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Carità pelosa

Imagoeconomica_cardinale-Konrad-Krajewski-845x522Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non fatemi dire si stava meglio quando si stava peggio, se per 12 anni la signora Lucia Massarotto ha potuto esercitare la sua opposizione alle tesi della Lega issando “provocatoriamente” il tricolore cartelli,  con tanto di eloquenti sul balcone di casa in Riva Sette Martiri, davanti al palco del raduno annuale della Lega a settembre, suscitando le ire di Bossi che le indirizzò il famoso invito “a mettere quella bandiera nel cesso”! mentre ieri non si sa quale alta autorità ha pensato bene di mandare i pompieri con gru di dotazione a calare giù lo striscione appeso da un’altra innocua signora di Brembate, reo di recare una scritta che è stata intesa come sfrontatamente provocatoria e ad alto contenuto “incendiario”: “non sei il benvenuto”, indirizzata, si suppone, a Salvini in visita pastorale.

La solerzia dimostrata (oggi ci sarebbe la rivelazione che a sollecitare l’azione repressiva sia stata la questura) fa pensare che il Ministro dell’Interno  viva una fase di particolare nervosismo, nella quale la proverbiale bulimia si combina con reazioni colleriche e inopportune: il giorno prima aveva avuto un diverbio molto animato con i poliziotti della sua scorta che non erano intervenuti tempestivamente per sedare le intemperanze di alcuni contestatori.

Ma c’è poco da esultare così come c’è poco da sperare sugli effetti positivi delle scaramucce tra alleati di un governo ridotto a un ring che rinvia ogni già stentato processo decisionale al dopo elezioni, scadenza che l’irascibile vice primo ministro in perenne trincea intende come  un referendum su se stesso, della “sua” Europa da salvare per salvarci da una catastrofe bellica profetizzata dal nostradamus della Bocconi , e soprattutto dei suoi “valori” minacciati da ogni parte.

Per dir la verità c’è poco da star contenti anche per altri capisaldi esibiti con potenti gesti simbolici: quello del cardinale Konrad Krajewski, elemosiniere vaticano,  che ha riportato l’elettricità in uno stabile occupato a Roma, al buio e senz’acqua calda dal 6 maggio.   Sono intervenuto personalmente, ieri sera (sabato, ndr), per riattaccare i contatori, ha rivendicato. Io faccio l’elemosiniere e mi preoccupo dei poveri, di quelle famiglie, dei bambini.

E meno ancora c’è da star contenti del consenso che ha raccolto il gesto caritatevole, inversamente proporzionale al silenzio che aveva accompagnato la misura all’origine del provvedimento di distacco della corrente, il famigerato articolo 5 di una legge che appellata con il nome del ministro che la volle ad ogni costo, Lupi, peraltro attento ai bisogni delle famiglie (la sua) e alle aspettative delle generazioni future (suo figlio, appassionato di prestigiosi orologi) che disponeva che si devono tagliare luce e acqua agli edifici occupati da senza tetto, successivamente applicata scrupolosamente da alcuni sindaci (Marino e Raggi) in immobili nei quali si erano insediati abusivi senza tessera di Casa Pound, beneficati dalla concessione generosa del sindaco Veltroni che li ha resi legittimi e intoccabili detentori vita natural durante di alloggio, bollette e servizi gratis.

Senza nemmeno entrare nella materia dei continui attentati della Chiesa a una nazione che ne ospita la maggiore autorità, delle offese ai suoi tribunali come nel caso della pedofilia, in nome di un tribunale superiore, della derisione contenuta della carità offerta da un’organizzazione che non paga le tasse per i suoi hotel e B&B e case vacanze accreditati e accatastati come munificenti luoghi di cristiana accoglienza,  della tracotanza con la quale si esibiscono credenziali misericordiose a fronte di uno Stato che non garantisce una casa ai suoi cittadini, costretto però a custodire e assicurare la manutenzione di uno sterminato patrimonio immobiliare e monumentale, è il principio ispiratore del gesto dell’elemosiniere che dovrebbe disturbare chi non crede che si possa sostituire la solidarietà con la beneficenza e la giustizia con la pietas.

