Eccomi alle prese con un altro pezzo che prima o poi verrà cassata da Facebook perché potenzialmente in grado di suscitare violenza fisica: non so perché ma è la scusa di questi idioti per cassare le notizie – soprattutto di tenore sanitario – che non gli stanno bene. O forse sanno inconsciamente di essere meritevoli di sonore bastonate. Fatto sta che il ruolo dei vaccini comincia ad essere indagato anche oltre i sieri genici per il Covid e qualche settimana fa è  uscito uno studio peer-reviewed pubblicato su Cureus.che avanza  dubbi sulle campagne vaccinali a tappeto per i neonati e i bambini che ormai sono state sdoganate da anni

In questo caso il dato è puramente numerico  e statistico quindi difficile da contestare: i Paesi  altamente sviluppati che richiedono il maggior numero di dosi di vaccino neonatale tendono ad avere i peggiori tassi di mortalità nei bambini sotto i 5 anni.  Si tratta di un duro colpo alla diffusa credenza nella assoluta e totale  bontà dei vaccini che si accompagna – è bene ricordarlo – anche a giganteschi guadagni di una nutrita filiera medico farmacologica.  Secondo gli esperti di salute globale , poche misure di sanità pubblica possono essere paragonate all’impatto dei vaccini, che hanno il merito di aver ridotto malattie, disabilità e morte per una varietà di malattie infettive. Eppure lo studio ha rilevato che le nazioni sviluppate che richiedono più vaccinazioni neonatali possono avere conseguenze indesiderate che aumentano la mortalità infantile, sfidando l’idea che più vaccini somministrati si traducano sempre in un minor numero di morti.

“Il nostro studio  ha indagato sulle potenziali associazioni tra il numero di dosi di vaccino per la prima infanzia richieste dalle nazioni sviluppate e i loro tassi di mortalità nella prima infanzia”, ​​ha dichiarato il professor Miller primo firmatario della ricerca. . “Ad esempio, alcune nazioni somministrano vaccini contro l’epatite B e la tubercolosi  ai loro bambini poco dopo la nascita. Abbiamo scoperto che le nazioni che richiedono entrambi i vaccini avevano tassi di mortalità infantile significativamente peggiori rispetto alle nazioni che non richiedono nessuno dei due vaccini. In realtà questo lavoro ha radici che si estendono fino a un decennio fa: la ricerca di Miller e Goldman in questo campo è cominciata  nel 2011, quando pubblicarono un documento  utilizzando i dati del 2009 che mostrano tassi di mortalità infantile meno favorevoli tra le nazioni che richiedono il maggior numero di vaccinazioni infantili. E naturalmente la cosa è stata sommersa dal silenzio  Il recente studio ha replicato quello  originale utilizzando i dati del 2019 e del 2021 delle prime 50 nazioni in cui le dosi di vaccino per l’infanzia vanno da 12 a 26. I risultati hanno mostrato che il tasso di mortalità infantile è aumentato di 0,167 decessi ogni 1.000 nati vivi per ogni dose di vaccino aggiunta al programma vaccinale.

Ventinove nazioni nel 2009 avevano tassi di mortalità infantile migliori rispetto agli Stati Uniti, ma nel 2019 gli Stati Uniti erano scesi al 44° posto nella classifica della mortalità infantile e nel 2021 al 50° posto, nonostante richiedessero il maggior numero di vaccini infantili. Nella maggior parte delle nazioni, più della metà delle morti infantili si verificano durante il periodo neonatale , con circa il 75% dei decessi  durante la prima settimana di vita quando vengono somministrati i vaccini. E ovviamente questa moria sulla quale nessuno si sogna di indagare perché significherebbe infrangere un tabù ha un grande impatto sui tassi di mortalità neonatale infantile e sotto i 5 anni.

Dunque il ruolo sempre benefico dei vaccini andrebbe quantomeno ridimenzionato perché vi sono elementi che evidentemente sfuggono all’attenzione dei ricercatori catalizzata invece dalla suggestione della bontà a tuti i costi, dei vaccini, ma anche dai  guadagni ricavabili dalle vaccinazioni di massa