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Cia e teoria della cospirazione

ffddfUna grande parte dei tentativi di censura della libertà di informazione che accompagnano lo svuotamento della democrazia in tutto l’occidente derivano dalla teoria della cospirazione che via via è stata demonizzata per tradursi  in fake news e successivamente in guerra al cosiddetto odio, secondo una scala discendente che da peccato veniale di ingenuità e magari tema di ridicolo diventa via via espressione di devianza rispetto alla verità ufficiale e poi vero e proprio reato. Quindi non è sorprendente che questa guerra guerra strisciante alla libertà abbia avuto inizio dentro la Cia dove appunto è stata coniata l’espressione stessa teoria della cospirazione. Una cosa che è venuta alla luce con gli atti ufficiali agli atti resi pubblici grazie al  Freedom of Information Act: negli anni ’60, c’era un crescente scetticismo nel pubblico americano sui risultati della Commissione Warren i quali sostenevano che un sicario, Lee Harvey Oswald, era l’unico responsabile dell’assassinio del presidente Kennedy quando molti sospettavano coinvolgimento di personaggi e gruppi di alto livello. Nel tentativo di controllare il danno, la Cia inviò nel 1967 un promemoria segreto a tutti i suoi uffici  chiedendo loro di inviare messaggi ai media per ridicolizzare e attaccare questi critici e spacciarli come irrazionali sostenitori della “teoria della cospirazione”.

Fu un calco, un modello che poi si è diffuso a tutti i campi e a tutte le vicende significative perché poteva facilmente arginare le posizioni critiche senza darsi la pena di controbatterle con argomenti concreti sui vari aspetti delle questioni  e semplicemente investendole in blocco con il sarcasmo di un’espressione che non distingue analisi serie da inutili fantasie, mette nel medesimo tritacarne le obiezioni al rapporto ufficiale sull’attentato delle torri di New York dalle teorie rettiliane. Non era certo una cosa nuova, essa era stata incubata negli anni della guerra e il successivo maccartismo per raggiungere poi anche i livelli di ambigua teorizzazione con Karl PopperLeo Strauss che in modi quasi opposti furono i difensori della ntuta mistico sociale della verità ufficiale. Il primo (salvo cambiare poi opinione  negli ultimi anni) riteneva impossibili le cospirazioni di alto livello sostenendo che sarebbero difficili da attuare data la fallibilità degli uomini: ciò che potrebbe sembrare una cospirazione è in realtà dovuto ai singoli attori che perseguono i loro obiettivi personali che è poi ancora oggi l’argomento principe di ogni subdolo debunkeraggio: è impossibile che le cose siano andate diversamente da ciò che narra l’ufficialità della cronaca perché altrimenti sarebbe venuto fuori dato il numero di persone coinvolte.  Niente più di un ragionamento circolare, di una tautologia fattuale molto lontana dalla realtà concreta e spesso basata su automatismi mentali arcaici.  Il secondo, ideologicamente più importante in questa storia, riteneva invece che  le cospirazioni guidate dall’élite fossero assolutamente necessarie e benefiche, una cruciale difesa contro l’anarchia o il totalitarismo (se esse stesse non lo evocassero) , ma la loro efficacia ovviamente dipendeva dal fatto che gli occhi indiscreti delle masse ignoranti non le vedessero. Il suo problema principale con le “teorie della cospirazione” non era che fossero sempre false ma che spesso potevano essere vere e, quindi, la loro diffusione era potenzialmente distruttiva per il corretto funzionamento della società. Quindi, per autodifesa, le élite devono sopprimere attivamente o, almeno, ostacolare la ricerca non autorizzata sulle presunte cospirazioni.