Invece pare che ormai ci sia una nobile gara a accontentarsi: di un europeismo esposto come male minore da sopportare con l’illusione che qualche demiurgo sappia convertire la feroce fortezza in amabile e longanime confederazione di liberi Stati sovrani, di un antifascismo che appaga coscienze democratiche in letargo con l’offerta di una integrazione utilitaristica e con l’adesione formale alla disubbidienza individuale altrui, condividendo i modi, i luoghi e gli slogan con chi ha cancellato i diritti del lavoro, incrementato le disuguaglianze sociali, aggredito il welfare e dunque le garanzie della cittadinanza, ridotto la libertà di espressione per nascondere le notizie scomode e incarcerare chi le rivela, estirpando le rare pianticelle della critica, di una laicità che prevede la temporanea sospensione di qualche simbolo religioso e l’estensione delle figurine del presepe a pastori colorati e re magi ancora più esotici, esultando per qualche esternazione papalina e qualche gesto di propaganda fide a spese della collettività. Interpretato da insospettabili come formidabile e potente “azione liberatoria”,  perfino dall’ex assessore Berdini che lo segnala come manifestazione incoraggiante e simbolica dell’esistenza in vita di “un ricco tessuto sociale che crede nella solidarietà, che porta quotidianamente concreto aiuto alle occupazioni romane..  Domenica uno straordinario esponente di questo mondo, il cardinale Krajewski, ha compiuto un gesto liberatorio che ha restituito la speranza non solo a 450 persone che vivevano nell’incubo dello sgombero”.

Ha ragione Berdini di levarsi qualche sasso dalle scarpe che lo hanno portato fuori dalla giunta Raggi, colpevole come sappiamo bene di non aver voluto – come i predecessori – mai affrontare il problema della casa se non con azioni poliziesche e repressive – salvo qualche eccezione nera, ha ragione di ricordare come la perdita di quel diritto fondamentale faccia parte della perdita complessiva del welfare urbano quando aree delle città vengono concesse alla speculazione edilizia e immobiliare, quando l’urbanistica è ridotta a pratiche quotidiane di cessione di territorio alla proprietà privata, quando intere aree edificate per il terziario sono in stato di abbandono e stabili che erano destinate all’edilizia popolare sono in stato di obsolescenza, incompleti e convertiti in desolati scheletri di archeologia abitativa.

Ma proprio per questo a chi lotta per la casa anche se ce l’ha insieme a chi ha il diritto di averla, a chi lotta contro le grandi opere, a chi lotta contro il Mose e i corsari e i pirati che vogliono il possesso unico delle nostre città d’arte, a chi lotta contro le trivelle e il Muos, a chi lotta per fabbriche risanate e città pulite contro un padronato che non ha mai investito in sicurezza e innovazione, per  giocarsi i profitti sul tavolo verde del casinò globale, a chi lotta per l’ambiente contro che lo vuol salvare dai danni del mercato affidandolo al mercato o a buona volontà e rinunce collettive e personali con preferenza per i poveracci, a chi ha lottato e lotta per i beni comuni danneggiati, espropriati, alienati, democrazia compresa se i suoi referendum vengono beffati, per tutti questi non può e non deve bastare la carità pelosa della cerchia dello Ior, degli attici sibaritici, della colpevolizzazione e condanna di inclinazioni e comportamenti e dunque della libertà personale, attuate grazie a un ceto politico che si accorge delle comuni radici quando servono alla propaganda della ferocia e a crociate contro i diritti.

C’è da temere altrimenti che a forza di bracioline buttate in bocca agli affamati, di mancette elargite ai troppi nullatenenti, di poveri cristi messi a far da carne per le fiere, anche quelle fameliche e denutrite, ci abbiano domati e ci acquietino con un po’ di carità pelosa.

