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Milano, capitale dell’antifascismo di mercato

imageAnna Lombroso per il Simplicissimus

Il 23 marzo hanno in animo (ammesso che lo detengano) di convergere a Milano almeno 2000 fascisti e nazisti da tutta Europa   in occasione delle celebrazioni dei 20 anni degli ZetaZeroAlfa, la band di CasaPound, per dare vita ad un concerto-raduno, il terzo del genere dopo quelli del 2013 e del 2015, quando vennero festeggiati i 20 anni degli Hammerskin.

A differenza di allora, il sindaco Sala dolorosamente colpito dall’improvviso e inatteso manifestarsi di un rigurgito neo fascista del terzo millennio in Italia, si è duramente espresso su Facebook: auspico che il Prefetto e il Questore la vietino, scrive. Non accetteremo mai alcun tipo di raduno, corteo o iniziativa che inneggi e celebri il fascismo nella nostra città. Milano è e resterà sempre una città profondamente antifascista. Sono loro – ha ricordato – che decidono se autorizzare o meno una manifestazione: qualunque essa sia, concerto o altro. Dimostrando di non fatto il ripasso delle funzioni e delle competenze attribuitegli con le recenti e non recenti misure in materia di ordine pubblico urbano e pure di quelle che permettono a un sindaco di centro sinistra di concedere in generoso omaggio uno stabile ai festeggiati del 23, ma invece non autorizzano un successore 5stelle a cancellare  l’inappropriata disposizione, anche in caso di morosità dei beneficiari.

Guardando al passato c’è poco da stare tranquilli: se il 25 aprile del 2017 il prefetto di allora vieta alle formazioni fasciste-naziste contrassegnate da varie sigle di entrare in corteo nel cimitero Maggiore di Milano, a Musocco, e commemorare con atti apologetici i soldati della Rsi sepolti al campo 10, subito dopo, il giorno 29,  quattro giorni dopo un  raggruppamento dei tanti movimenti fascisti, neofascisti, neonazisti, nazionalsocialisti, razzisti, (non meno di 1000 militanti, forse 2000?) preparano  una  parata per la  celebrazione al Musocco  del camerata Sergio con l’esplicito obiettivo di offrire una rappresentazione plastica  e muscolare della compattezza  del blocco nero e dei suoi militanti, intorno non più alla retorica rievocativa del passato, ma aggiornata e adeguata ai principi e alle pratiche effettive di neo-nazionalismo oltranzista, razzismo, odio verso l’immigrato, omofobia, decontaminazione etnica.

Eh lo so, tocca accontentarsi di un sindaco che alla manifestazione nazionale “People. Prima le persone”   si è autocandidato  come “leader diverso per una città inclusiva”, che ha proclamato di fare di voler fare Milano un santuario dell’accoglienza, in barba  al reato di indifferenza e di omissione commesso all’atto dei repulisti etnici alla Centrale, anche quelli con tutta evidenza di competenza del questore e del prefetto. E che mentre accoglie virtualmente gli stranieri, non si perita di cacciare i residenti più poveri, costringendoli a una immigrazione per ora  non troppo remota, decentrando la città degli studi e i suoi giovani, in modo da far spazio  agli emirati, alle multinazionali, alle imprese di costruzioni e alle finanziare immobiliari. E tocca accontentarsi anche di un’opinione pubblica di rito ambrosiano che alla prima della Scala tributa un applauso a Mattarella che ha appena firmato il decreto sicurezza senza nemmeno tentare una moral suasion, lungo quanto quello riservato a un altro monello del prodotto-sindaco, il  disubbidente di Riace, molto propagandato ma non altrettanto emulato nella capitale morale.

Anche il mio computer è stufo di scrivere su questo antifascismo di facciata, che ormai è ora di chiamare col suo nome, antifascismo di mercato, perché da solo dare voce alle fanfaronate propagandistiche di marca umanitaria a condizione che non intacchino, anzi nemmeno alludano, alla lotta al sistema economico e finanziario che ormai ha preso la forma del totalitarismo, tanto influenza principi, valori oltre che attitudini e comportamenti, allietandoci con l’illusione che basti partecipare a un flash mob colorato per uscire dalla condizione di concreta impotenza nella quale siamo precipitati con una certa dose di correità.

A guardare indietro come l’angelo della storia ma anche a guardare al presente come piace a chi preferisce la cronaca, è vero che siamo stati un po’ meno fetenti colonialisti di Gran Bretagna e Francia, ma è anche vero che abbiamo partecipato a campagne imperialiste travestite da export di democrazia, proprio quelle che determinato gli esodi forzati.

