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Terremoto, 4 anni di lockdown

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ci sono posti nel nostro paese dove nel silenzio generale si è costretti da anni a subire il ricatto empio di dover scegliere tra salario e salute, come quello posto otto mesi fa a milioni di cittadini e guardato con sovrana e sufficiente superiorità da chi credendo di trovarsi nel mezzo di una apocalisse sanitaria ha pensato di essersi meritati i loro servizi essenziali, per garantirsi la salvezza tra le mura domestiche, mentre  altri meritavano di “rischiare” per essere promossi a martiri.

Ci sono posti nel nostro paese dove gli arresti sanitari erano una pena paradossalmente raddoppiata per chi una casa non l’aveva più. Di questi tempi scrivere sulla ricerca di Google e di siti di pensosi osservatori o organi di informazione online  la parola “terremoto” produce un inventario interminabile di scritti che la usano per definire l’emergenza in corso, per sottolineare come si stia vivendo un cigno nero imprevedibile e ingovernabile come un sisma, un dies irae scatenato da divinità che puniscono alla cieca, incontrastabili se non con la preghiera, qualche sacrificio umano  e molte rinunce.

Ma un senso comune c’è. I terremoti da noi molto più che in altri contesti antropizzati hanno conseguenze disastrose per via di tragici errori costruttivi, della speculazione frutto di una bulimia costruttiva a basso costo, con materiali scadenti e tecniche insicure,  anche perché in anni di trascuratezza, messa in sicurezza e manutenzione sono venute meno per investire risorse e professionalità sulle Grandi Opere invece che sulla salvaguardia e sui controlli che dovrebbero tutelarla.  

Allo stesso modo succede nel caso di un’epidemia i cui effetti sono anche moltiplicati dall’inquinamento, dalla circolazione incessante di persone e cariche patologiche, che diventa presto cruenta perché è stato smantellato l’intero sistema di prevenzione e profilassi, assistenza e cura, facendo venir meno la potenza di contrasto del primo avamposto, quello della medicina di base, e non intervenendo nelle situazioni davvero a rischio, luoghi di lavoro, mezzi di trasporto.

Quindi chi volesse sapere come stanno le zone colpite dal sisma del Centro Italia, non si fermi a “terremoto”, ma renda più circoscritta l’indagine se vuol vedere cosa succede adesso in quelle geografie e nel verificarsi della coincidenza tra i due “cigni neri”  in uno stagno molto affollato di disastri.

Avrebbe così la conferma di una caratteristica delle crisi, quella di  indurre nuove disuguaglianze che premono pesantemente su quelle antiche: non risultano infatti notizie e dati sulla condizione dei pochi avamposti sanitari presenti nella zona, così, come ha detto una signora intervistata in occasione di un raro servizio giornalistico, i sopravvissuti rimasti là “sono più invisibili del Covid”, sani o “positivi” che siano.

 “Per noi quattro anni di lockdown24.08.2016-24.08.2020”, era la scritta che campeggiava su un lenzuolo appeso fuori  Grisciano, frazione di Accumoli  in occasione del quarto anniversario.  

Altro che distanziamento sociale: una turpe rimozione della tragedia e del lutto, un disonorevole  oblio, sono caduti sui morti e sui vivi che avevano deciso di resistere e che dovrebbero suscitare vergogna i quelli che hanno fatto vanto della loro “resilienza” per essere rimasti a casa a proteggere l’unico diritto concesso, la sopravvivenza, di fronte alla cattiva imitazione di vita permessa a migliaia di persone in 138 comuni, conferiti nei   moduli di poliuretano espanso, le Sae, nelle casette provvisorie il cui numero non è dato sapere, mentre conosciamo le irriguardose modalità con le quali sono state assegnate, beneficati dal  Cas, percepito dalle famiglie a cui il terremoto ha distrutto casa. 

Cas, si chiama con questo acronimo il Contributo di autonoma sistemazione, l’elemosina il cui regime è ora sottoposto all’occhiuta indagine della Protezione Civile, organizzazione vanta   tra i suoi valori fondativi la trasparenza, che vuole sospenderlo o almeno regolarlo per via del sospetto che ne abbia goduto qualche  immeritevole profittatore, che magari ha qualche muro in piedi o sta dai parenti più fortunati.

