Oggi ci troviamo di fronte a due notizie allarmanti, la prima è che l’Iran ha respinto il diktat americano sull’arricchimento dell’uranio, proprio alla vigilia di “colloqui” che Washington intende esclusivamente come una sorta di dichiarazione di resa, pur sapendo che tentare un’azione militare sarebbe molto rischioso e quasi certamente destinata a fallire. Gli spin doctor si sono affrettati a condire questo atteggiamento inventandosi l’abbattimento di un drone iraniano non si sa dove e di che tipo, mentre possiamo essere certi del fatto che un drone di Teheran ha sorvolato incolume la portaerei Abraham Lincoln prendendo un video poi trasmesso dalla Press Tv iraniana. La seconda è la scadenza, ieri, dell’ultimo trattato Start, ovvero il residuo diaframma che ci separava da una crescita incontrollata delle armi nucleari. La Russia ha più volte sollecitato gli Stati Uniti a prolungarlo, ma senza ricevere risposta. Anzi ricevendo da Trump un desolante “Se scade, scade”. Da decenni gli Usa hanno questo atteggiamento di noncuranza: nel 1986 Reagan fece scadere il trattato Salt 2, poi  si sono ritirati anche dal trattato Abm del 2002. Entrambe queste mosse  sono frutto di un bluff  o meglio di quella estraniazione dalla realtà in cui vivono le élite occidentali e che ha la sua origine in America. Sembrerebbe infatti che gli Usa godano di una tale superiorità da poter fare a meno di essere prudenti e dunque di potersi permettere di non tenere a freno la loro tracotanza. Almeno questa è la percezione che pervade il pubblico americano, per la più parte primitivo, ma anche quello europeo che non vuole prendere atto del fatto che Washington non soltanto  non è più intenzionata a difendere il vecchio continente, ma che nemmeno può farlo anche se volesse.

Infatti le carte in mano all’impero che tenta disperatamente di non essere ex, attraverso una serie di mosse azzardate e incoerenti, volte principalmente a disorientare gli avversari, sono davvero molto scarse e mettere sempre nel piatto la propria potenza, non significa affatto che il punto sia a loto favore. Sulle possibilità dell’Iran di resistere ad un attacco Usa che non sia meramente pro forma, abbiamo già parlato. Ma parliamo pure anche degli assetti nucleari. La maggior parte dei silos degli arcaici Minuteman non sono più utilizzabili e devono essere riempiti di cemento, mentre i sottomarini che trasportano i Trident a testata multipla sono di vecchia concezione e gli stessi missili sembra abbiano più di un problema ad essere modernizzati. Circa un anno fa durante un’esercitazione a cui partecipò il ministro della difesa britannico, per poco un Trident III di nuova generazione non gli cascò sulla testa, mentre un altro si diresse verso la Florida, ma fortunatamente si inabissò prima di raggiungerla. Poi ci sono i vecchi B52 e un piccolo numero di bombardieri più recenti in grado di lanciare i Tomahawk, più lenti di un aereo di linea, che potevano essere facilmente abbattuti dalle difese della vecchia Unione Sovietica, figuriamoci ora.

A questo bricolage di modernariato si oppongono le forze strategiche russe, tutte molto recenti, che comprendono il Sarmat in grado di seguire  una traiettoria sub balistica e arbitraria che lo rende difficilissimo da  intercettare e capace di lanciare testate nucleari con i moduli ipersonici Avangard, impossibili da colpire prima che si abbattano sugli obiettivi designati alla velocità di 12 mach. C’è poi il Burevestnik, primo missile a propulsione nucleare, in grado di restare in volo per mesi a bassissima quota prima di colpire. E ancora il siluro a propulsione nucleare Poseidon, che può  rimanere nascosto nelle profondità degli oceani per anni prima di colpire in maniera devastante le coste. D’altra parte la Russia possiede il sistema di difesa aerea e spaziale più avanzato ed efficiente, mentre quello statunitense fa acqua da tutte le parti come è apparso chiaro ancor prima della guerra in Ucraina, quando i celebrati Patriot non sono stati in grado di intercettare i droni degli Houti. Perciò un duello nucleare tra Stati Uniti e Russia potrebbe certamente infliggere gravi danni a quest’ultima, ma di sicuro cancellerebbe gli Usa dalla faccia della terra. Compresi i suoi alleati.

Tuttavia Washington si abbandona al bluff come se fosse indiscutibilmente più forte. In un certo senso è costretta a farlo  avendo da tempo abbandonato qualsiasi capacità diplomatica. Il fatto è che fino a qualche anno fa non aveva sostanzialmente bisogno di costruire dei reali rapporti, si limitava a comandare e quando non era ubbidita bastava mostrare le portaerei o mettere sanzioni servendosi dell’arma del dollaro o ancora organizzare rivoluzioni colorate. Oggi che tutto è diventato più difficile, che deve affrontare un mondo multipolare si trova come un pesce fuor d’acqua: si è sbarazzato delle branchie senza però acquisire i polmoni. Il dialogo è qualcosa di così lontano nel tempo che pare nessuno ne abbia mai sentito parlare dentro l’establishment americano: del resto arrendersi alla diplomazia significherebbe riconoscere di fatto la perdita di uno status. E così preferisce far finta di avere sempre una buona mano, anche quando ha delle scartine.