E’ vero che a differenza che nel ventennio esiste una molteplicità di fonti di informazione, ma è altrettanto vero che una verità ufficiale ci viene imposta da un sistema pubblico non indipendente, né  dai partiti né tantomeno dal mercato. E’ vero che non c’è un partito unico, né – apparentemente – un sindacato unico, ma è altrettanto vero che da anni assistiamo a un impoverimento dell’assetto parlamentare in funzione di un rafforzamento dell’esecutivo e del ricorso ai voti di fiducia, che è stato provvidenzialmente ostacolato dalla volontà popolare, speriamo almeno per un po’, a differenza di quanto è avvenuto per tanti referendum traditi.  E è vero che le nostre non sono le scuole di libro e moschetto, ma è altrettanto vero che la privatizzazione dell’istruzione ha promosso la conversione del sapere e della cultura in formazione al lavoro servile, l’omologazione dei talenti, la selezione del ceto dirigente per censo, meriti dinastici e rendite.

Ma soprattutto è vero che anni di pacificazione, di indulgenze, di attenzione per i fermenti innovatori dei fascistelli che hanno dismesso l’orbace, quelli solidaristici di Casa Pound, quelli antiatlantici e antimperialisti quelli ecologisti, perfino la critica al consumismo a al capitalismo crematistico finanziario, sono la colpa e la condanna della sinistra che credeva di sopravvivere integrandosi nell’ideologia neoliberista, diventata la casa comune e condivisa.

Il leghismo venuto su a forza di tolleranza e ammirazione per le costole date in prestito, gli sparuti gruppi di provocatori e violenti, i musicisti in divisa naziskin hanno proliferato in assenza di una forza politica e popolare capace di sviluppare una critica di classe e anticapitalistica. Abbiamo l’obbligo di rimandarli nelle fogne, non aspettiamoci che lo facciano i padroni delle cloache che gliele hanno concesse a titolo gratuito.

 

 

 

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Accoglienza in Sala d’aspetto

sala Anna Lombroso per il Simplicissimus

Una sala di Palazzo Marino piena all’inverosimile, e tante persone in coda nella speranza di poter assistere all’incontro di  Mimmo Lucano con  la città e cui ha partecipato  il sindaco Beppe Sala che ha accolto l’ospite dicendo: “Mimmo, Milano è con te”. Un’occasione, per Sala, scrive la Repubblica, per parlare di immigrazione: “I sindaci fanno la loro parte, a Milano la nostra regola è quella di accogliere e in questo noi sindaci siamo soli. Da Milano stiamo facendo sentire la nostra voce, dicendo che i tempi sono troppo lunghi per decidere sulle richieste di protezione internazionale. Non si dica che i 35 euro al giorno sono messi solo per dare da mangiare, perché servono anche per l’integrazione e il lavoro. Mimmo ha fatto quello che avrei fatto io. La giustizia farà il suo corso, ma io al posto suo avrei fatto le stesse cose. La sua storia insegna molto”.

E speriamo perché lui deve aver avuto le sette malattie o deve aver marinato la scuola proprio nelle ore dedicate alla materia non più meritevole di tema in classe. La sua città nel passato è stata un modello di emarginazione e segregazione di immigrati venuti dal Sud, e non incolpiamolo altrimenti sarebbe responsabile anche degli incendi di rifiuti nell’hinterland, magari pure del malaffare intorno all’Expo, forse addirittura delle operazioni immobiliari speculative quasi  come la Raggi delle buche di Roma.

E per venire oggi è la capitale morale dove è buona abitudine delle forze dell’ordine organizzare repulisti in armi delle zone intorno alla stazione, dove gli immigrati vengono spinti verso aree già degradate che diventano teatro di guerre a bassa intensità tra poveri, che il destino di segregazione ed emarginazione accomuna stranieri e nativi, grazie a una politica di “sviluppo e valorizzazione” intenta ad espellere i residenti confinandoli in una periferia sempre più allargata per far posto a speculazioni in grande stile, con il marchio doc di sceiccati, cupole immobiliari e cementiere.

E se non si dimostra particolarmente accogliente con gli stranieri, salvo quelli che arrivano in aereo privato dal Qatar,  è più ospitale con gli aborriti  nei fascisti, non solo sotto forma di leghisti al governo della regione oltre che del Paese dove è stato loro concesso di adottare nuove leggi razziali delle quali sembriamo accorgerci solo oggi, ma anche in veste di festosi nazi cui di  volta in volta vengono  accordate piazze per festival rock e sagre paesane alla moda di Predappio, cimiteri monumentali, biblioteche per celebrare disdicevoli pedagogie e misticismi aberranti da Evola a Ramelli, guardati con tolleranza quando non con invidia per via del loro radicamento popolare e spesso invitati a improbabili contraddittori con forze  progressiste.