Andando un po’ indietro nell’indagine si scopre poi che  a differenza delle fabbriche di armi non convertite alla produzione di mascherine,   i cantieri, pubblici e privati, della ricostruzione post sisma 2016 non  sono stati annoverati tra le attività essenziali oggetto del Dpcm di marzo recante «Misure urgenti in materia di contenimento e gestione dell’emergenza epidemiologica da COVID19» che ne ha di fatto stabilito la sospensione superando la direttiva con la quale il neo commissario Giovanni Legnini aveva  illustrato le misure di carattere generale entro le quali le imprese impegnate sul “cratere sismico” del Centro Italia potevano o meno continuare a lavorare.

Mentre una visita ai notiziari di luglio rivela che il cosiddetto “pacchetto sisma”, inserito nel Decreto rilancio e recante le semplificazioni e richieste a sostegno dell’economia dell’Appennino terremotato, viene bocciato. 

Alcuni notabili locali in forza alla maggioranza governativa tranquillizzano la popolazione e a ferragosto viene approvato  un secondo decreto mirante  ad applicare alcune disposizioni contenute nel decreto- legge 16 luglio 2020, n. 76 con Misure urgenti per la semplificazione e l’innovazione digitale” e riguardanti le linee guida per  classificazione degli edifici e i controlli in materia affidati a professionisti, le misure delle detrazioni per le spese sostenute per le polizze assicurative, le regole per il credito di imposta, ma che in sostanza eliminano il criterio della premialità.  

Si tratta di adempimenti utili ma marginale, che hanno soprattutto l’intento di far credere che gli ostacoli alla ricostruzione siano quelli frapposti dalla burocrazia o, peggio, dalle caratteristiche antropologiche delle popolazioni parassitarie che si approfittano della situazione. Che a quello di alludeva quando si giustificavano ritardi e inazione, quando le assegnazioni degli alloggi “temporanei” venivano effettuate in piazza con la riffa.

Il governo benevolmente offerto nuove e feconde opportunità grazie all’estensione degli incentivi  di Resto al Sud e prevedendo proprio un anno fa una serie di interventi per accelerare la ricostruzione ed evitare lo spopolamento, attraverso agevolazioni gestite da Invitalia, ente del quale è Ad il Commissario straordinario Arcuri  in favore degli imprenditori under 46, rivolgendole ai giovani che vogliono avviare un’impresa con finanziamenti che arrivino ad un massimo di 200.000 euro e che coprano il 100% delle spese.

Arcuri è impegnato in ben altre faccende pur continuando a percepire il suo gettone nel mirino della Corte dei Conti, e sarà per quello che sul sito dell’Agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa S.p.A., società per azioni italiana partecipata al 100% dal Ministero dell’Economia, non c’è traccia di startup di aspiranti tycoon: con tutte probabilità sono emigrati, sono senza lavoro ma anche senza casa, hanno ridotto le loro aspirazioni mettendole a disposizione delle cooperative e imprese che a distanza di 4 anni aspettano ancora le linee guida per la raccolta delle macerie, tanto che in ritardo è soprattutto quelle dei materiali del patrimonio pubblico.

Si sa solo che in un incontro con associazioni di industriali e imprenditori la sottosegretario al Mise Alessia Morani si sarebbe fatta interprete della volontà del governo di stanziare 5 miliardi per generare uno sviluppo dell’area coprendo “il fabbisogno  di nuove tecnologie, connessioni e infrastrutture”.

Per carità poteva andar peggio. In attesa del digitale post terremoto poteva succedere che fosse ancora sulla poltrona di Commissaria straordinaria la attuale ministra alle Infrastrutture, quella che ha animato le giornate della kermesse di Villa Pamphili con il suo progetto di 130 grandi opere infrastrutturali che non contemplano case, scuole, strutture sanitarie nel cratere del sisma, così come non sarebbero annoverate nel Mes e men che mai nelle risorse del Recovery Found.

E dire che ci siamo riempiti la bocca con la reputazione riconquistata grazie al modello Genova, il caso di successo – tempo un anno – che dovrebbe persuaderci della bontà delle ricette “straordinarie e eccezionali” che devono essere messe in pratica per fronteggiare un’emergenza.  Quando lo stato di avanzamento della ricostruzione pubblica è in forte ritardo, come si legge sul sito del Commissario Straordinario legnini: a fronte di 2,1 miliardi di euro impegnati, le risorse effettivamente erogate ammontano a circa 200 milioni di euro, circa 10% del totale.  E se  in questi quattro anni sono stati ultimati solo 86 lavori sulle opere pubbliche e altri 85 sono in corso (le scuole concluse sono per ora 17 e ci sono 6 cantieri in esecuzione)… mentre in compenso sono state ripristinate 100 Chiese, con altri 45 cantieri aperti, che fanno sperare in un aiuto dal cielo.

