochi dormienti, riportare a bollore spiriti intiepiditi, riaccendere sensi intorpiditi cui non bastano  pilloline azzurre,  insieme a grembiulini da festose chellerine, uniformi da maliziose infermiere, le più adatte in considerazione dell’età media e degli acciacchi degli irriducibili utilizzatori finali.

Possiamo immaginare dunque che  Salvini sia stato invitato a mangiare gli avanzi di una cena elegante imbandita per celebrare sobriamente la rinascita della grande destra, minacciata da quella ancora più grande che fa capo a Renzi, abbia frugato negli armadi dell’ormai sinistro villone di Arcore e abbia sostituito il suo repertorio di felpe con una divisa da poliziotto, rimasta là in naftalina a imperituro ricordo di giorni spensierati e capricciosi.

Il fatto è che anche il leader della Lega ha in animo di ravvivare qualche fuoco, ridare vigore a istinti incendiari che ricordano con nostalgia e affetto antiche fiamme, tonificare certe passioni “ingiustamente” criminalizzate: per l’olio di ricino, le spedizioni punitive, i manganelli, gli spioni di palazzo, le botte a chi la pensa diversamente e le ruspe per chi è costretto a vivere diversamente, opponendo l’ordine delle botte, della paura, dell’intimidazione e del ricatto al vivere solidale e armonioso, alla coesione sociale, al ragionare insieme, che sono poi l’insidia più minacciosa per chi ha fatto del timore degli altri, del rancore, dell’invidia, della denigrazione, della sopraffazione, della violenza pilastri di una ideologia aberrante che aspira diventare sistema di governo. Grazie alla cancellazione ormai ampiamente condivisa di una carta costituzionale che aveva i suoi fondamenti sulla tutela dei diritti, sui valori del lavoro e dell’autonomia delle persone, sulla libertà in tutte le sue declinazioni.

E infatti si rivolge a quelli del  SAP, SAPPE, SAPAF, CONAPO, COISP, CONSAP, UGL Forestali, COTIPOL, perfino ai gruppi di Facebook, insomma alle sigle di quelli che applaudono ai massacratori di Aldrovandi, quelli che prendono a calci le ragazzine che manifestano, quelli che ritengono che la tortura sia una procedure un po’  esuberante ma legittima addirittura pedagogica per ottenere informazioni o di mettere in riga disubbidienti, parlando alle pance e alle tasche che i governi ai quali ha attivamente partecipato hanno  contribuito a affamare e svuotare, tirando fuori il peggio di quello che alberga in corporazioni ma anche in cittadini “in borghese” che vedono nella democrazia un pericolo per quell’autoritarismo liberticida che ritengono li possa meglio garantire: razzismo, xenofobia, condanna di comportamenti e inclinazioni non “conformi”, fastidio per l’espressione di opinioni differenti, risentimento nei confronti dello stato e delle istituzioni.

E  non è mica solo, anche se finora è stato l’unico a osare la solidarietà en travesti e anche l’unico che può manifestare in divisa: a Roma il 15 c’era il fior fiore del riscatto della destra contro un governo diversamente di destra, schierati contro un paese “anormale” che “finanzia” con inique regalie  stranieri e carcerati, Gasparri, Meloni, e poi Carlo Giovanardi, Nunzia Di Girolamo, Daniela Santachè, Laura Ravetto. Tutti quelli che hanno fatto delle divisioni, dell’ostilità, del rancore, dell’inimicizia un sistema di governo della complessità, non poi diverso dai sistemi di governo tout court che ci ha abituato a considerare inevitabile la trasformazione dei diritti in arbitrarie elargizioni, il ricondurre competenze a funzioni a figure accentratrici e la politica a personalismi.