Poiché questi due intellettuali sono entrambi tra gli eminenti rappresentanti del pensiero liberale e conservatore del ‘900, è facile vedere come il controllo dell’opinione sia in realtà consustanziale al sistema. In in questo senso l’argomento popperiano rivela la sua inconsistenza perché se indizi e particolari vengono ignorati dai media, allora la cospirazione di gruppi potenti e in grado di controllare l’informazione, specie quando essi fanno sistema, diventa perfettamente possibile e secondo Strauss auspicabile.  Prendiamo ad esempio la russofobia che oggi è certamente più virulenta  di quanto non fosse nei confronti dell’Unione Sovietica negli anni ’70 e ’80:  secondo i media americani ed europei , praticamente a canali unificati, viene presentata un’idea della Russia sostanzialmente intenta a sovvertire e condizionare  i regimi occidentali così che siamo costantemente bombardati da storie di presunte cospirazioni russe costruite su una base fattuale inesistente o addirittura completamente ridicola. Per non parlare dell’enfasi di carattere ideologico – geopolitico che circonda il coronavirus cinese che finora ha provocato più o meno un centesimo dei morti che fa la normale influenza non globalmente ma i ogni singolo Paese occidentale. Ma i topolini, cioè tutti noi, non possono uscire dal labirinto in cui sono stati messi dal martellare dell’informazione.

La creazione di Internet e la vasta proliferazione di media alternativi, ha in qualche modo alterato i rapporti di forza informativi della comunicazione verticale e nell’attesa di poter completamente controllare anche  questi nuovi media la vecchia teoria e pratica della cospirazione si è tramutata in quella molto più volgare e sospetta delle fake news e infine in quella dell’odio per cui non aderire alla verità che viene dall’alto diventa  anche umanamente intollerabile, frutto di irrazionale violenza e tale da poter essere punito dalle leggi senza suscitare l’impressione che i pubblici poteri vogliano tappare la bocca ai cittadini. Per qualche anno la censura è stata affidata a soggetti privati e non istituzionali – ammesso che vi sia ormai una qualche sostanziale differenza, come Facebook, Amazon, Google e compagnia bittante, ma ancora non basta: la libertà d’espressione diventerà tra poco solo un complottismo.


Heil Europa

Nazi EuMentre spira il venticello inquieto di un antifascismo che sembra correre sempre in soccorso dello status quo stabilito dalle oligarchie continentali e globaliste, si scorge sullo sfondo, ancora sfumato e tenue, il tentativo di riformare la memoria, i primi abbozzi di un nuovo ordine dei giudizi. Non si tratta di un volgare e semplicistico negazionismo volto a misconoscere gli eventi irriscattabili, ma di qualcosa di molto più insidioso e radicale che aveva fatto la sua comparsa una quarantina di anni fa con le tesi di Ernst Nolte, ovvero del giustificazionismo:  lo sterminio degli ebrei, ma anche di molti oppositori del nuovo ordine, non viene affatto contestato, ma addebitato alla cosiddetta guerra civile europea che aveva contrapposto la società cristiano borghese nelle sue varie declinazioni al  comunismo. Per dirla in poche parole i campi di sterminio furono un errore doloroso, tuttavia comprensibile visto l’obiettivo di distruggere l’Unione sovietica e ogni vestigia di comunismo.