È di poche settimane fa il terzo rapporto sulla ricostruzione redatto dall’Osservatorio Sisma della Fillea Cgil e di Legambiente il cui incipit è la denuncia che “la ricostruzione sarà inferiore alle aspettative”. Che fa capire che il virus che ha colpito i residenti è la sfiducia, tanto che la richiesta di finanziamento pubblico per danni più o meno gravi, dal 2016 al giugno 2020, ammonta a solo 13.947, sulle 80.340 stimate, di cui poco più di 5mila sono state accettate e 8mila sono ancora in lavorazione.  

Ogni tanto si dice che questo Paese avrebbe bisogno di un New Deal per la messa in sicurezza e la salvaguardia del territorio la cui manutenzione sarebbe un motore di occupazione qualificata e stabile.

E stiamo freschi: a fine 2019 erano poco meno di 5.500 i lavoratori edili impegnati nella ricostruzione  con 822 imprese registrate, un dato che dimostrerebbe  “che la percentuale di operai specializzati è inferiore alla media nazionale nonostante la complessità delle opere e dei cantieri”, ma che indica soprattutto che ci sia un “preoccupante grado di irregolarità nell’impiego della manodopera”, e fa sospettare un infiltrazione riconoscibile del caporalato e delle organizzazioni criminali, confermata al 28 febbraio 2020 da  78 interdittive antimafia, che riguardano quasi il 10% delle imprese coinvolte.

Per contrastare le irregolarità, la normativa sulla ricostruzione prevede l’applicazione obbligatoria di uno strumento fondamentale a garanzia della trasparenza: il Documento Unico di Regolarità Contributiva, che certifica  l’incidenza della manodopera impiegata per un intervento, rispetto all’importo delle opere.  

Al 20 settembre erano stati rilasciati 436 Durc, relativi a lavori per 45 milioni con un’incidenza di manodopera del 34%, a significare che gran parte dei lavori sono irregolari, un dato confermato anche da numero di domande per gli indennizzi Covid da parte delle aziende,  che peraltro non hanno anticipato la Cig ai lavoratori.

Il cratere del sisma è una terra abbandonata nelle mani dei predoni, se gli abitanti via via sono stati sempre più incoraggiati a lasciarla trasformandosi nelle comparse pendolari del parto tematico del turismo religioso e nella mangiatoia dei norcini di palazzo, se i loro bisogni vengono accantonati, se ricordare il loro martirio scombina la gerarchia di esposizione al rischio e alle disgrazie disegnata dalla gestione dell’emergenza, come succede per Taranto, dove accade nei posti dove il ricatto e l’indifferenza hanno condannato al silenzio le vittime.  


No

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Vogliamo una volta per tutte ammettere che il No al referendum sul taglio dei parlamentari ha solo il valore simbolico di un atto di fede nella democrazia? E che i cittadini che  si prestano a questa liturgia, a questo rito apotropaico, non hanno nulla a che fare con i bramini della politica, con i sacerdoti della realpolitik che in tutte le sedi e sotto tutte le bandiere hanno contribuito negli anni a svuotarla, la democrazia, a declinarla come tira il vento: democrazia di opinione, democrazia televisiva, democrazia di mercato, e poi formale, rappresentativa, ma con parsimonia, costituzionale, ma da modernizzare,  sostanziale, virtuale, sociale, liberale, fino alla più disincantata delle definizione, postdemocrazia  a intendere che la demolizione dei requisiti di base della rappresentanza ha consolidato il dominio di una oligarchia, riconducibile al solo gioco dei dispositivi amministrativi e della mediazioni sociali?

Vogliamo dire ancora una volta che non c’è stato movimento e partito che non abbia sventolato la bandiera della governabilità? con l’intento esplicito di garantire che l’esecutivo possa agire indisturbato senza gli ostacoli e gli intoppi del Parlamento che  di questi tempi e più che mai, abusando della decretazione d’urgenza e dei voti di fiducia, è stato condannato alle funzioni di mera ratifica dell’azione di governo.

