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Archivi tag: Tortura

Torturatore felice e contento

tortureDi solito l’ignavia etica si accompagna all’ipocrisia, alla doppia morale che si regge sull’argilla dei sostegni retorici, altrimenti chiamati “valori”, ma anche, se non soprattutto, all’ottusità, cosa questa difficile da vedere con chiarezza in un Paese che adora e invidia i furbetti sotto ogni forma o incarnazione. Così nelle confessioni del torturatore della Diaz che “lo rifarebbe mille volte” tutti questi aspetti ricorrono e s’intrecciano, facendo baluginare anche tratti che purtroppo divengono generali e non sono confinati nell’area della devianza morale e delle sue coperture istituzionali.

Il poliziotto, del tutto ignaro del significato dello stato di diritto, evidentemente convinto di essere parte di un’organizzazione politica e non di un corpo a tutela di tutti i cittadini, ci mostra l’orribile codardia del suo modo di essere: perché mentre dice che le torture alla Diaz hanno  “rispettato tutte le norme, le leggi e le prassi” si lamenta del fatto che le denunce successive siano dovute all’ eccesso “di rispetto di norme, leggi e prassi”. Insomma un grottesco ribaltamento delle cose per scaricare ogni responsabilità che fa il paio con la solidarietà nei confronti delle vittime, così assurdo e bugiardo da gridare vendetta: la capacità di auto assoluzione cresce in misura esponenziale ai peccati. E cerca, pretende nei meccanismi gerarchici una complicità non solo corporativa, ma stimolata da una sostanziale identità diciamo così valoriale.

Tutto questo salta agli occhi e al naso, però c’è anche un altro punto interessante  di questo autodafé del torturatore felice e legalizzato che galleggia nella corrente ed è qualcosa che sia pure espresso dentro una sub cultura demenziale fa parte di un’ottusità assai diffusa e che viene presa a spunto per le azioni successive:  “Quello che volevamo era contrapporci con forza, con giovane vigoria, con entusiasmo cameratesco a chi aveva, impunemente, dichiarato guerra all’Italia, il mio paese, un paese che mi ha tradito ma che non tradirò”. Vabbè retorica fascista e ipocrita da quattro soldi , ma ciò che sorprende è che a 13 anni di distanza il personaggio non abbia ancora capito che proprio lui stava dalla parte di chi aveva dichiarato guerra all’Italia. E che erano proprio i globalizzatori riuniti in consesso per dare avvio alla riduzione della democrazia attraverso l’euro e la sottrazione di sovranità: dalla parte dell’Italia e della dignità ci stavano semmai i manifestanti, non i boiardi di stato asserragliati nel loro barnum ultraliberista.

Che non lo abbia ancora capito questo tipo di poliziotto con il suo miserabile medioevo mentale passi e passi pure che se ne faccia vanto senza che i superiori si degnino di intervenire. Ma questo è possibile anche perché sono ancora in molti che non lo hanno capito: quelli stessi che oggi seriamente credono ai tesoretti pre elettorali usciti dal cilindro delle previsioni sballate  sul deficit previsionale. Anzi sono ormai costretti a crederlo per evitare la consapevolezza del disastro economico e della scomparsa progressiva della democrazia che non vogliono vedere per non essere costretti a darsi torto. esattamente come quella farsa di poliziotto fascistone da social dell’orrore. E infatti è proprio questa massa volontariamente assente dal terreno della consapevolezza a torturaci politicamente.

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Corte, cortigiani e corta memoria

images (1)Quattro passi nel delirio. Anzi nell’incubo di un Paese che non teme il grottesco e il ridicolo, che oppone facce di tolla o di bronzo a ogni richiamo alla ragione, all’etica e in definitiva all’onestà del discorso. Dopo 14 anni dai fatti di Genova, dopo aver sostanzialmente fatto di tutto per minimizzare la sospensione di civiltà avvenuta attorno al G8 e nascondere qualsiasi responsabilità della catena di comando, ecco che il potere si cosparge il capo di cenere. La sentenza della Corte europea per i diritti dell’uomo con la condanna esplicita dei fatti della Diaz e delle facili assoluzioni o condanne marginali avvenute grazie alla mancanza di una legge sulla tortura, ora spinge qualcuno a chiedere le dimissioni di De Gennaro – all’epoca dei fatti capo della polizia – dalla presidenza di Finmeccanica.

Ora è impossibile non vedere i tratti farseschi, strumentali, opachi che sguazzano in questo tardivo “pentimento” di alcuni e nella difesa ad oltranza della violenza di stato da parte della gentaglia berlusconiana, non si può fare a meno di ammirare il grande indignato Orfini, per la sua straordinaria capacità di ipocrisia: dopo che i dem si sono tenuti senza fiatare de Gennaro come capo della Polizia per altri 6 anni dopo i fatti di Genova, dopo averlo fatto capo di gabinetto del ministero degli Interni con Prodi, dopo averlo spinto come direttore del dipartimento delle informazioni per la sicurezza, dopo averlo accolto come sottosegretario con delega alla sicurezza della Repubblica sotto Monti, ora il voltagabbana multitasking del Pd ne chiede le dimissioni da Finmeccanica simulando che vi sia ancora un qualche sussulto di indignazione nel partito della nazione, una sorta di contrazione automatica della rana di Galvani.