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Caritas pelosa

fontana_di_trevi_transennata_640_ori_crop_master__0x0_640x360Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ormai è risaputo, hanno cambiato i diritti in elargizioni e sostituito  la solidarietà con la carità. È che fa comodo a tutti, te la cavi con qualche sms, con qualche colletta, con un mi piace sull’immaginetta del sindaco disobbediente e è fatta, salvo poi chiedersi perché non se li accolgono a casa loro i molesti immigrati, salvo fare qualche ora di volontariato compassionevole volontariato e lasciar sola la seccante nonna tutto agosto o cercare di ricoverarla tra i lungodegenti.  E mica vale solo per le invasioni di 12 stranieri in una cittadina di 30 mila abitanti, si attaglia perfettamente anche a chi raccoglie bottiglie di plastica nella spiaggetta raggiunta col Suv, insomma alla difesa di dogmi dietro ai quali si nascondono il più delle volte,  interessi e giri di quattrini.

Per quello non mi unisco alla deplorazione per la decisione della sindaca di Roma che ha deciso che le monetine che i turisti lanciano nella Fontana di Trevi per propiziare un ritorno nella Città Eterna, restino del Comune e non vadano più nelle casse della Caritas. Dal primo aprile il tesoretto, nel 2018 pari a 1,5 milioni di euro, verrà messo a bando per essere destinato in misura prevalente “al finanziamento di progetti sociali e per la restante parte alla manutenzione ordinaria del patrimonio culturale”.

Apriti cielo:   titola l’Avvenire  “Le monetine tolte ai poveri” sono servite a offrire servizi importanti non soltanto per i clochard, nella Capitale oltre 10mila, ma anche per quanti faticano ad arrivare alla fine del mese, con i posti letto ma anche con  i generi alimentari distribuiti attraverso l’Emporio della Solidarietà presente a Ponte Casilino. Per non dire del Pd che tramite il suo segretario regionale recrimina: “Invece di sostenere chi ogni giorno fornisce una rete straordinaria di assistenza e di solidarietà   viene raddoppiata la tassa sul terzo settore e ora viene colpita la Caritas di Roma che svolge un ruolo fondamentale e garantisce assistenza e umanità a migliaia di persone e di famiglie in difficoltà” mentre  l’ex capogruppo capitolina ed ora consigliera regionale Michela Di Biase in Franceschini, accusa che  “nel nome della legalità verranno sottratte risorse preziose per interventi a favore dei senzatetto e a iniziative benefiche che sempre più spesso colmano mancanze del sistema welfare cittadino”.

Ora a me non piace niente di quello che fa la Raggi, salvo ricredermi se davvero impedisce l’ingresso al centro ai torpedoni, primi tra tutti quei condomini addetti al trasporto di pellegrini distribuiti in due piani nei luoghi sacri e cui farei seguire immediatamente un impegno per promuovere l’esazione dell’Imu dei fabbricati della chiesa  luoghi di un altro culto ancora più potente,  quello turistico.

E sicuramente la solidarietà non è un caposaldo della sua amministrazione, proprio come non lo è di altri sindaci che militano nelle schiere della disubbidienza,  che pare non preveda, nemmeno quella, di compiere il necessario salto dalla pietà alla cura dell’interesse generale oltre che del decoro.  Non mi aspetto dunque che decida di non estendere a infami incarichi le funzioni della sua municipale prendendo alla lettera le opportunità repressive offerte dal Daspo urbano, pensato proprio per rassicurare i penultimi criminalizzando gli ultimi, bianchi o neri che siano. Non mi aspetto che affronti il problema delle case occupate dai senzatetto come vuole una drammatica sfida sociale prima che umanitaria, invece che come fastidioso grattacapo da risolvere con l’uso della forza pubblica in armi. Ormai non mi aspetto nemmeno che malgrado le promesse elettorali si sottragga agli ordini dei poteri forti romani sottraendosi all’obbligo di tira su uno stadio inutile in una zona a rischio ambientale, per la cui realizzazione è inevitabile il contributo pubblico, economico e morale, sotto forma di infrastrutture di collegamento, sconti e manomissione delle regole urbanistiche e di tutela del territorio.