Vogliamo riconoscere che sono tramontate le stelle polari della democrazia rappresentativa: uguaglianza e giustizia, identità tra governanti e governati, sovranità popolare, tutela dell’interesse generale per lasciar posto a un ordine fondato sui calcoli e aspettative di soggetti interessati ai loro vantaggi e ai beni e al potere che ne derivano?

E che in virtù di questa “appropriazione” della funzione pubblica e sociale da parte dei detentori dell’economia e del mercato e del corpo politico che agisce al loro servizio, ci vengono indicati e concessi solo una gamma ristretta di diritti, l’esaltazione e la legittimazione della soddisfazione e dell’appagamento individuale, tanto che la parola popolo ha perso la sua qualità e potenza sostituite dall’epica del restare umani, dalla retorica cosmopolita dei cittadini del mondo e dall’enfasi  data alla  società civile, lei sì virtuosa a confronto con ceti dirigenti corrotti e corruttori?

Detto questo, tocca votare No.

Anche se per qualcuno è disturbante rispondere all’appello di manigoldi, di voltagabbana. Suggerisco in proposito l’ incrocio dei dati tra i 183 costituzionalisti che hanno sostenuto il Si al referendum del 2016,  detto “costituzionale”  in forma di ossimoro e promosso per svuotare la Carta perfino con la cancellazione del Senato pretesa da chi dopo la sconfitta è entrato in quell’aula con passo di gloria del vincitore, e i 182 che hanno rivolto un appello per il No  temendo uno strappo costituzionale, tanto per verificare eventuali coincidenze di nomi e convinzioni.

Tocca votare No, come un fioretto, anche se si sa che il piccolo sacrificio una tantum  è solo un cerotto sulle ferite della coscienza e sugli oltraggi alla cittadinanza. Perché è evidente che nessun taglio nel numero degli eletti potrebbe garantire la qualità della selezione del personale, come voluto dalle regole elettorali che hanno convertito il voto in atto notarile a conferma di liste chiuse, cerimonie digitali, plebisciti virtuali. E questo non solo grazie alle leggi  che si sono susseguite, ma a un comportamento degli esecutivi che considerano il Parlamento di impaccio ed evitano il più possibile di farlo contare, abusando della decretazione d’urgenza, dei voti di fiducia e del ruolo attribuito a soggetti extraparlamentari, dotati di autorità e potere decisionale, come le task force nominate d’imperio in vigenza del Covid.

Tocca votare No, vincendo la naturale e comprensibile disaffezione:  come al solito anche questa scadenza serve solo a improvvisate tifoserie per contarsi e fare la voce grossa mentre sulle ragione  e la parole parlano la stessa lingua, che è quella della conservazione  di posizioni e rendite che ne derivano, perché è ridicolo ritenere che la riduzione del numero dei deputati da  630 a 400 e dei senatori da 315 a 200 assuma una valenza pedagogica invece che una funzione punitiva se non vendicativa.

E non solo perché a fronte della “perdita” di funzionalità e di rappresentanza, si registrerebbe un risparmio risibile, lo 0,007% della spesa pubblica, meno di una goccia nel mare del debito pubblico enorme che mette a repentaglio i diritti sociali, ma anche perché, comunque, la rappresentatività verrebbe ulteriormente penalizzata dal meccanismo elettorale che prevede l’elezione del 37 per cento dei parlamentari con il sistema maggioritario uninominale a turno unico e una serie di sbarramenti per la restante quota proporzionale, a danno delle minoranze  non solo politiche ma anche etniche, e  delle compagini più piccole. 

Tocca, votare No, è vero. Però è  doveroso distinguersi da chi vota No come gesto dimostrativo contro il populismo,  come  guanto di sfida  lanciato dai cavalieri della democrazia per umiliare la plebaglia affetta da qualunquismo, i malmostosi che ripetono il loro mantra: i partiti sono tutti ladroni, meno parlamentari mandiamo a Roma e meglio è, bisogna ridurre il costo della politica,  trasferito dal bar e dallo scompartimento ferroviario ai social, quelli che parlano su suggerimento della pancia, che però è vuota e non trova ascolto da anni nei governi che si sono succeduti e meno che mai nei partiti e movimenti che hanno animato il palcoscenico.   

