La morte e le fanciulle

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Un tempo nel mese azzurro di settembre il giovane  poeta poteva stare all’ombra di un giovane susino a guardare le nuvole tenendo tra le braccia il quieto amor suo.  Un tempo i ragazzi potevano montare le tende vicino al greto del torrente e dormirci cullati dallo scorrere dell’acqua. Un tempo tutti avevano diritto a scampagnate sui prati, nei boschi,

Ma questo accadeva quando il mito del progresso aveva promesso che si potesse addomesticare la natura matrigna, che le dighe servissero a contenere e far fruttare la furia dei fiumi, e non a appagare gli appetiti voraci dei boss del cemento, che le strade  unissero la gente, come i ponti, che i muri occorressero per difendere la casa dalle intemperie, attaccarci i quadri e segnare con una tacca la statura dei bambini. Succedeva quando ci avevano persuasi che fossimo diventati onnipotenti, così da vedervi e parlarci da un computer a migliaia e migliaia di km di distanza, da far ricominciare il film preferito già in onda quando abbiamo finito di mettere le stoviglie in lavapiatti, quando avevamo ritenuto di essere immuni da malattie, che si stesse estinguendo quella  più iniqua, la fame e perfino che fossimo vicini a contrastare quella che prima o poi colpisce tutti, magari facendoci ibernare fino al coronamento del sogno del grande demiurgo.

Invece  quella onnipotenza virtuale fa da contrasto oggi più che mai la consapevolezza che in tanti rimuovono, di una impotenza concreta, se due ragazzine vengono schiacciate da un albero di quelli che hanno popolato i tempi dell’apposita giornata celebrativa, se gli organi di stampa non trovano di meglio che colpevolizzare i genitori irresponsabili che hanno scelto di spendere in maniera spericolata il bonus vacanze erogato dal governo bonario che accontenta con poco i suoi cittadini di serie B esclusi da meritate mete prestigiose.  Se le geografie del buon governo collassano sotto un temporale estivo, se le zone toccate dal pingue benessere sprofondano rovinosamente sotto una grandinata, così come la loro popolazione anziana è sembrata destinata a estinguersi per malasanità, perchè conferita in discariche appropriate, perchè diventata inutile e dunque condannata a non pesare sui bilanci pubblici.

Se Zaia non fosse Zaia, se non fosse tra i correi di tutto questo, sarebbe legittimato a accusare i governi e il governo: quelli che per anni hanno contribuito a manomettere il territorio per adattarlo a fare da location della speculazione, quelli che per anni in campagna elettorale hanno magnificato i fasti della green economy mentre elargivano impunità, immunità e licenza di inquinare e uccidere alle industria tossiche, quelli che hanno celebrato come un’attività arcaica cara alla cultura contadina il governo delle acque, la manutenzione dei greti, il consolidamento degli argini, favorendo invece il sacco, il consumo la dissipazione del suolo, quelli che alla quotidiana opera di salvaguardia hanno preferito le Grandi Opere di distruzione a fini di profitto e corruzione.

E quello in carica che propone una “ricostruzione” a suon di cantieri, cemento, autostrade da affidare ai soliti sospetti, che tira fuori i fazzoletti del compianto se si contano le vittime, se si reca nei luoghi del sisma rimasti uguali a 4 anni di distanza dove le rovine rappresentano i monumenti della vergogna, o quando ha bisogno di medici eroi di martiri in camicie o piange le vittime della pandemia, chiedendo appoggio e consenso se si prostra davanti alla divinità sovrana che forse potrebbe consegnarci i nostri quattrini per spenderli secondo i suoi desiderata e purchè non si investano in interventi poco redditizi, ospedali pubblici, scuole nelle quali i ragazzini possano diventare grandi con sicurezza e dignità.

Ma lui è Zaia e non ha diritto di parola. Noi si, se ce la riprendiamo.

 

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