Intanto si dovrebbe spiegare al Paese a che titolo  De Gennaro sia finito a capo dell’ultima azienda pubblica rimasta: se in virtù di capacità manageriali e imprenditoriali mai espresse prima, se a ricompensa per il lavoro svolto e come garanzia di tutela per i suoi grandi elettori, se per inconfessata natura della stessa Finmeccanica. Poi ci si dovrebbe domandare seriamente come sia possibile che egli ( sempre in posizione di potere) sia stato prima assolto in relazione alle vicende del G8, poi condannato in appello  per istigazione alla falsa testimonianza nei confronti dell’ex questore di Genova Francesco Colucci e infine completamente scagionato “perché i fatti non sussistono” mentre il medesimo Colucci è stato condannato per falsa testimonianza in favore di De Gennaro.

Tutto questo restituisce un’immagine orribile del Paese totalmente in mano a ristretti clan e camarille di potere, che di certo non viene scalfita o riscattata dalle grida di dimissioni lanciate dai cuor di leone del Parlamento: queste anzi suonano come l’ennesima beffa della casta politica. La quale non ha mai prodotto una una legge contro la tortura e anzi ne sta per discutere una dove ai buoni propositi fanno da contraltare pessime pratiche da barocco pandettaro che di fatto renderanno impossibile l’accertamento del reato, specie se questo dovesse essere commesso da pubblici ufficiali.

Infine, ultimo tocco di questo universo dell’assurdo, mi preme notare come i media dell’establishment di potere fanno pensare al povero lettore che la Corte europea per diritti dell’uomo abbia a che fare con la Ue e rinvii perciò a un ruolo benefico di Bruxelles che ci salva e ci emenda dai nostri errori. Però la corte con c’entra nulla con le istituzioni comunitarie, è un’emanazione del Consiglio d’Europa organismo del tutto diverso, del quale fanno parte anche Paesi come la Russia o la Turchia. Anzi la Ue in quanto tale non ha ancora firmato la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, sulla quale si basa la Corte, nonostante ne abbia la possibilità fin dal 2009.

 


Tortura. L’Inquisizione europea ci condanna

Anna Lombroso per il Simplicissimus

La corte di Strasburgo ci condanna per una delle pagine più vergognose della storia del nostro dopoguerra.

Ed è giusto.

Se facessi della satira direi che possiamo essere ottimisti sulla prossima riprovazione europea per un’altra scuola sede di oltraggi, quella pubblica oggetto di una riforma governativa. E che a proposito di torture forse l’alta corte prenderà in seria considerazione il biasimo per alcune delle misure del Jobs Act.

Ma ho esaurito qualsiasi forma di giocosa ironia nei confronti di un’espressione monetaria che si erge ad autorità morale, esercitando la sua disuguale pedagogia, punitiva nei confronti di popoli retrocessi allo status di ragazzacci spendaccioni e scavezzacolli, assolutoria invece con quelli che palesano ubbidienza ai suoi criteri e diktat. Che ci fa oggetto di deplorazione per il respingimento di rifugiati e immigrati, quando per prima condanna ad esclusione e miseria di risorse e prerogative interi popoli entro i suoi stessi confini. Che, come ho scritto non più tardi di ieri, ci critica per la generalizzata corruzione che ha trovato il suo teatro privilegiato nelle procedure di aggiudicazione dei lavori delle grandi opere, finanziando con risorse comunitarie alle quali abbiamo tutti contribuito, attori inquisiti, inquinati, incriminati, grazie a campagne di project bond “dedicate”  a  soggetti e cordate segnalate perfino dalle nostre autorità giudiziarie e di controllo. Che condanna la manovalanza, i garzoni della macelleria di Pigs, schierandosi al fianco, anzi un gradino più giù, piegata al volere dell’autonominato sceriffo del mondo, con le sue guerre umanitarie, le sue esportazioni di democrazia passate per le armi, le sue camere di tortura istituzionali a Guantanamo, le sue sedie elettriche e iniezioni letali. Per non parlare della dichiarata abiura dai principi  e dagli obiettivi della proclamata e sempre slealmente tradita Europa dei diritti, che ormai ha dichiarato guerra a dignità delle persone, tutela dell’ambiente, garanzie del lavoro, accesso paritario a assistenza, cure, rispetto della inclinazioni e bisogni, uguaglianza dei sessi, tutte componenti sacrificate al profitto e al mercato.