E quindi una volta votato No, in memoria di referendum traditi, obliterati, offesi – ve lo ricordate quello sull’acqua pubblica?- non si può pensare che dovere fatto, tolto il pensiero, pagato il debito alla democrazia rappresentativa, si può tornare a brontolare, a recriminare, dando ragione a chi dice che l’astensionismo è una manifestazione di maturità, o peggio, a chi dice che il suffragio universale è un lusso che non è giusto venga permesso a un Paese dove l’emancipazione e il riscatto si sono ridotti con la fine dell’istruzione pubblica, sapendo bene che non si è trattato di un processo fisiologico, ma di un preciso disegno volto a impedire l’accesso ai posti di comando, alle carriere, alla conoscenza e dunque alla partecipazione, alle opportunità e alle libertà, in modo che il popolo, gli sfruttati, i sommersi non attentassero all’egemonia delle classi privilegiate.

Cominciare a esercitare la democrazia è possibile, ma rovesciando la direzione del controllo sociale dal basso verso l’alto, attività che non costa poi molta fatica e nemmeno troppe competenze, perché solo così, con la verifica dell’efficacia, si può impedire l’emarginazione dei processi decisionali, si può imparare a capire se stare con chi comanda o con chi vuole riavere la sovranità che deve essere popolare, minacciata dentro e da fuori, proprio tramite esecutivi e parlamenti che zitti zitti hanno votato la consegna delle competenze e delle scelte economiche a entità esterne, che sono in procinto di accettare capestri e condizioni codarde in cambio dell’elemosina di una partita di giro da spendere secondo superiori  indicazioni, pena interventi manu militare nella formazione dei governi e nello smantellamento del sistema democratico.

Intanto si potrebbe iniziare andando a vedere come lavorano i nostri rappresentanti, invece di contare il loro numero. In fondo basta aprire i siti istituzionali e ufficiali, controllare da quando le Commissioni non trattano il tema dell’Ilva (credo che l’ultima volta risalga a Febbraio con qualche audizione), che interrogazioni siano state presentate per avere lumi sulle strategie del rilancio, se qualche eletto nei collegi interessati dal sisma del Centro Italia ha chiesto delucidazioni o se invece, come sembra, ci si è accontentati della visita pastorale del Presidente del Consiglio in occasione della celebrazione dei 4 anni, senza obiettare sul grottesco bonus sisma e senza interrogare l’esecutivo sulla possibilità che la ricostruzione post Covid ne preveda una declinazione anche nel cratere, se qualche deputato o senatore equipaggiato per il dovere agile a distanza o prima abbia interrogato Calenda, Bellanova, Catalfo sulle vertenze che vedono in piazze disertate dalle sardine i lavoratori in lotta, o se a dimostrazione di rivendicate radici antifasciste qualche altro ha deciso di interpretare la volontà popolare esternata soprattutto su Facebook, calendarizzando disposizioni di ordine pubblico rispettose dello stato di diritto. 

Intanto i militanti e i votanti di partiti e movimenti che fanno parte della sbilenca maggioranza di governo, invece di limitarsi ad applaudire ben contenti che la mascherina sostituisca il bavaglio dell’autocensura, potrebbero svolgere la più elementare delle azioni democratica, la critica, quando necessaria. Intanto se proprio si rimpiangono le piazze di un tempo, diventate location per flashmob canterini, si dovrebbe stare a fianco dei tanti fermenti che ci sono e che pensano, si arrabbiano e agiscono per i diritti di cittadinanza, per il lavoro, l’istruzione, l’ambiente, la città, l’abitare.

Altrimenti che si voti No oppure Si, ci meritiamo la trasformazione da popolo in pubblico, pagante per giunta, che baratta la libertà con la licenza di protestare sui social, il sapere con un diploma, i valori e le conquiste del lavoro con un salario incerto, se l’unico diritto è quello alla fatica, che quello di voto è come toccare il cornetto portafortuna.


Tutto bene

famAnna Lombroso per il Simplicissimus

Tutto bene. Adesso che il ridicolo bestione ebbro di mojito si è fatto fuori da solo, lui che  per più di un anno ha impersonato con entusiasmo l’unica incarnazione contemporanea del Male Assoluto, riconquistato lo status di umani e antifascisti,  possiamo finalmente dormire sonni tranquilli al sicuro nelle nostre tiepide case.