Però sulle monetine e la Fontana convertita in cassetta delle elemosine da passare direttamente alla Caritas mi torvo d’accordo con lei.

E non solo perché la Caritas, organismo pastorale della Cei (Conferenza Episcopale Italiana, l’unione permanente dei vescovi cattolici in Italia) per la promozione della carità ha intenti  confessionali e missionari   e una funzione pedagogica:  far crescere nelle persone, nelle famiglie, nelle comunità  il senso cristiano della solidarietà,  non può né deve esser considerata un potere sostitutivo della funzione obbligatoria dello Stato e del settore pubblico a diseredati, poveri, emarginati, ma semmai aggiuntivo.

Non solo perché per  praticare concretamente e esercitare quello spirito  evangelizzatore la Cei può contare su  un ingente patrimonio comprensivo di attici prestigiosi e di proventi derivanti da attività commerciali, se non apertamente simoniache, esenti da qualsivoglia regime di imposizioni fiscali. E quindi quel cespite ha soprattutto un inaccettabile valore simbolico a sancire l’eterna soggezione della città di Roma e dello Stato italiano alla potenza Oltretevere.

Ma anche perché quella cifra, seppur depurata dei costi per la raccolta affidata all’Ama non sappiamo con che esiti,  sarà destinata a interventi di conservazione e risanamento di beni comuni e artistici,  verde pubblico e monumenti, altre fontane vandalizzate comprese. Un obbligo quello, stabilito dalla nostra Costituzione e in capo allo Stato, che è però ancora e anche vincolato all’impegno di estendere la sua attività di vigilanza, conservazione, valorizzazione e restauro dei beni ecclesiastici attraverso capitoli di spesa del Mibact e soprattutto grazie all’apposito  Fondo edifici di culto (Fec) in capo al Ministro dell’Interno, che ha in cura  oltre ottocento chiese distribuite su tutto il territorio nazionale. Tanto è vero che Stato e governi che si succedono tra adoratori di Padre Pio, fanatici di San Gennaro, adoratori di presepi purché non fusion, hanno dato priorità agli interventi di ricostruzioni delle chiese anche rispetto alle case dei terremotati dell’Emilia, come del Centro Italia, suffragando il sospetto di una subordinazione ossequiente al potere dell’aspersorio autorizzato all’evasione dell’Imu in qualità di poderosa agenzia turistica mondiale e celeste, della quale è bene conservare la protezione e la gratitudine in vista di viaggi terreni e ultraterreni. Tanto è vero che nelle stesse chiese soggette a restauro a spese delle Stato è concessa anzi applaudita come prova di dinamismo e imprenditorialità qualsiasi iniziativa commerciale: biglietto di ingresso, terrazza bar sulle guglie, caffetterie sulle terrazze absidali, “te all’Opera”: dove l’Opera non è un teatro, ma l’Opera del Duomo di Siena che nella “cripta” della cattedrale organizza mostre a pagamento con la possibilità di gustarsi  “al piano terra il sangue di Cristo della messa, al primo piano un mojito, al piano di sotto un Caravaggio” che denunciò a suo tempo Settis.

Questo è un Paese di giuramenti e promesse mancate, di costituzioni inattuate e tradite, figuriamoci se davvero potevamo sperare in una libera Chiesa in libero Stato per essere liberi dall’ipocrisia e dalla cattiva coscienza che si esprime con la carità pelosa, anche quella dei “mecenati” chiamati a salvare il nostro patrimonio in cambio di  favori, aggiramento e scavalcamento delle regole, concessioni e autorizzazioni urbanistiche per occupare intere aree con le loro cittadelle del lusso. Come nel caso proprio della Fontana di Trevi cui è stato restituito un inquietante candore da poco dopo essere stata bardata per anni con la effe del logo dello sponsor.. e più mecenatismo peloso di quello.