È giusto, però, perché l’Italia come  la Turchia ed altri pochi altri, non si è dotata di una legge contro la tortura. Così non sono puniti per legge i salariati della violenta sopraffazione, tanto che la condanna nazionale per i fatti della Diaz riguarda il reato  di falso aggravato, l’unico  scampato alla prescrizione dopo 11 anni, in relazione ai verbali di perquisizione e arresto a carico dei manifestanti, rivelatisi pieni di accuse infondate. Ma c’è da dubitare che una legge vada oltre la punibilità di addetti a scannatoi ammessi, tollerati, clandestini, mai dichiarati, per arrivare a mandanti, carnefici d’ufficio, quelli che, come è tradizione di stati di diritto che hanno rinunciato ai diritti, oltre che alla sovranità statale, sfuggono sempre, non conoscono l’onta dei tribunali, respingono ogni responsabilità, a cominciare da quelle politiche e che se vengono rimossi è per essere promossi a più remunerativi e prestigiosi incarichi.

È giusto. Una legge contro la tortura è necessaria. Necessario sarebbe però applicarla. Perché è ormai uso corrente promuovere legislazioni pensate e disegnate per essere disattese da un pubblico di inviolabili ed  intoccabili, perlopiù predisposte  dalla casta dispotica dei nuovi sacerdoti della giurisprudenza, quel ceto costituito da giuristi e avvocati, dai grandi studi internazionali che redigono principi, valori e  regole del diritto globale su incarico delle multinazionali,  per riconfermare quella mercantilizzazione del diritto  e della giustizia che apre la strada alla mercificazione delle vite, delle convinzioni, delle scelte e dei diritti fondamentali.

È giusto. Perché la tortura si esegue proprio nei luoghi dove i cittadini dovrebbero essere più tutelati, quelli nei quali sono affidati allo Stato e ai suoi servitori. E dove chi arriva aspirando e diventare cittadino, perde invece ogni dignità ed identità, per convertirsi in vita nuda, esposta, irrisa, vulnerabile e non riconosciuta.

È giusto. Ancora più giusto sarebbe che la esigessimo noi, prima che ci obbligassero autorità esterne, non autorizzate né autorevoli. Perché è su questo terreno che ci si riscatta, che si riconquista   la democrazia che ci hanno tolto e l’umanità alla quale stiamo rinunciando.


Impara a torturare e diventerai ricco

torture5C’è un nuovo mestiere che va forte e che forse potrebbe appagare gli ottusi idolatri delle start up: quello della tortura. L’indagine del senato Usa sul “servizio sevizie” della Cia è stata resa nota solo in minima parte, quella meno compromettente per Washington e per l’amministrazione Obama in particolare, riguardante 119 casi in cui sono state effettuate massicce “sedute di condizionamento”. E da questo pozzo di nequizie emerge un particolare curioso e desolante: i due supervisori del “programma” iniziato nel 2002, tre anni dopo si misero in proprio, costituendo una società commerciale, la Mitchell Jessen & Associates grazie alla quale hanno intascato fino al 2010 81 milioni di dollari per studiare i migliori metodi di tortura e condizionamento per i prigionieri, peraltro in gran parte basato sull’esperienza di sventramenti e annegamenti che l’agenzia aveva accumulato in Vietnam.

Era un modo munificamente pagato con soldi pubblici per privatizzare le responsabilità e allontanarle dai vertici, come accade quotidianamente con i contractor e accade in tutt’altro contesto in Italia dove i partiti ingaggiano ex tesorieri e portaborse per rimanere formalmente estranei al sistema politica -affari. Si tratta insomma di un sistema cool che promette di avere in futuro un grande sviluppo. I metodi di tortura infatti non servono solo a far confessare ciò che si vuole, ma venivano e vengono usati soprattutto per condizionare le persone e indurle ad accreditare una realtà artificialmente costruita.

Nel caso specifico la Cia si è adoperata – non si sa quanto autonomamente o sotto indicazione politica – ad accreditare la responsabilità di Al Quaeda negli attentati dell’ 11 settembre, presentando “confessioni” che contrastano assolutamente ciò che si è potuto accertare per altra via, così che tutti gli interrogativi sulla dinamica dell’attacco alle torri rimangono tuttora insoddisfatti. Anzi il ricorso alla tortura per costruire una realtà lascia la sensazione che si sia voluto nascondere qualcosa di oscuro. Ma è fin troppo ovvio che una volta dato l’assenso a questi metodi perché non si dovrebbe poter pensare a una loro estensione contro l’opposizione sociale? E di certo l’affermazione di Obama di non voler perseguire ideatori e manovalanza della tortura non lascia molto spazio all’ottimismo. Non si può escludere che le recenti e inaspettate manifestazioni contro le uccisioni a bruciapelo della polizia, talvolta messe in atto anche in ambienti conservatori, riflettano un germe di consapevolezza.

Quindi si può ritenere che la tortura sia uno dei pochi settori in crescita. Un’occasione da non perdere per fare soldi veri. Altro che job act.

 


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