Incredibilmente questa nuova prospettiva che ovviamente trova in Germania il suo motore e si concreta nell’appoggio a regimi creati grazie all’appoggio di formazioni paramilitari nazifasciste come in Ucraina, riceve assist insospettabili, per esempio da Benjamin Netanyahu il quale in una intervista di 4 anni fa, ha detto che Hitler non aveva alcuna intenzione di sterminare gli ebrei, voleva solo espellerli, ma fu convinto dal gran muftì di Gerusalemme Haj Amin al-Husseini. Insomma la shoa sarebbe colpa dei palestinesi. Ma si sa che una dichiarazione lascia il tempo che trova, soprattutto se essa è strumentalmente volta a superare la stridente contraddizione con il forte appoggio del governo di Israele a un regime ucraino che rivendica le proprie radici naziste. Però gli indizi su questo sentiero che tiene legate molte cose a partire dal tentativo unipolare degli Usa, terra santa delle oligarchie di comando, sono molti ed esplodono quando meno ce lo si aspetta. Per esempio in un film tedesco, L’ultimo viaggio, nel quale questi sintomi entrano tutti. E’ la storia di un uomo di 92 anni, Eduard Leander, (tipico nome svedese), che vive a Berlino e che dopo la morte della moglie decide di andare in Ucraina a seguire le tracce del suo unico amore, una donna, conosciuta durante la guerra, mentre egli comandava un reparto cosacco. Qui vanno dette due cose per inquadrare il contesto di questa storia. Stranamente il protagonista viene chiamato Leander, nome d’arte di una famosissima cantante attrice degli anni ’30, Zarah Leander, di origine svedese appunto, nota per essere stata la prima a cantare nel 1938 Lili Marlene  e molto amata dal regime nazista. Non si può non osservare come si tratti di una scelta singolare, ancorché sfuggente. La seconda notazione riguarda i cosacchi la cui storia aggrovigliata è impossibile da riassumere qui, ma che – per quel che ci riguarda in questo contesto – combatterono in stragrande maggioranza con i sovietici, mentre una piccola parte, probabilmente la stessa che era entrata nelle armate bianche al tempo della rivoluzione, scelse invece di stare dalla parte dei tedeschi, nella Wehrmacht, ma anche  nelle Waffen-SS dove peraltro si distinsero in alcune operazioni di sterminio degli ebrei. Si trattava in totale di non più di 15 mila persone tutte agli ordini di ufficiali tedeschi (un piccolo reparto di cavalleria combattè anche al comando di Ranieri di Campello, ufficiale del Savoia Cavalleria). Quando le cose si misero male per l’Asse questi cosacchi vennero trasferiti altrove, principalmente sul fronte balcanico e in seguito in Austria, Germania e Italia. Alla fine della guerra furono consegnati ai russi, come prevedevano gli accordi Yalta, che li spedirono nei gulag  in Siberia, assieme ai loro comandanti tedeschi.

Nella vulgata occidentale questo passa per lo sterminio dei cosacchi. Il protagonista Leander era appunto uno di questi ufficiali tedeschi, poi liberato e tornato in Germania, ma oppresso sia dal suo amore indimenticabile che dalle vicende oscure della guerra.  Egli viaggia in Ucraina divisa nella quale si vedono i mezzi russi schierarsi in difesa dei secessionisti, come Nato comanda, mentre anche qui piuttosto singolarmente, non si  nega la presenza dei filonazisti accanto al regime. Si dice anche che la Russia si è appropriata  della Crimea perché probabilmente sul set non è arrivata la notizia che questo hanno voluto gli stessi abitanti tramite un referendum sull’autodeterminazione, ma la sostanza è che il protagonista, aiutato in questo senso da tutto il film,  “comprende” che tutto è come prima, che non è cambiato nulla. Una constatazione di per sé neutra ma che riprende le ragioni di questa nuova stagione dell’oligarchismo europeo.

Ritorniamo per un attimo a Netanyahu e alle sue stravaganti dichiarazioni: egli in sostanza voleva dire che gli ebrei erano un obiettivo secondario del nazismo, che la sua mania principale era la Russia e l’obiettivo di conquistare i suoi vasti spazi ad est, insomma che Hitler era principalmente russofobico. Una tesi per la verità non del tutto infondata, perché la notte dei lunghi coltelli servì a cancellare ogni traccia di socialismo dal nazismo, ma anche di simpatia per la Russia dei soviet che esisteva, sia pure in modo aberrante. Ora la russofobia è tornata in un Europa a trazione tedesca ed è anzi divenuta una colonna portante della sua politica. Tutto è come prima e lo testimonia anche il giornale simbolo dell’europeismo, ovvero la Frankfurter Allgemeine la quale sostiene in un recente articolo che esiste una qualche continuità strategica tra l’europeismo nazionalsocialista e quello odierno di Bruxelles tanto che l’autore del pezzo, Jasper von Altenbockum, sebbene non si bilanci sul concetto principale, dice che fenomeni come la Brexit o la crescita dell’Afd sono in qualche modo una reazione a tutto questo che ha cominciato a prendere forma con le guerre jugoslave. Insomma una politica di potenza non diversa quelle conosciute nel XIX° e XX° secolo, solo in scala più grande e con la coscienza altrettanto appannata.