Ma perché stupirsi della volonterosa solidarietà del sindaco Sala espressa per il collega promosso ad eroe della disubbidienza quando si dovrebbero percorrere invece le strade dell’ubbidienza al dettato costituzionale, esigendo da un Parlamento eletto ancorché attraverso elezioni fortemente condizionate da regole non democratiche, di non votare misure infami (come quando il Pd ha appoggiato gli articoli sulla vendetta privata, come quando i 5Stelle appoggiano i decreti sicurezza e ordine pubblico) o utilizzando lo strumento referendario di  cancellarle.

Non si dirà mai abbastanza che questa forma che sta assumendo l’antifascismo ( ne ho scritto recentemente qui: https://ilsimplicissimus2.com/2018/09/28/fascimo-malattia-senile-del-capitalismo/) è foriera di inganni continuati, se finge che il nemico, il lupo feroce incarnato da un impresentabile in qualsiasi consesso civile, si contrasti condannando perlopiù da tastiere  remote, teatrini della propaganda e editoriali schizzinosi, così come è stato condannato e largamente liquidato quello di prima assecondando una legenda revisionista e pacificatrice che ne ricorda razzismo, xenofobia e repressione degli oppositori come incidenti di percorso che i più non sapevano intenti a sbarcare il lunario e a prendere treni in orario per raggiungere paludi bonificate, per omettere la complicità diffusa e l’acquiescenza di troppi a un ceto dirigente di  banchieri criminali, dirigenti corrotti, amministratori ladri, speculatori avidi e  burocrati  ottusi,  giornalisti servitori del potere finanziario, i soliti addetti ai lavori di un regime completamente asservito al potere capitalistico. Allora come oggi.

E lo credo che siamo tutti – a cominciare da esponenti di primo piano della categoria molto popolata di chi declina responsabilità personali come collettive, di chi sfodera una pretesa di innocenza magari da esili dorati dai quali guarda con il freddo e ingeneroso sguardo che l’entomologo riserva alle sue farfalle con lo spillone in corpo questo popolo indolente, confuso, infantile – incantati da un isolato gesto di coraggio che dovrebbe riscattarci dal reato di remissività docile o interessata, che ci ha resi permeabili a ricatti e intimidazioni, sicché bisogno, stato di necessità, perdita di beni che pare sia più gravosa del non averne mai posseduti, autorizzi la banalità del male sotto forma di ubbidienza, anche quando non diventa ferocia, violenza cieca, brutalità.

Infatti c’è un affaccendarsi nella cucina della storia in confezione quattro salti in padella (anche sullo scaffale della Murgia con tanto di test)  pronta a assolvere gli italiani brava gente da correità dal passato come del presente come se le leggi razziali del ’38 non avessero avuto il proprio terreno di coltura nel manifesto firmato da fior di accademici e intellettuali che avevano aderito per espellere molesti rivali, come se professionisti e commercianti non avessero gareggiato in concorrenza sleale, come se, insomma, non sarebbe servito il no di chi per incarico, formazione, studi, posizione aveva invece il dovere morale e civile di farsi interprete,  simbolo ed esempio. Maestrini dalla penna rossa esonerano da colpe di ieri e promettono di farlo oggi, quelli che malvolentieri hanno subito per paura di ritorsioni, botte e confino, come se ieri come oggi chi si ribella non rischiasse di essere denunciato fuori dai cantieri della Tav e della Tap, come se migliaia di cittadini non fossero già al confino privati di diritti, sradicati dalla speculazione e dagli espropri del lusso, come se come un tempo la Banca Romana e oggi il casinò della finanza non abbiano dato e diano scandalo con i loro crimini concessi e perdonati e le loro voragini prontamente riempite dai nostri quattrini.

Tanta irruenza contro un razzismo rivolto come un’arma contro chi arriva, ma che si sta già accanendo contro gli italiani di serie B, intermittente anche nei confronti di nostalgie colpevoli quanto tollerate con la generosa autorizzazione a occupare beni comuni, poco differente dalla loro svendita a esemplari in grisaglia, la dice lunga sul fatto che si tratta di un risveglio tardivo e di facciata, che non sa, ma soprattutto non vuole, disfarsi di convinzioni, legami, appartenenze, interessi e rendite, morali e non, con poteri che hanno preso la forma di un totalitarismo, quello economico-finanziario, con la sua cupola sovranazionale che ha manifestato la  vocazione a smantellare democrazie, abbattere l’edificio di garanzie degli stati di diritto, reprimere anche l’aspirazione a uguaglianza e giustizia, come fosse una colpa di chi vuole essere libero e che merita la “pena di vita”, se vogliamo continuare a chiamare così quello che ci aspetta.

 

 


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