 


Racconto di Natale


articolo32 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Vi ricordate quando, sia pure in presenza di quella che veniva definita l’eclissi del sacro, permanevano nella nostra società ben dritti e imponenti alcuni pilastri della confessione comune, radice indiscussa dell’Europa? Uno dei più solidi ereditato dalla fede cattolica da altre religioni monoteiste talmente severe da non offrire nemmeno l’espiazione tramite confessione, salvo quella sul lettino dell’analista, è stato certamente il senso di colpa, condiviso a tutti i livelli pubblici e privati, redentivo quando sfociava nell’orgoglioso pentimento, perfino per terroristi, mafiosi e leader politici ladri quanto baciapile.

C’era il senso di colpa nei confronti di babbi laboriosi e mamme dedite al sacrificio, degli insegnanti sotto i cui occhi copiavamo la versione;  c’era quello che provava il birichino che rubava le gomme dal tabaccaio. E c’era quello del magnate che a Natale si emendava con l’elargizione di panettoni. C’era quello dei mariti che si sollazzavano con la segretaria e riparavano con un regalo sospetto. E poi c’erano quelli di scala, il complesso di colpa coloniale, quello di qualche filantropo che scontava i peccati con carità pelosa prontamente scaricata dalle tasse, quello di qualche mecenate che aveva comprato un Van Gogh per due soldi e gli dedicava una sala nel suo museo. E  forse qualche faraone in una iscrizione che la pietra di Rosetta non ci ha aiutato a decifrare, avrà dedicato un pensiero penitenziale agli schiavi che avevano costruito il suo monumento a imperitura memoria della ferocia.

E c’era la quaresima per pagare il fio di abbuffate di frittelle e galani, il venerdì con l’odiata sogliola bollita (per i più reietti la polenta passata sull’aringa) come punizione di capricci gastronomici, perfino il rosario recitato dalle ragazze del ramo cattolico della mia famiglia interreligiosa,  con i capelli ancora umidi dai primi tuffi proibiti di maggio insieme ai figli dei vicini.

Beh, preoccupati di poter essere contagiati dal quelle patologie della coscienza ci hanno tolto anche quelli, come in un pizzino dei vari presidenti del consiglio di questi anni.

Levare il complesso di colpa coloniale, in presenza di disperati che arrivano fuggendo a guerre esportatrici di civiltà? Fatto, è colpa loro, come d’altra parte di debosciati siculi e calabresi inclini all’adesione a organizzazioni mafiose, che non hanno saputo approfittare delle magnifiche sorti e  progressive del nostro stile di vita.

Disperdere la responsabilità collettiva e individuale per i treni piombati verso Aushwitz dai quali si è distolto lo sguardo? Fatto, siamo italiani brava gente, tanti anni sono passati e poi basta firmare qualche petizione per le sanzioni a Israele e i conti sono alla pari, che gli stranieri mica arrivano su ferro e semmai li facciamo rimpatriare in aereo.

Cancellare i morsi  per via di sfruttamento intensivo della forza lavoro? Fatto, era necessario per allagare le geografie sulle quali disperdere un po’ di polverina d’oro del benessere che arricchisce chi ha e arriva come una nebbia anche sugli altri.

Depennare la contrizione per la nausea comprensibile indotta da trasgressioni a inclinazioni e comportamenti normali? Fatto, si è già dato col minimo sindacale di diritti concesso a unioni di fatto, quote gay, dolce comprensione per genitorialità di affittuari celebri, come dimostra la festosa illuminazione esibita dalla Casa Bianca per celebrare la legittimazione dei matrimoni omosessuali, mentre intanto si bombardavano etero e omosessuali a Aleppo.