Tutto bene. In attesa che si riaprano, ospitali e generosi,  i nostri porti per dare ricetto  confortevole al nuovo sale della terra, il  governo guarda con dolce aspettativa alla possibilità di riprendere Mare Nostrum sottoscritto con controparti nè legittime nè legali di  Stati in disfacimento che traggono proventi organizzando la tratta dei loro cittadini, o all’opportunità di avviare quella nuova e profittevole cooperazione in Africa  immaginata da Renzi e da Minniti intrecciando rapporti commerciali ed economici con despoti grazia all’esportazione coloniale di guerra, rapina e corruzione, o all’eventualità non remota di accordarsi con l’Ue per la riapertura dei confini (i sorrisi tra Conte e Von der Leyen non lasciano dubbi) in previsione di un sistema di sanzioni per i paesi che non collaborano alla redistribuzione, che altro non sarebbe poi che la possibilità di “risarcire” l’Italia per i migranti che sbarcano sulle sue coste, secondo un meccanismo di mercato che aggiorna il tradizionale schiavismo.

Tutto bene. Possiamo continuare a dormire tranquilli nelle nostre tiepide case, che resta in vigore il decreto sicurezza bis chiamato così anche se non ve ne eravate accorti, perchè  bissava le misure di ordine pubblico e di gestione dell’immigrazione del passato aggiungendo il suono della grancassa: quelli che manifestano e protestano, quelli  che si “travisano”  con una sciarpa per proteggersi dai lacrimogeni, quelli  che si tengono un casco in testa in caso di non inusuali pestaggi  sono promossi a pericolosi criminali da galera insieme a quelli che offendono il ministro in carica con striscioni  o tirano un sasso sulle vetrate di Banca Etruria. Alla pari con quelli che disturbano in decoro – purché non si tratti di scritte che inneggiano al duce – meritevoli di Daspo.

Tutto bene. Ormai l’alta velocità non è nemmeno più in agenda perchè come disse   il promettente Calenda di allora Corrado Passera nel 2013, ormai è fatta grazie a più buchi che il groviera, all’accondiscendenza di chi non la voleva, rimossa come una piccola vergogna che si deve far presto a dimenticare e a far dimenticare. Se per caso con le liste di nozze vi siete guadagnati una crociera, il nuovo governo vi rassicura: se i molesti gufi impediranno il passaggio davanti a San Marco, potrete sempre sfiorare la Serenissima per altra via, scavata all’uopo dall’irrinunciabile concessionario di tutte le opere mai finite, in atto o previste a Venezia.

Tutto bene. Se avete la sventura – è il caso di dirlo – di essere agricoltori o di lavorare in una impresa agricola adesso ci pensa l’ex bracciante a compiere il prodigio di trasferire il Jobs Act dalle fabbriche e dagli uffici nei campi, dovrete quindi essere appagati da salari degni del Bangladesh anche se avevate pensato di essere nati dalla parte giusta – o più iniqua – del pianeta. E ci pensa sempre lei a far eradicare i vostri ulivi “minacciati” dalla xilella per far posto a cultivar più consone alla festosa globalizzazione e a condimenti fusion, così come provvederà a far posto anche tramite alleanze e patti alle sementi delle multinazionali che come sciacalli si aggirano a Castelluccio, Norcia, Amatrice.

Tutto bene. Se non siete degli sfigati campani, calabresi,  lucani, può essere che, anche in mancanza del leader secessionista, le vostre regioni partecipino della lotteria che mette in palio sontuose privatizzazione consegnando alla scuola a pagamento, alle cliniche predatorie, l’istruzione e la cura, introducendo parametri di ripartizione delle risorse arbitrari e discrezionali, grazie alla appropriazione “indebita” del residuo fiscale, la differenza cioè fra quanto i cittadini versano allo Stato centrale per il pagamento delle tasse e quanto ricevono come trasferimenti dallo stesso Stato centrale, da parte anche dei primi in classifica per evasione.

Tutto bene. Mica vi eravate spaventati di una possibile Italexit carica di minacce, vero? MIca avevate creduto e temuto che in veste di Davide si volesse tener testa al mostro europeo e ai suoi diktat ispirati dall’intento di indebolire con l’impoverimento progressivo le classi lavoratrice e di esautorare le democrazie? Non c’è da preoccuparsi,  questo governo spera di durare e ha fatta propria le tecnica giù usata qui e altrove che è poi quella di consegnare i poteri e le competenze economiche e non solo  a un  decisore sovranazionale: è l’Europa che ce lo chiede, in modo da abiurare al dovere di decidere e governare e da farci ingoiare il rospo nella necessità, dell’austerità, della implacabilità di un presente e di un futuro senza speranze e senza alternative.

