Nel 1976, quando ancora esisteva un’editoria degna di questo nome e quando era possibile leggere libri interessanti, uscì un saggio destinato ad accendere un appassionato dibattito sulla scienza. Era L’ape e l’architetto, scritto da quattro fisici teorici dell’istituto Enrico Fermi dell’Università La Sapienza di Roma: Giovanni Ciccotti, Marcello Cini, Michelangelo de Maria e Giovanni Jona-Lasinio. Il tema era quello del rapporto tra l’evoluzione della conoscenza scientifica e il tessuto sociale circostante: infatti il sottotitolo del libro era Paradigmi scientifici e materialismo storico, secondo quelle che erano le griglie culturali del tempo. Ma in generale il libro era rivolto a smitizzare la presunta neutralità della scienza rispetto alla società. A quel tempo si trattava di una tesi provocatoria, mentre più tardi questa interdipendenza è divenuto un fatto scontato visto e considerato che generalmente il mondo della ricerca ha sempre più bisogno di grandi finanziamenti e sono questi che alla fine ne determinano gli orizzonti, specie nei settori più vicini alla realizzazione di qualcosa di vendibile, ossia al mercato.
Del resto proprio in quegli anni avvenne il superamento di una barriera decisiva: in Usa gli investimenti privati nella ricerca superarono quelli pubblici, consolidando l’orientamento verso un profitto che via via è diventato sempre più vicino nel tempo e dunque più ossessivo e tale da introdurre tentazioni manipolatorie. Tutto ciò era divenuto sempre più chiaro, ma circa cinque anni fa c’è stata un’inversione improvvisa e intellettualmente ingiustificata verso una sorta di beatificazione incondizionata della scienza che diventa perciò stesso non più discutibile e dove, alla ripetibilità dell’esperimento, si sostituisce un ambiguo concetto di “consenso” che può essere facilmente manipolato e mediaticamente asserito come accade – per esempio col clima – dove appunto si parla di un consenso massiccio verso il catastrofismo che assolutamente non esiste e semmai propende più per ritenere l’apporto antropico, molto lieve se non trascurabile. Del resto l’intreccio inestricabile fra università, editoria scientifica, finanziamenti, scuole accademiche e burocrazie rende il criterio del consenso non soltanto elusivo e discutibile, ma un evidente scivolamento verso forme di primitivo fideismo verso il basso e di controllo politico dall’alto.
Infatti è proprio questo che è accaduto in maniera evidente a partire dalla pandemia, dove tutto è stato grossolanamente manipolato. in ragione di interessi immediatamente economici e, in prospettiva, di trasformazione autoritaria della società, facendo leva sulla paura biologica. E dire che negli anni ’80 e ’90 del secolo scorso regnava il pensiero di Karl Popper secondo cui il controllo empirico delle ipotesi non serviva a verificarle, perché chi cerca conferme le trova sempre, ma esse vanno messe alla prova spietata della critica e della sperimentazione. E invece siamo sommersi da forme di proto religiosità che odiano qualsiasi discussione, anche perché spesso il dibattito sarebbe imbarazzante. Spesso questi ingenui si credono progressisti ed emancipati, mentre lavorano per la regressione intellettuale. Per non parlare di coloro i quali pensano che la scienza possa dare la risposta ad ogni cosa, mentre è scientifico solo ciò che può essere contestato o, nel linguaggio popperiano, falsificato. Voglio proseguire questo piccolo, minimo excursus domenicale, così astratto dalla realtà di questi giorni eppure così terribilmente attuale, citando le parole della prefazione che Feyerabend, l’ultimo filosofo della scienza di cui ha senso parlare, scrisse per Contro il metodo, la sua opera centrale : “La scienza va protetta dalle ideologie; e le società, specie le società democratiche, vanno protette dalla scienza. Ciò non significa che gli scienziati non possano trarre vantaggio da una formazione filosofica e che l’umanità non abbia mai tratto e mai trarrà vantaggio dalle scienze. Tuttavia, questi vantaggi non vanno imposti; vanno esaminati e accettati liberamente dalle parti coinvolte nello scambio. In democrazia le istituzioni, le proposte e i programmi di ricerca scientifici vanno perciò assoggettati al controllo pubblico. Deve esserci una separazione fra Stato e scienza esattamente come c’è una separazione fra Stato e istituzioni religiose”.
Invece abbiamo un controllo privato sia della scienza che dello Stato come portato della società neoliberista. Ed è così che la prima diventa ancella del secondo che a sua volta viene scippato al controllo dei cittadini. E così i fatti da verificare diventano cornice di una teoria sociale. Secondo un altro filosofo della scienza, quello che prediligo, ovvero Thomas Kuhn, l’evoluzione della scienza è un percorso discontinuo, non cumulativo, in cui fasi di “scienza normale”, regolata da un “paradigma” – per esempio l’aristotelismo nel pensiero medioevale o la dinamica newtoniana dal Settecento al primo Novecento – in un determinato momento, può essere rotto da una rivoluzione di pensiero. Ma nel nostro caso una simile rottura del paradigma, che ci sta portando a una guerra infinita, non può che essere allo stesso tempo sociale e intellettuale.