Buttar via lo spirito quaresimale dopo feste goderecce? Fatto, perfino questo, ormai siamo tutti a dieta e le minestrine penitenziali sono una ricette gaudente da grand gourmet.

Eh si ormai governano anche le nostre coscienze, perché rimordano secondo criteri dettati dall’alto e non certo per liberare noi, ma invece chi le colpe le ha commesse e distribuite anche quelle non equamente  tra sottoposti e sudditi.

In cambio di qualche assoluzione preventiva e senza la recita di qualche padrenostro, ci viene concesso di non provare né pietà né solidarietà per le vittime ma anzi di accanirci e respingerle in qualità di custodi di un modello e delle sue tradizioni e convinzioni identitarie minacciate e offese. Ci viene permesso di considerare malati e anziani un peso che è legittimo cercare di far ricadere su altri, di rimuovere, in vista di più pressanti necessità. E siccome invece di mettere a disposizione di senzatetto e terremotati i fondi per il più elementare dei diritti, un tetto dignitoso sulla testa, abbiamo dovuto contribuire a comprare aerei da bombardamento e a salvare banche criminali e  la loro dirigenza sotto l’ombrello di influenti complici governativi, veniamo amnistiati per il delitto di avere detto ancora una volta di si, ricordandoci che bisognava collaborare alla sicurezza e alla perpetuazione del nostro stile di vita e dei nostri risparmi, alla tutela del valore dei nostri immobili,  alla salvaguardia dei nostri fondi e delle nostre assicurazioni, minacciati dall’avidità di improvvisati giocatori al tavolo verde in vena di guadagni facili.

Uno invece dei sensi di colpa viene promosso e nutrito, quello che dovremmo provare per le generazioni future, le più povere dal dopoguerra si dice, che scontano le nostre esistenze al di sopra delle possibilità,  l’orgia di conquiste e diritti alle quali abbiamo immeritatamente partecipato, le troppe garanzie erogate che hanno compromesso la vita e le prospettive di sviluppo di aziende e imprese pubbliche e private costrette a cercare nuovi mercati e nuove, meno esigenti, risorse umane.

Così dopo averci persuaso che “consumo dunque sono”, adesso non siamo nessuno per aver troppo voluto, troppo preteso e troppo comprato, quindi perfetti per stare piegati sotto l’onere della dissipazione, la frustrazione di non poter più comprare il superfluo e nemmeno il necessario, la negligenza di non dare altrettanto giù per li rami, nemmeno a Natale.

A pensarci bene un senso di colpa dovremmo invece coltivare con scrupolo, quello nei confronti di noi stessi, che abbiamo scambiato dignità, rispetto, responsabilità, ragione, passioni per un po’ di egoismo da conservare come capitale per la sopravvivenza.

 

 

 


Sorpessimist

sitavAnna Lombroso per il Simplicissimus

Il Soroptimist International è “un’organizzazione senza fine  di lucro, che riunisce donne con elevata qualificazione in ambito lavorativo, e opera attraverso progetti diretti all’avanzamento della condizione femminile, la promozione dei diritti umani, l’accettazione delle diversità, lo sviluppo e la pace…”. Il primo progetto del club, nel 1921, intitolato “Salviamo i Redwoods”, era diretto a salvare una foresta  di sequoie secolari che rischiava di essere abbattuta; le Soroptimiste si impegnarono per ottenere sostegno dall’opinione pubblica: gran parte di quella foresta fu salvata e tuttora esiste, a differenza dei nativi americani che le avevano piantate e custodite, in via di estinzione e segregati nelle riserve.

Mi sono subito venute in mente le quote rosa del Rotary  quando ho letto le cronache deliziate della stampa in merito alle due kermesse di Roma e di Torino promosse da sorprendenti “semo gente de borgata” intenzionate a riprendersi la Capitale e da ancora  più sorprendenti pendolari in attesa di efficienti collegamenti per l’accesso rapido alla tavola di Paul Bocuse a Lione o per congrui trasferimenti delle progenie dell’Erasmus.