È che a forza di perseguire la pratica del dividere per meglio comandare, hanno contribuito perché ci fossero anche due polizie, una “buona” che, sia pure con un cammino non sempre lineare e con qualche autocritica, sta perseguendo un processo di democratizzazione, fatta di operatori che con onestà fanno il loro lavoro, che stanno appostati dentro una panda senza la divisa usurpata da Salvini, per difendere i cittadini dal racket e un balordo gli spara contro, quelli contro cui insorgono quartieri maledetti quando vanno a arrestare malavitosi, quelli che – come diceva Al Pacino in un avvincente thriller – non ci piacciono, non li frequenteremmo, ma diventano nostri amici quando ci derubano, minacciano le nostre vite e i nostri beni.

L’altra “cattiva”, convinta che l’incarico e la missione assunta per pochi soldi e magari anche col rischio della vita, siano eseguire comandi che vengono dall’alto senza discussione e senza responsabilità, reprimere ancor prima di prevenire, secondo graduatorie e gerarchie che mettono al primo posto un bancomat piuttosto che l’integrità delle persone, il diritto di passeggiare sul corso più che quello a manifestare critica e ad esprimere pensiero e collera legittima. E che scelgono protezioni in alto e assicurano consenso in cambio dell’autorizzazione a dare sfogo a frustrazioni, animosità, sopraffazione sentendosi dalla parte del giusto.

Anche Omero sonnecchia e non sempre Pasolini ha ragione: non c’è giustificazione per chi deve tutelare garanzie e diritti e invece esercita quello a essere risarcito delle proprie origini, delle proprie mortificazioni menando chi gli pare  stia meglio  e immeritatamente, lavoratori, studenti, donne, cittadini che protestano per la salvaguardia di beni comuni, e che intanto godono di un privilegio in più, quello di scioperare e  manifestare.

Sarà bene non sottovalutare ancora un volta il folklore pittoresco della Lega, il gusto del vintage della destra storica perché non è certo cosa nuova che si prestino comunque a dare una mano ai governi in carica, quando occorre, a condizionarne maggioranze e programmi o nel caso attuale tweet e slide, a partecipare dei fasti del regime in cambio dell’inamovibilità su poltrone inchiodate nelle stanze del potere.

Abbiamo lasciato troppo soli gli operai di Pomigliano e Mirafiori, gli operai dell’Ilva e i cittadini di Taranto, gli insegnanti precari, i ragazzi dei call center, i disabili colpiti dai tagli del Welfare, i sindacati beffati dal governo, i sorveglianti del Colosseo, quelli del no triv, no tav, no expo, no canali, no grandi navi, insomma quelli del no alla cancellazione della democrazia attraverso impoverimento, erosione di prerogative e certezze, espropriazione di partecipazione alle scelte, incremento delle disuguaglianze. Sarà bene non lasciare soli i tutori della sicurezza, quelli che in piazza si trovano davanti i loro figli, i loro padri, le loro mogli, i lavoratori come loro, i disperati venuti da fuori come magari sono stati i loro nonni e come potrebbero diventare i loro nipoti, non possiamo permetterci una polizia che non è fascista soggetta alle blandizie o alle intimidazioni di un ceto politico che lo è, per tradizione o per inclinazione, per continuità con i vizi di regimi passati che sono rimasti vivi, come fiumi sotterranei che riaffiorano: corruzione, rapina, sopruso, ipocrisia, servilismo a padroni, anche quelli sempre gli stessi, coi loro bavagli, i loro bastoni, le loro carote, sempre meno dolci, le loro menzogne, sempre più tossiche, i loro travestimenti sotto i quali ci sono sempre le stesse abitudini allo sfruttamento e alla prevaricazione.


Il Paese dei quattro Cantoni

expoquattrocantoniSe c’è una cosa che riesce agevole in questo Paese è essere profeti di sventura: i meccanismi con cui si tiene in piedi l’ideologia dell’ottimismo sono talmente vecchi, usurati e scoperti che possono depistare solo i ciechi o chi fa dell’autoinganno la propria ancora di salvezza, il proprio alibi. Così non ci voleva molto a capire che l’operazione Cantone, per tamponare in qualche modo gli scandali dell’expò e sterilizzare la reazione dell’opinione pubblica, era un mezzuccio, una sorta di marchingeno teatrale. Anzi la cosa era scritta nero su bianco non appena si usciva dall’enfasi mediatica e si andavano a leggere le clausole in piccolo.