Questo post è dedicato ai funzionari del MenoPeggio, a chi pensa che certe dimestichezze siano inoffensive, che passino senza colpo ferire e si dimentichino come il bacio al mafioso, che certe intese siano temporanei cerotti sulle ferite e non un contributo alla cancrena e che qualche santo abbia messo fine a una peste che traeva origine da un brutto sorcio cui è stato sufficiente tendere una trappola in cui è caduto per la troppa gola di cacio. E temo sia solo la prima puntata, perchè nulla fa supporre che si torni indietro, per cancellare Buona Scuola, sfregio delle conquiste del lavoro, restrizione dei diritti, smantellamento dello Stato sociale … e della democrazia.


Tutti a Tav-ola

i-banchetti-rinascimentali-l-nvekn8 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Si-Tav a tutti i costi. È proprio il caso di dirlo se il tavolo- o la tavola –  su cui si gioca la partita dell’alta velocità non è e non è mai stato quello della effettiva utilità dell’opera e sui suoi reali benefici, se è stata riesumata per l’occasione la maggioranza silenziosa che parla troppo e a vanvera, con tanto di sciure in pelliccetta sia pure ecologica, mariti del rotary dietro le quinte a suggerire gli slogan, ottantenni speranzosi di un recapito più rapido dei pannoloni,  leghisti motivati a mettere ancora una volta in minoranza politica e morale gli esitanti alleati, pochi giovani, che c’è da augurarsi stiano dall’altra parte (ma non è sicuro, se diamo ragione  a Tolstoj che li definisce l’ala più reazionaria e conservatrice della società).

Si-Tav a tutti i costi, se ancora una volta il movimento 5stelle cederà anche su quello, trasformando l’ardito No di un tempo in un “non si può fare altrimenti” e i vaffanculo d’antan in educati quanto confusi conti della spesa, come è successo con Terzo Valico, con le Trivelle, con Tap e fingendo di dar  credito alle baggianate in merito a tremende sanzioni, esose multe, vergognosa espulsione dal sistema della concorrenza e dal consorzio civile, se appena appena si pretendono calcoli attendibili che suffraghino, tanto per fare un esempio,  i dubbi, espressi perfino dall’Osservatorio Torino – Lione e espressi nel documento  di “Verifica del modello di esercizio per la tratta nazionale lato Italia – Fase 1 – 2030” commissionato dalla Presidenza  del Consiglio Gentiloni vigente, sulla effettiva utilità ed efficacia di un intervento per il trasporto veloce delle merci, laddove le produzioni e il traffico conseguente hanno subito un progressivo e e costante ridimensionamento.

Si-Tav a tutti costi, se secondo le mosche cocchiere della stampa dipende da quello la salute, anzi la sopravvivenza  delle nostre imprese, penalizzate da insani ostacoli alla modernizzazione del paese tramite l’ingegneria, il cemento e il genio pesante, che dopo aver tanto contribuito al sistema autorizzato per legge della corruzione si trovano a mal partito se si ferma la poderosa macchina del malaffare e risentono della crisi che ha colpito perfino il perverso assistenzialismo. È per quello che la povera Mantovani società presente in tutte le cordate delle mazzette, legalizzate e non, non può portare a termine l’incarico che si era assunta, pagato profumatamente, di riparare  il tubo del depuratore di Malamocco. E, diciamolo, è stato per quello che i Riva anche in anticipo sull’apocalisse finanziaria, non è stata in grado di adottare misure anti inquinamento e di effettuare le doverose bonifiche, che De Benedetti è stato costretto a rinunciare agli accorgimenti per tutelare lavoratori e popolazione dagli effetti dell’amianto e che giù giù in un regime di scala, gli impresari edili non dotano di caschi e attrezzature di sicurezza gli operai, italiani e stranieri, che si inerpicano sulle impalcature.

Si-Tav a tutti i costi, se ci si preoccupa perfino dei lavoratori minacciati dal contagio della sindrome Nimby, quelli precarizzati dalla cancellazione di diritti, garanzie e conquiste sudate in decenni, comunque condannati a tirar carriole, trascinare macigni, scavare nell’eterna ammuina di una industria che ha scelto la pesantezza, la pressione sul suolo e sull’ambiente, l’ingegnerizzazione e la cementificazione come per i ponti, il Mose, i grattacieli che hanno ancora un mercato solo negli sceiccati megalomani e a Milano, e come per la Fiat,  agli investimenti in tecnologia e innovazione, nella trasformazione aberrante di un mercato del lavoro convertito in tratta degli schiavi, nella rassegnazioni di uno Stato ridotto all’impotenza che non sa e non vuole immaginare un disegno organico di salvaguardia e risanamento del territorio combinato con una strategia per l’occupazione che impegni risorse professionali e manodopera nella conservazione, protezione e valorizzazione del territorio.