Per un pugno di dollari

81-ImfdCBOL._SY445_Difficile comprendere il magma che attraversa il mondo: difficile capire perché un occidente ormai del tutto impazzito metta in piedi la vicenda Skrypal, palesemente inventata e talmente bugiarda che ora i protagonisti si rifiutano di portarne prove, per rinfocolare la guerra semifredda alla Russia o quale senso abbiano i dazi imposti da Trump alla Cina e a tutti quanti per quanto riguarda acciaio e alluminio, oppure la ripresa delle ostilità contro l’Iran, ben sapendo che dopo gli accordi sul nucleare Germania e Francia hanno siglato patti commerciali per miliardi euro con Teheran. Certo una spiegazione razionale o plausibile può essere trovata per ognuna di queste vicende, ma si fa fatica a vederne il senso di insieme, la strategia che ci sta sotto: diciamo che gruppi di potere diversi, ma sempre concentrati sull’ex Washington consensus seguono ormai proprie vie di azione e magari una certa parte dell’elite cerca di creare tensioni tali da sabotare quelle dell’altra. Sembrerebbe abbastanza  chiaro che il cosiddetto populismo di Trump vada contro gli interessi dei centri dell’economia finanziaria la quale risponde creando tensioni destinate nei suoi deliri a rallentare il protezionismo presidenziale anche a costo di un conflitto.

Si tratta ovviamente solo di ipotesi, del tentativo di capirci qualcosa, ma quando parliamo di America First dobbiamo per prima cosa capire il punto fondamentale su cui si regge la nuova parola d’ordine imperiale, visto che ogni mossa può avere vantaggi e svantaggi non prevedibili nel medio e lungo periodo e comunque non decisivi riguardo alla conservazione del primato. Ma basta dare un’occhiata ai tempi per mettere in ordine le cose e renderle più chiare: le campagne anti russe, sia per quanto riguarda il Goutha che l’attentato casalingo della signora May si sono intensificate, ma mano che appariva sempre più chiaro il rafforzamento di Putin all’interno della Russia, mentre i dazi sono comparsi dopo nemmeno un mese dal rimpasto di Xi Jinping e l’ascesa alla testa della banca centrale cinese di Yi Gang, uno dei maggiori strateghi della crescita del mercato interno e dell’internazionalizzazione dello yuan. Infatti quasi in contemporanea con la sua ascesa è diventata operativa la Borsa merci del petrolio di Shanghai, in cui si scambia greggio russo in yuan garantiti in oro e in cui cominciano a comparire partite di idrocarburi iraniani.  Qui si concentra tutto: quello che vengono considerati i maggiori nemici e competitori degli Usa non solo si stanno aggregando, ma lanciano una chiarissima sfida al dollaro come moneta fondamentale di scambio planetario. Per contrappasso è stato proprio l’oro nero a rendere il dollaro la divisa centrale delle risorse energetiche, una posizione de facto divenuta poi ufficiale e obbligatoria dopo la guerra, difesa a spada tratta dalle armi e dal potere. Gli Usa con un dollaro nazionale e non più globale diventerebbero immediatamente un Paese normale perdendo l’eccezionalità presuntuosa e tracotante: salterebbero così le rendite di posizione e con esse i rapporti e i bilanciamenti di un potere elitario creatosi nel corso di un secolo e mezzo, ma giunto in un certo senso al capolinea nel momento in cui la ricchezza così accumulata finisce nelle mani di pochissimi, non garantendo più come una volta quel surplus in grado di garantire la pace sociale e un possibile accesso al sogno americano.

