Anna Lombroso per il Simplicissimus

C’è un fantasma che invece di aggirarsi per l’Europa, sopravvive in clandestinità. È l’internazionale socialista: se ci lagniamo per l’inazione di proposte di quel che resta della sinistra in Italia ancora più inquietante è il silenzio dei colpevoli della sinistra regionale, incapace o dimissionaria sia sui temi della governance e dell’oscuramento della sovranità, che su una non impossibile alternativa al liberismo rapace, lasciato impazzare dopo la liberazione dei movimenti di capitale. Turbo economia e cancellerie sopraffattrici hanno annichilito la sinistra ripiegata in una accidia intellettuale che l’ha persuasa dell’ineluttabilità del capitalismo, dell’invincibilità del mercato, della irriducibilità del profitto. Si, è stato convincente il liberismo con le sue teorie economiche pensate da chi conosce il prezzo di tutte le cose ma il valore di nessuna, somministrate da chi ritiene che la ricerca del profitto possa essere la strada ipnotica che conduce alla felicità. Di pochi.

E con la stessa pigrizia la sinistra ha acconsentito che si dissolvessero istanze identitarie sovranazionali, fingendo dovessero essere integrate nel contesto economico globale come ha permesso la miopia dei governi europei di centrodestra, come quello tedesco e francese inducendo un default della politica sociale delle nazioni a beneficio della “sanità” monetaria interna.
La scelta obbligata per mantenere una malintesa sovranità nazionale, è quella di scaricare i costi dell’aggiustamento economico, necessario per restare in Europa, su una forte penalizzazione dei criteri e dei requisiti di equità. Oltre che di una rinuncia alla “capacità” politica, a una programmazione unitaria di grandi investimenti e di rilancio della competitività all’interno di uno spazio regionale per una strategia “offensiva” e non difensiva nei confronti delle nuove entrate sullo scenario mondiale.

Se potevamo aspettarci l’acquiescenza del Presidente del Consiglio italiano come degli altri parenti poveri dell’Europa, alla prepotenza di un tandem peraltro dilaniato al suo interno e che non lo invita ai tête-à-tête e ride di noi, è penosa e umiliante la latitanza codarda della sinistra, che dovrebbe sentirsi obbligata non fosse che per tradizione storica a schierarsi in merito alla soluzione non solo emergenziale dell’incremento del Fondo salva stati, degli eurobond e della Bce prestatore di ultima istanza.

Anche la nostalgia non è più quella di una volta, ci tocca rimpiangere Kohl, Jospin e anche Prodi. E Ciampi con quella “manovrina”, definita così dal club degli schizzinosi, il solito imbroglio all’italiana accusato di mettere a rischio l’Unione monetaria, causandone il rinvio. Quella volta alla vittoria dei federalisti sui monetaristi euroscettici, non fu certo estranea la rivelazione dei conti pubblici tedeschi, anch’essi, come quelli italiani, incompatibili con i parametri di Maastricht.
Ma la crisi oggi ci rende più impauriti, come al solito la storia non insegna nulla, un’Europa spaventata e divisa invece di sottrarre i suoi Stati nazionali a un destino di decadenza per la manifesta inferiorità competitiva rispetto alle grandi potenze mondiali, sceglie come tutor i suoi carnefici. E alimenta lotte intestine e suicide invece di promuovere la formazione di un livello di sovranità superiore a quello della somma (o della sottrazione?) degli Stati nazionali, in una modalità intergovernativa a spese di una integrazione di stati, coscienze e cittadinanze.

La grande politica suggerirebbe oggi uno scarto di immaginazione e di audacia, per un superamento di un assetto csì modesto: un lega poco compatta di stati a sostegno di un mercato comune, costretto in un sodalizio infelice per la sopravvivenza. Gli interessi immediati, le inibizioni radicate, la viltà intellettuale frenano l’azione. La storia insegna che non è vero purtroppo che a ogni grande domanda la natura – o la provvidenza – risponda con la comparsa di grandi uomini o di grandi donne. Resta a noi piccoli individui riprenderci responsabilità, arbitrio, decisioni attraverso la politica. E’ meglio non lasciar fare alla provvidenza e ai suoi inviati.