Si-Tav a tutti i costi, se così si aggira e si può non evadere davvero qualsiasi domanda venga dal basso proprio sui “costi”. Perché vige una beneducata riservatezza su quanto costano, sono costate e costeranno le grandi opere, i grandi eventi, le grandi guerre e i grandi imbrogli che si consumano, soprattutto se vengono avviati, non vengono mai finiti e diventano così una formidabile fonte di redditi opachi  per studi di progettazioni, aziende che guadagnano sui ritardi, sull’affitto delle gru montate e dei macchinari che stanno fermi, sulle necessarie modifiche in corso d’opera, sulle riparazioni imprescindibili per danni prodotti magari volontariamente, sugli incarichi di ripristino dati allo stesso soggetto che ha causato il male, come succede a Venezia dove il Consorzio Venezia Nuova assume in sé il ruolo di guastatore e riparatore, di scavatore e riempitore ed è perciò diventato un modello esportabile di misfatti a rigor di legge.

E d’altra parte non vorrete mica che il popolo bue in odor di populismo venga a conoscenza di dati così sensibili che riguardano la sicurezza dello Stato e il segreto industriale? Che si sappia davvero quanto sborsiamo di tasca nostra per comprare armi, quanto ricaviamo senza saperlo dalla svendita di porzioni del nostro suolo patrio convertito in poligoni per testare strumenti di morte, quanto cacciamo fuori per consentire a aziende di guadagnare dai nostri pedaggi senza che vengano effettuati controlli e adottate misure di sicurezza, quanto sborseremo per realizzare le infrastrutture indispensabili per collegare inutili stadi e falansteri annessi al resto delle città dove non vengono invece creati e potenziati i trasporti pubblici?

Si-Tav a tutti i costi, perché non è casuale che si investa nelle grandi menzogne che fanno da camouflage alle nostre miserie pubbliche o in quelle che caricano del nostro sospetto e della nostra diffidenza feroce ipotetici nemici da criminalizzare e punire. In questi giorni anime belle si compiacciono per una lettera di una terremotata che informa che ad Amatrice non sono sotto le tende e che comunque loro sanno e rivendicano che la colpa dei ritardi e delle disfunzioni non è certo da attribuire agli stranieri  e al loro costo per la cittadinanza. Messaggio encomiabile, se non fosse che non sono sotto le tende, vorrei anche vedere al terzo inverno dal sisma, ma in centinaia sono ospiti da familiari, in hotel della costa, in casucce il cui tetto vacilla sotto la neve, concesse con sistemi e tempi vergognosi, che non sono fatte per sopportare condizioni climatiche avverse, che appena montate hanno mostrato cattivi funzionamenti. E se non fosse che a Norcia sono stati investiti quattrini  per montare un obbrobrio destinato a ospitare non meglio identificati trattori e osti , confermando il più inquietante sospetto, che i pochi soldi stanziati per la ricostruzione, la pressione delle burocrazie chiamata in campo ma mai contrastata, le scelte discutibili sulle priorità nascondano l’intento di fare di quell’area un parco tematico, una disneyland dell’alimentazione per il turismo religioso e non, coi produttori, agricoltori e allevatori trasformati in inservienti e commessi addetti alla vendita di merci tutte uguali là come ai banchi di Fico e della Coop e prodotte chissà dove.

Si-Tav a tutti i costi, perché mica possiamo fare una figuraccia con chi non l’ha voluta e l’ha appioppata al cugino cretino, con chi la vuole imporre per indebitarci sempre di più e ricattarci sempre meglio. Si-Tav per chi nelle more delle miserie parlamentari aspetta come una manna la rinuncia e l’abiura dei pasticcioni istituzionali, per chi tra i suddetti arruffoni spera, magari tramite opportuno referendum, di essere costretto all’assenso ed essere cooptato così tra gli utili servi dei padroni.

E allora spetta a noi riprenderci i nostri No.


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