Dunque il dollaro è la questione vitale e probabilmente le difficoltà daziarie poste alla Cina più che una prima applicazione delle promesse di Trump sono una sorta di avviso e di vendetta per aver osato bestemmiare il dollaro. Una situazione ancor più pericolosa dal momento che le sconsiderate mosse americane degli ultimi dieci anni hanno portato a un riavvicinamento della Cina alla Russia, ovvero al Paese con le maggiori riserve planetarie di petrolio e gas. Di qui una continua e  ossessiva escalation della russobobia, alimentata in mancanza di meglio con mosse così grottesche da finire in ridicolo: si spera forse con le minacce e le pressioni di separare un blocco che si è creato grazie alle indebite pressioni e alle minacce. La mancanza di lucidità in questo disegno rappresenta al meglio il declino delle elites occidentali. la loro scarsissima capacità strategica e l’aggio di fiducia che fanno sull’informazione per tenersi strette le loro opinioni pubbliche e sulla forza militare per impaurire: il peggio arriva è quando la cosa non funziona o funziona male lasciando allo scoperto violenza e la rabbia.


Russofobie

341Fin dal 200 avanti Cristo in Cina venivano redatte le celebri gazzette imperiali che rendevano conto di leggi, provvedimenti, notizie il cui più noto esempio è la Gazzetta di Pechino che è considerata il primo giornale al mondo. A partire dal 1050 dopo Cristo tali gazzette non furono più scritte a mano, ma stampate a caratteri mobili in terracotta che col tempo divennero di legno e infine di bronzo. Cionondimeno tutti noi abbiamo appreso che la stampa fu inventata da un tale Gutenberg, orafo di Magonza che in realtà ebbe solo l’intuizione  di mettere assieme una serie di tecnologie filtrate in Occidente attraverso la via della seta e il suo naturale terminale ovvero Costantinopoli dove ormai da tre secoli dominavano Venezia, Genova, Pisa, i vichingi del Volga e gli svevi giunti con Corrado III, rex Romanorum e col Barbarossa.

La cosa non è una scoperta di oggi, era nota nei suoi tratti fondamentali da molto, tanto che ne già parla Voltaire alla voce Gazzette nell’Encyclopedie, ma evidentemente l’esprit autistico coloniale era già talmente sviluppato da pensare che comunque il resto del mondo non contava, era res nullius. Se è vero che la matematica è nata in oriente, la notazione matematica che ha permesso lo sviluppo dell’algebra in India passando a noi attraverso gli arabi, la bussola, la povere da sparo, la stampa (compresa in essa la carta moneta) dalla Cina e dall’Asia in genere un’altra miriade di invenzioni che possono parere secondarie, ma che hanno avuto un immenso influsso sull’Europa, come ad esempio la staffa, è pur vero che si ritenevano le società orientali immobili, mentre il processo storico ancorché diretto idealmente verso una fine della storia, era un caratteristica solamente occidentale. Concetto che finirà ben presto nel trasformarsi in teorie politico razziali per le quali solo gli occidentali sono capaci di democrazia e cretinate del genere. Potremmo fare mille esempi di questo sentiment definitivamente affermatosi nella sua grossolana versione anglosassone con la rivoluzione industriale, ma un esempio a suo modo clamoroso è la questione della scoperta dell’America. Il continente è stato evidentemente abitato da popolazioni asiatiche arrivate attraverso lo stretto di Bering dai trenta ai ventimila anni fa, ma la scoperta viene considerata tale solo quando vi misero piede gli europei con Colombo, i pellerossa, in Maya, gli Incas, gli Aztechi non contano, non hanno la pelle bianca e dunque sono stati scoperti anche loro. E quando tale primato viene contestato probabilmente perché dà fastidio all’america wasp che l’onore sia attribuito a uno senza occhi azzurri e capelli biondi, si dice che l’abbiano raggiunta prima i vichingi, ancorché nessuno ne abbia saputo nulla e dunque come scoperta vale zero.