E infatti ieri se ne avuta dimostrazione con la conferma di una gara di appalto in Sicilia per un centro “gestione” dei richiedenti asilo che era finito nell’occhio del ciclone dopo lo scandalo di Mafia Capitale: uno dei consulenti del centro era infatti Luca Odevaine. Tutta la vicenda è raccontata qui ma la sostanza è che un ricorso fatto a suo tempo presso l’Autorità Anticorruzione, per annullare la gara d’appalto, è finito in nulla perché il parere di questo organismo non è vincolante. Circa un anno fa (qui) avevo scritto, fra il tiro a pallettoni dei bracconieri di gufi, un post contro i giochini del baro Renzi che appunto costruiva una moralità di cartapesta – con tanto di eroe chiamato a sconfiggere il male, ma con armi di cartone – aperta  ad ogni lottizzazione e forzatura politica. Qualcosa che ha trovato conferma mesi dopo con l’affaire De Gennaro che ha visto Cantone scendere immediatamente in campo a favore del capo della polizia al tempo della Diaz  mostrando di essere più che una medicina un belletto per nascondere le piaghe dell’Expo,un San Giorgio in cartolina.

E’ la stessa cosa che accade con la tanto sbandierata legge contro gli ecoreati che risulta così ambigua da costituire un condono aggravato e continuato nei confronti dei grandi inquinatori, scardinando i processi in essere e impedendone di futuri: i disastri ambientali saranno reati  solo se causati “abusivamente” ossia se chi li genera non ha autorizzazione a produrre o a funzionare. Ma di certo l’Ilva o l’Eternit  non sono e non erano abusive e avevano tutte le autorizzazioni del caso. Questo senza dire che la necessità imposta di lunghi studi per accertare in maniera inequivocabile il reato, secondo la gaya scienza del liberismo multinazionale, ma asolutamente ridicolo per la scienza vera e l’ambiguo meccanismo di ravvedimento operoso, rendono in pratica quasi inapplicabile la legge stessa, impunibili i rei e impossibile la tutela e la difesa dei cittadini.  Pochi si sono accorti del trabocchetto e molti hanno finta di non accorgersene, hanno taciuto e applaudito il valore puramente simbolico della legge. Così come molti gongolano perché “adesso c’è una legge”, non riuscendo a immaginare che in questa Italia e in questo quadro da Ttip, spesso è proprio la norma che definisce il reato a renderlo impunibile e a ridimensionarlo eticamente eclissando gli effetti di devastazione ambientale, di attentato alla salute o di morte e portando in primo piano il balletto delle procedure.

Questo vale pure per la famigerata legge sulla tortura o il decreto sul femminicidio, tanto per citare le normative più note di tutta una produzione legistlativa del medesimo tenore: tutti provvedimenti retorici che inaspriscono le pene per rendere poi , l’accertamento del reato difficoltoso, impossibile o indefinibile. Non è certo solo un caso: in una società liberista a democrazia ridotta o puramente formale, dove la libertà di impresa e l’intoccabilità del profitto costituiscono il centro dell’agire sociale e fanno aggio su qualunque cosa, queste dinamiche sono assolutamente normali. Ciò che le contraddistingue nel nostro Paese non è tanto l’intenzionalità di fondo quanto semmai il modus operandi truffaldino divenuto tipico di un milieu politico coperto dai media oltre la decenza, la difesa attiva della mentalità corporativa e del notabilato, il moralismo ipocrita che fa da schermo all’immoralismo palese.

Insomma si gioca perennemente ai quattro Cantoni, senza che mai nessuno si rifiuti di essere specchietto per le allodole. E si sa che è un bel problema per gli specchietti guardarsi allo specchio.


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: