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Menzogna e sortilegio dell’europeismo

0008474744_10Ieri ho mostrato in un post,  Europa, si salvi chi può , di che lacrime pianga la Ue e quanto questo disgraziato Paese sia stato  letteralmente depredato dall’euro, basandomi sulle dichiarazioni del più influente economista tedesco, ovvero Hans Werner Sinn che addirittura ci invita ad uscire dall’infernale meccanismo della moneta unica. Ma oggi mi ritrovo con una dichiarazione di Giorgio Cremaschi che sulla base delle medesime considerazioni, fatte però attorno allo studio di un think tank tedesco ultraliberista, il  Centrum für europäische Politik , trae in sostanza le stesse conclusioni. Ma quello che più mi interessa è la chiusa dell’intervento di Cremaschi che termina con questa considerazione: “L’Euro è stato un disastro, questa la realtà, realtà che può oggi essere affrontata solo se ci si sbarazza da venti anni di fakenews travestite da europeismo”.  In realtà qui si evidenzia tutta la natura feticistica che l’europeismo ha assunto per la sinistra, quasi che fosse un surrogato di speranze ormai innominabili, una specie di metadone ideologico. Infatti è assolutamente chiaro che quelle fake news non avevano alcun  bisogno di travestirsi poiché erano l’europeismo, ne rappresentavano i meccanismi, le aspirazioni, la cultura di fondo.

In realtà la grande fake news è stata quella di spacciare per area di progresso, di democrazia, di aspirazione all’uguaglianza e di libertà, qualcosa che aveva piuttosto a che fare con l’ideologia capitalistica e il primato assoluto dell’economia di mercato e delle sue presunte leggi. Fin dai primi tentativi tra le due guerre mondiali, per il finire con il manifesto di Ventotene ( che tutti citano solo per sentito dire), l’idea era quella che i conflitti europei si sarebbero potuti evitare fondendo le economie in maniera che le guerre sarebbero state impossibili. E non è certo un caso se spesso di fronte all’evidenza del disastro spunta fuori il discorso che l’unione europea ha evitato le guerre. In realtà le guerre sono state fatte e combattute fuori dal continente o ai sui margini fisici o culturali come è stato per la Jugoslavia, una pace che ricorda molto da vicino il periodo 1870 -1914 quando essa regnò sovrana e ci si dedicò ai massacri coloniali. Ma ad ogni modo l’europeismo è stato fondato sull’antropologia dell’homo oeconomicus con tutti i corollari della società hobbesiana basata sull’egoismo individuale. Fino a che si è stati nella fase keynesiana del trentennio succeduto alla seconda guerra mondiale, questo travestimento e travisamento ha funzionato egregiamente, poi è andato sfaldandosi mostrando con l’euro il suo vero volto e rinfocolando gli antichi conflitti sotto nuove spoglie, mostrando il fatto che l’unica integrazione in via di realizzazione era quella finanziario bancaria secondo le formule neo liberiste.

In realtà l’europeismo in quanto tale, privo di aggettivazioni è un concetto estremamente ambivalente che spesso si confonde con gli imperialismi continentali: Napoleone e Hitler furono in un certo senso gli europeisti più convinti, sia pure dentro contesti e modi di pensare differenti ed europeista al massimo grado fu il medioevo del feudo e del servo della gleba transnazionale, così come quello dell’impero universale in lotta contro i comuni che al tempo erano solo quelli italiani o tutt’al più anseatici. Non possiamo usare europeismo come se con questa sola parola avessimo detto e definito tutto, perché in realtà non abbiamo ancora detto proprio nulla, abbiamo appena iniziato un discorso che dovremmo riempire con dei contenuti. Se con questo vocabolo ci riferiamo agli ultimi quarant’anni allora europeismo significa distruzione dei diritti del lavoro e dello stato sociale, cioè delle conquiste di civiltà che le classi dominanti vogliono cancellare attraverso la distruzione dell’autonomia sociale, politica e di bilancio degli stati, assenza di solidarietà e una forma di sovranismo geografico allargato. Davvero non capisco come ancora oggi si possa fare un passo indietro ogni volta che questo feticcio nominalistico viene evocato, riferendolo sempre non all’essere, ma a un dover essere che non solo non si è mai realizzato, ma che in realtà non è nemmeno mai stato proposto e che ha acquisito contorni leggendari dopo lo choc della dissoluzione sovietica .

E’ fin troppo evidente come a sinistra ormai le “formule magiche”, i sortilegi  siano più forti delle elaborazioni e non a caso sono partito da Cremaschi uno degli esponenti della sinistra che stimo di più. Egli stesso ci regala un altro esempio di questa liturgia delle parole quando parlando di un argomento completamente diverso non osa pronunciare la parola sovranità e cerca di salvare capra e cavoli: “Diritto all’autodeterminazione non significa automaticamente diritto all’indipendenza, ma diritto a decidere liberamente”. Insomma la sovranità che come dice la costituzione appartiene al popolo viene passata al colino di fiacchi sillogismi. Ma le parole appunto solo l’inizio di un discorso, non la sua conclusione e il primo atto rivoluzionario è proprio quello di ristabilire il significato delle parole e il coraggio di pronunciarle.

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I pericoli dell’ignavia

Ignavi_Dante_AntinfernoSe Dante ha messo  nell’antinferno gli ignavi definendoli come uomini “che mai non fur vivi” aveva le sue buone ragioni e infatti il significato profondo della parola, ormai resa desueta e travolta dall’imbarbarimento della lingua, va molto al di là del significato di mancanza di energia morale e di assenza di volontà, così come dicono i vocabolari. Essa deriva infatti dal latino ignavus, composto da in con  funzione privativa e gnavus, ossia “colui che sa fare”, ma l’origine proto indo europea riporta alla radice gne -wos  ossia conoscere e presente nel greco gignosco, nel latino gnoscere, nell’alto tedesco naan o nell’inglese know. Gnoseologia è ancora oggi la scienza del conoscere. Quindi l’ignavia alla fine non è solo un non prendere parte, ma essenzialmente una mancanza di conoscenza, di visione: essa è evidente in tutte quelle posizioni del né questo,né quell’altro, né con gli uni né con gli altri che possono essere di comodo, quindi derivanti da un’assenza di orizzonti e di verità rispetto agli interessi personali, ma che spesso pretendono di essere frutto di saggezza o addirittura di analisi ponderata come in tutte le famose e perdenti terze vie.

Se l’ignavia corrispondesse all’idea superficiale che ne danno le definizioni e la chiacchiera diffusa come di astensionismo, voltagabbanismo o, nel migliore dei casi, come manifestazione di accidia e di indifferenza patologica, insomma come qualcosa che ha a che fare con la qualità del carattere, ci si potrebbe anche passare sopra, mentre invece al fondo l’ignavia è espressione di confusione intellettuale,  di assenza di riferimenti chiari e distinti, di sguardo lungo. In qualunque sistema dinamico e in rapida evoluzione, sia esso fisico, biologico o culturale ogni singolo aspetto non può essere semplicemente preso per quello che è in un determinato momento per cui si possono isolare caratteristiche “ideali” di diversi sistemi evitando rinviando all’infinito una scelta di campo perché occorre pensare allo sviluppo di quei momenti per cui una qualche aspetto che si pensa auspicabile potrebbe rivelarsi nefasto l’istante dopo e viceversa. Conoscere significa appunto “vedere” le direzioni: si può ovviamente sbagliare, ma in questo casi si tratta  di una conoscenza errata, non di una mancanza di orizzonti e di strumenti di visione.

La cosa è molto evidente quando si parla dell’Europa che va bene perché affossa gli stati e le “divisioni”anche se ad essa e alle sue modalità di azione si deve il drammatico reflusso sociale e il nascere di oligarchie al posto della democrazia. Allora ci vuole un’altra Europa ancorché non si possa palesemente cambiare, oppure ci vuole più Europa o meno europa e via dicendo. E le stesse oscillazioni ci sono riguardo al suo principale strumento, ossia la moneta unica, oppure riguardo alla geopolitica e via dicendo. Spesso non ci si rende conto che volere un’ Europa unita nel segno della giustizia sociale e non nel profitto e nel mercato significa semplicemente dire che i presupposti dai quali è nata l’unione continentale vanno completamente eradicati e semmai ricostruiti in modo completamente differente. Anzi alla fine nemmeno ci si rende conto che la globalizzazione non significa abbattimento di frontiere e tanto meno internazionalismo, ma omologazione nel modello capitalista che tra l’altro rende del tuto superflua l’Ue anche rispetto ai canoni sui quali si è formata. Il fatto è che non basta avere una meta per salvarsi dall’ignavia, occorre avere anche una mappa aggiornata che eviti clamorosi errori di percorso, la comprensione comprende la meta, ma anche la strada attraverso cui arrivarci, altrimenti diventa una semplice petizione di principio che lascia il tempo che trova.