RSS - Articoli


Infatti il dibattito su qualsiasi cosa abbiamo visto che si riduce ma tu sei “medico o qualsiasi altra professione relativa al tema di discussione”, se la risposta è no, non hai il diritto di esprimerti, se la risposta è si ti viene risposto che dovresti essere radiato , nessun confronto o ragionamento non importa quanto documenti e argomenti. un ritorno al tolemaismo. E visto che l’autorevolezza tra gli scienziati stessi ormai viene misurata con l’H-index una barzelletta che è letteralmente una misura della carta che produci non dell’importanza dei contenuti, è come quando sui social si cerca popolarità pubblicando banalità apprezzate dalla massa o anche peggio visto che il mediocre professore ti turno può facilmente gonfiarlo co-firmando i lavori dei suoi dottorandi o spingendoli a citare sue pubblicazioni. Ma il sistema è piramidale è favorisce via via sempre più i leccaculo facendo allontanare gli elementi validi.
“… l’H-index una barzelletta che è letteralmente una misura della carta che produci non dell’importanza dei contenuti…”: ma infatti!
E’ risaputo dagli addetti ai lavori, il detto: pubblica o muori!
L’H index ha certamente molti limiti, tuttavia quello, ad esempio, di Ioannidis (epidemiologo molto critico verso i lock down durante la psicopandemia) è di 239 mentre quello di Burioni è di 26, di Pregliasco è 14 e di Ricciardi è 39.
Dimenticavo: la medicina non sarebbe nemmeno una scienza, ma una tecnica, cosa che viene dimenticata troppo spesso. La sua corretta valutazione, infatti, comporta restringimenti, come definirli: epistemologici, non affatto trascurabili.
In fondo sia Feyeraben, sia Kuhn, sia il testo da lei citato (“L’ape e l’architetto”), evidenziano come la scienza, la ricerca scientifica, sia sempre stata figlia dei tempi e delle contingenze. E non può essere altrimenti: il termine greco physis significa natura che diviene, si trasforma (e la scienza ha come proprio oggetto proprio la natura). In più, negli ultimi secoli, a partire soprattutto dall’Età dei Lumi, il cosiddetto progresso scientifico si è sempre più ristretto fino a confondersi quasi del tutto con il progresso industriale. A quel punto divenne inevitabile e scontato che i signori del capitale, curando esclusivamente i propri interessi privati, cavalcassero avidamente tale mescolanza rafforzandola ulteriormente.
“… la scienza, la ricerca scientifica, sia sempre stata figlia dei tempi e delle contingenze. E non può essere altrimenti: il termine greco physis significa natura che diviene, si trasforma (e la scienza ha come proprio oggetto proprio la natura) …”.
Su questo divergo (se non sbaglio sei proprio tu, Massimo, che citi spesso Guénon): è solo la scienza moderna che è figlia dei suoi tempi. Con l’aggravante che non è più che l’aspetto ilico (a dispetto di quello psichico: non si è sentito forse parlare dell’aberrazione riguardante una psicologia statistica e/o quantitativa?) della φύσις, ad essere solamente preso ormai in considerazione.
Una piccola messa a punto:
“…In ogni civiltà tradizionale, come spesso abbiamo affermato, qualsiasi attività umana viene sempre considerata come essenzialmente derivante dai principi; questo, che è particolarmente vero per le scienze, lo è altrettanto per le arti e i mestieri, e v’è d’altronde una stretta connessione tra questi e
quelle perché, secondo una formula che era un assioma fra i costruttori del Medio Evo, ars sine scientia nihil, da intendersi naturalmente nel senso di scienza tradizionale e non in quello di scienza profana, perché l’unico risultato possibile dell’applicazione di questa è la nascita dell’industria moderna. Mediante questo ricollegarsi ai principi, si può dire che l’attività
umana viene «trasformata», per cui, invece di ridursi a quel che è in quanto semplice manifestazione esteriore (che in definitiva è poi il punto di vista profano), si integra nella tradizione e costituisce, per colui che la compie, un mezzo per partecipare effettivamente ad essa, il che equivale a dire che tale attività riveste un carattere prettamente «sacro» e «rituale». Per questo si è potuto dire che in una civiltà del genere «ogni occupazione è un sacerdozio»; noi però, ad evitare di dare a quest’ultimo termine un’estensione impropria, diremo che essa possiede in se stessa quel carattere che, volendo fare una distinzione fra «sacro» e «profano» la quale all’origine non aveva alcuna ragion d’essere, è stato conservato solo dalle funzioni sacerdotali. (cit.)”.
Ha ragione: avrei dovuto specificare scienza “profana”.
Per avere un quadro più completo, aggiungerei queste due riflessioni: «la scienza […] è solo uno dei molti strumenti inventati dall’uomo per far fronte al suo ambiente. Essa non è l’unico, non è infallibile ed è divenuta troppo potente, troppo aggressiva e troppo pericolosa perché le si possa lasciare la briglia sciolta» (FEYERABEND, “Contro il metodo”). «Le teorie scientifiche ci aiutano a conseguire certi risultati – possiamo volare sulla Luna, gli esperimenti possono essere ripetuti, malati inguaribili vengono guariti – […] questi risultati sono accessibili anche alla controparte religiosa della scienza. Anche qui si fanno viaggi, anche se solo in ambiti spirituali; anche qui ci sono guarigioni, anche se solo da peccati o dal dolore del legame a oggetti terreni» (FEYERABEND, “Scienza come arte”).
In merito alla seconda considerazione, non abbiamo quindi per Feyerabend una realtà delle scienze che si contrappone al
regno dell’apparenza spirituale, abbiamo «o due immagini apparenti o due realtà, ed entrambe sono costruite secondo
princìpi propri» (“Scienza come arte”).
E che dire di più? Applausi Alberto
A certo punto Scienza mise in testa… inchiappettarsi libero arbitrio!…!!… https://ilgattomattoquotidiano.wordpress.com/