Qualcuno si starà chiedendo che senso abbia tutto questo, ma ci arrivo subito. La presunzione di superiorità prevede che essa venga delimitata in qualche modo, che si sappia insomma dove cominci e dove finisca l’occidente, problema non facile visto che in esso bisognerebbe includere i giapponesi ed escluderne gli indiani che sono invece in gran parte imparentati con gli europei come si deduce dalle loro lingue che appunto fanno parte della famiglia indoeuropea. Per non parlare delle nuove consapevolezze che fanno derivare dalla Mesopotamia gran parte di quel sapere che definiamo greco. Ma il problema attuale è che fin dagli esordi questa ristretta concezione del mondo, specie nelle sua vulgate popolari,  ha messo ai suoi margini la Russia considerata semi orientale, una specie di temibile e barbaro ibrido, nonostante la sua straordinaria cultura per certi versi prototipo di ciò che pensiamo occidentale. Questo confine nebuloso e inquieto si è trasformato in sprofondo  dopo la Rivoluzione di ottobre e le fallite imitazioni in centro Europa, intensificando l’idea di un pericolo che viene da oriente con in più il grottesco tentativo di attribuire il comunismo a tali caratteri.

Oggi la Russia non è più comunista, anzi ha assunto valori e modelli di vita tipicamente occidentali per non dire proprio amerikani con la kappa, ma contro di lei si può facilmente recuperare il sospetto e l’ostilità precedenti la rivoluzione con lo scopo di circondarla e impedire che raccolga attorno a sé e alla Cina, protagonista  della più grande espansione produttiva di tutti i tempi, un gruppo sempre più folto di Paesi che non ne possono più delle ingerenze imperiali di Washington e dunque della massima espressione di occidente estremista e integralista che in realtà è passato dal dichiarare la democrazia un suo prodotto esclusivo, a negarla nelle sue forme sostanziali.   Così accuse assurde, grottesche sanzioni che colpiscono in primo luogo chi le pone, pretesti esili e miserabili insieme, riescono a funzionare su opinioni pubbliche in un certo senso già preparate subliminalmente al sospetto e all’ostilità. Tanto più forte quanto più s’intuisce che la stagione del dominio si sta esaurendo, che l’Europa stessa è ridotta a un piccolo mondo carolingio di fatto impotente senza l’ “estremo occidente” americano, il quale a sua volta si vede sempre più in pericolo visto che il suo capitalismo estremo lo ha portato a dipendere in maniera vitale dal controllo mondiale senza il quale si sgonfierebbe come un palloncino.

Tutto questo ha giocato un ruolo decisivo anche all’interno della rivoluzione d’ottobre perché il tentativo occidentale di appoggiare gli zaristi e le fallite rivoluzioni in Germania indusse Lenin a guardare a oriente additando nella Cina e nell’India i teatri di futuro sviluppo della rivoluzione e a individuare nella decolonizzazione il vero fronte di scontro. L’Unione Sovietica, nonostante il fatto che la Germania di Weimar e persino l’Italia di Mussolini avessero voluto stabilire relazioni con Mosca infrangendo il cordone sanitario steso da Washington e Londra, cominciò a disinteressarsi dell’Occidente e a cercare di sottrarsi alle tensioni che si stavano accumulando al suo interno E’ anche per questo motivo che non vennero prese particolari misure militari per difendersi dalla Germania e che venne firmato il patto Molotov – Ribbentrop: il conflitto per Stalin e i dirigenti sovietici era altrove e dopo tutto una guerra  inter occidentale non poteva che costituire un vantaggio a patto di tenersene fuori.  Un’idea illusoria, esattamente come quelle coltivate oggi dagli occidentali.

 

 


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