Il termine scacco matto deriva, per ironia del destino, dal persiano Shāh Māt che significa il re è morto. Ma di solito gli scacchisti porofessionisti non arrivano mai all’effettiva situazione in cui il re non può fare alcuna mossa lecita, ma dichiarano forfait quando è evidente che non possono fare nulla per evitare la sconfitta: è considerato scortese arrivare proprio alle ultime mosse. Eppure c’è un re matto che non può tirarsi indietro, nonostante abbia sbagliato le mosse iniziali, ma vuole pervicacemente essere messo all’angolo: il terzo round dei negoziati in corso tra Stati Uniti e Iran a Ginevra descrive perfettamente questa situazione. Dopo tre ore, i colloqui sono stati sospesi per consentire ai negoziatori di comunicare con i rispettivi governi, ma la sostanza del discorso è che Washington non ha nulla da offrire in cambio delle richieste capestro nei confronti di Teheran, ovvero la cessazione totale di qualsiasi arricchimento dell’uranio a scopo civile e la consegna del materiale arricchito. Si tratta di proposte assurde a cui gli iraniani ovviamente non vogliono cedere e che in realtà derivano dal fatto che re Trump è nelle mani di Netanyahu e non può mollare la presa.

Si è messo in trappola da solo come un’allodola accecata dagli specchi: quando è riuscito a rapire il presidente regolarmente eletto del Venezuela, inventandosi l’accusa inedita di narcoterrorismo, ha pensato di poterla spuntare sempre e comunque, è stato facile preda del suo grosso e grasso narcisismo, che non viene certo domato o mitigato dai suoi consigliori, la cui testa è complessivamente inferiore a quella di una gallina. Così ha inviato la sua grande armata a minacciare l’Iran, pensando di gettare nel panico Teheran, ma si è accorto che potrebbe anche prenderle di santa ragione e ora non sa più che fare. Già due volte lo scontro con l’Iran ha visto l’Usai, ovvero Usa più Israele, ma forse sarebbe più realistico chiamare questo amplesso in luogo pubblico Iusa, è stato sostanzialmente perdente nel recentissimo passato con la forzata interruzione delle operazioni a causa dell’esaurimento dei mezzi di difesa aerea e la possibilità che Teheran chiudesse lo stretto di Hormuz da dove passa dal 30 al 40 per cento del petrolio mondiale. Oggi l’Iran grazie ai sistemi russi e cinesi e anche alla ricognizione satellitare delle due superpotenze, è molto più forte rispetto all’estate scorsa e deciso a chiudere lo stretto, operazione già deliberata dal Parlamento in caso di aggressione. Così Trump non può ritirarsi, ma nemmeno attaccare senza rischiare perdite considerevoli e uno sfregio duraturo al prestigio degli Stati Uniti che gli alienerebbero gran parte dell’elettorato americano e probabilmente lo porterebbero all’impeachment. Dovrebbe dare retta ai segni del destino: l’imbarazzante avaria ai cessi della più costosa, più recente e più grande portaerei americana, la Gerald Ford, dovrebbe fargli capire in che guaio si è messo e anche i limiti dalla macchina bellica americana. E magari anche che il morale delle truppe non è alle stelle: è possibile che l’avaria delle toilette sia stato un deliberato sabotaggio da parte di un equipaggio non disposto ad affrontare i rischi di una guerra vera.

Gli esperti militari stanno dibattendo se le munizioni dell’invincibile armata siano sufficienti per due settimane o per una sola, un lasso di tempo comunque troppo breve per quella rivoluzione colorata che l’attacco vorrebbe innescare e che anzi si allontanerebbe di molto proprio a causa dell’attacco. Dunque le carte che ha in mano sono poche e sono tutte scartine: potrebbe forse arrivare a un accordo segreto con Teheran e i suoi alleati di fatto per una sorta di azione militare proforma, tanto per salvare la faccia; oppure, propiziare un accordo di massima che ricalchi il medesimo trattato che egli stesso aveva stracciato nel 2018, ma vendendolo come una grande vittoria; o ancora, potrebbe convincere Teheran a promettere vagamente di non arricchire più l’uranio, una sorta di cambiale in bianco da stracciare il giorno dopo, ma spendibile sul piano dell’immagine. Oddio, la cosa sembra quasi impossibile da smerciare all’opinione pubblica, ma bisogna tenere conto che l’informazione Usa è dal 1995 che continua a vendere l’idea che l’Iran sia a poche settimane dalla realizzazione della bomba atomica. E dunque alla poca accortezza di Trump nel cacciarsi in questo labirinto, corrisponde una incapacità del pubblico americano di comprendere i dati di realtà, immerso com’è nel suo piccolo mondo manicheo che lo protegge dall’avere consapevolezza del ruolo che gli Stati Uniti stanno giocando da troppo tempo, non quello del poliziotto mondiale, ma del bandito planetario armato. O chissà, magari lo sanno e la cosa gli piace un sacco. Ma guai se la rapina fallisce.