Per carità non chiamatele manifestazioni  le loro, non sarebbe opportuno: fareste pensare, che ne so, a volgari plebi urlanti, a raduni di sgangherati senzatetto,  peggio ancora, ad adunanze di femministe sguaiate che fanno gestacci. Meglio chiamarli  flashmob, i loro garbati appuntamenti con tanto di cartelli di design, o anche  “condivisioni” tramite tag e hashtag  trasferite dalla rete al territorio. La loro tv di riferimento quella delle ragazze, che le fa sentire irriverenti come l’altra icona, la partner coprolalica, anche quella torinese, del tappetino di pubblico servizio, direbbe di loro che sono le “carine per il rinnovamento”, se non fosse che a loro non piace il nuovo ma nemmeno il vecchio se per  vecchio si intendono quei principi e quei valori di solidarietà e di critica, di coesione e di opposizione, ormai tramontati in favore di un antifascismo senza resistenza e senza politica, di una comunicazione senza verità.  E infatti – a somiglianza di quelli che Malcom X chiamava “negri da cortile”, minoranze che scelgono la soggezione piuttosto che la liberazione – hanno trasferito fuori dalla rete in piazza,  il loro tutto fa sequoia, la fuffa anti- no che non sa nemmeno essere si, che l’unico si interessante è quello che le ha legate indissolubilmente al pensiero unico pensato di seconda mano, grazie ai rudimenti dei soci del Rotary, in occasione di cene a tema con tanto di onorevole o accademico un tanto al metro  ad uso delle Milanodabere, dei Parioli curva sud del Pd e della Torino dei cretini magistralmente illustrata da Fruttero e Lucentini.

E infatti secondo un uso non proprio recente sono i maschi che le incaricano di battersi come leonesse contro le buche che mettono in pericolo i Suv, contro la monnezza che offende il decoro, contro i neofobici che non si arrendono alle magnifiche sorti e progressive dell’alta velocità. A loro non interessa lo sgombero del Baobab, la speculazione intorno a opere inutili e indegne, la repressione dei senzatetto, la fatica frustrante dei pendolari. Importa loro portare acqua – ma privata, per carità, al mulino delle brioche imperiali  per garantire la conservazione di rendite, privilegi, autorità, profitti.

Sono le suffragette di un mondo di mezzo, come direbbe Carminati, mandate avanti, mercenarie impiegate  come avanguardia in virtù di conclamati patrimoni genetici e codici che le rederebbero più sensibili alle cause umanitarie, più adatte alla propagazione di messaggi sociali virtuosi: patria, o peggio, Matria, famiglia,casa, meglio se c’è anche la seconda a Capalbio o Courmayeur.

Mettono loro davanti e non è una novità,  come nelle battaglie del settecento,  col loro fuciletto a sparare alle prime file di fronte, i soldatini più esposti, donne come loro, condannate quelle si, alla servitù in casa e fuori, ragazzini senza domani, vecchi obbligati a dimenticare un passato di dignità, i primi a cadere sotto il fuoco del tradimento. Che poi se qualcuno le critica è sempre possibile attribuire la riprovazione al sessismo, al maschilismo, al virilismo, insomma a quegli istinti mal repressi che   affiggerebbero sempre e inguaribilmente la destra incolta e rozza, o all’invidia, se a volersi distinguere da loro sono donne, che si sa, sono velenose e avvelenatrici, come insegna la criminologia.

E d’altra parte hanno mandato una squinzia a far digerire il salvataggio popolare delle banche criminali, una sciura a fare da killer dei popoli e delle democrazie nel Fmi, una istitutrice a rapinarci delle pensioni, una sgallettata a governare una città: incarichi che un maschio ragionevole declina se vuol conservarsi la faccia e la poltrona. Eh si, sono i casi in cui dicono “vai avanti cretino”. E se è cretina, tanto meglio!

 

 

 


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