Questo ci porta anche a una caratteristica fondamentale dell’ignavia: evitare di schierarsi significa in realtà schierarsi dalla parte che trae vantaggio dall’astensione, è una rinuncia che astutamente o ingenuamente parteggia senza capirlo oppure darlo a vedere, in questo è simile all’indifferenza che ne è il corrispettivo grossolano perché significa in origine colui che non divide, cosa che spesso nasconde altri interessi. La storia è piena di questa apparente indifferenza o ignavia dell’azione che in realtà è un a scelta del proprio tornaconto. Il re per esempio prese a giustificazione la volontà di non  dividere gli italiani evitando di bloccare la marcia su Roma anche quando il primo ministro Facta gli assicurava che  “quattro cannonate  sarebbero bastate a disperderli come conigli”, cosa che peraltro fu poi confermata in qualche modo da Mussolini. Ma egli pensava in realtà che il fascismo sarebbe stato vantaggioso per la corona. E per la verità si potrebbe anche pensare che parecchia parte dell’europeismo a tutti i costi sia un fenomeno di classe, espresso da quelle appendici della borghesia che pensano di trarne vantaggio e preminenza. Poi si è visto come è andata finire con la dinsatia e come probabilmente finirà per i nuovi  ignaavi “Fama di loro il mondo esser non lassa; misericordia e giustizia li sdegna: non ragioniam di lor, ma guarda e passa”


Attaccati alla mazza

la_repubblica-2018-10-01-5bb16a8ba9868Negli ultimi quindici anni, grazie all’euro e alle cure neoliberiste di Bruxelles, scrupolosamente adottate dai governi che si sono susseguiti, una gran parte degli italiani ha visto aumentare i propri salari, diminuire le ore di lavoro, attenuarsi la precarietà, scendere la tassazione, rafforzarsi i diritti  e salire di qualità i servizi in primo luogo  la sanità e la scuola. Così adesso c’è molto più tempo libero da vivere serenamente, senza l’assillo incombente della ricerca di un’occupazione o la paura di licenziamenti e questo ha portato milioni di italiani sui campi da golf, una volta riservati ai benestanti con erre moscia e banconota arrotolata. Dev’essere  per questo che il Quog, il quotidiano unito globalista formato da Repubblica e la_stampa-2018-10-01-5bb1b3af5800dStampa ha pubblicato in prima pagina e con grande rilievo (cliccare sulle immagini per vedere meglio) la notizia della vittoria della squadra europea alla tradizionale Ryder Cup, lanciando straordinari peana non solo al capitano della squadra, il torinese  Molinari, ma trovandone un facile e peraltro miserabile spunto per mostrare quali sono gli straordinari vantaggi dell’Europa unita.

Prima di ieri le vittorie alla Ryder Cup, che si svolge ogni due anni, meritavano  articoli solo nelle pagine sportive e al massimo un trafiletto in prima, ma questa volta l’oligarchia europea è così allarmata, così sconcertata dalla sconfitta patita in Italia e così a corto sia di argomenti, sia di simbolismi freschi e non inesorabilmente scaduti, che l’ informazione di rifermento ha ritenuto cosa buona e giusta fare del qualunquismo sconcertante e grossolano presentando una vittoria sportiva come simbolo e modello per tutto il resto. Non c’è altra spiegazione di questa orgia encomiastica perché vedete è dal 1979 quando ancora c’era solo il Mec che alla Ryder Cup partecipa una squadra europea la quale in 20 edizioni, ha vinto 11 volte contro le 8 degli Usa (una volta sola è finita in pareggio). Quindi non si tratta affatto di  un successo eccezionale, né maturato nell’ambito di una sempre maggiore integrazione e non si vedono i motivi di tanto giubilo europeista e men che meno quelli per uno sfruttamento provocatorio dell’evento attraverso considerazioni pseudo politiche degne della peggiore tifoseria coatta. Tanto più che in questo caso non esiste un gioco di squadra vero e proprio, ma ogni singolo partecipante fa la sua gara  nell’ambito di gare individuali o al massimo a coppie. E forse solo in questo rassomiglia all’Europa reale e non a quella spacciata dalla comunicazione ed esalata dal Quod.

Però a voler analizzare tutta la faccenda da un’angolazione diversa si potrebbe tranquillamente sostenere che queste vittorie negli sport da ricchi corrispondono alla sempre maggiore disuguaglianza che regna nel continente e che libera nuove leve di nullafacenti disponibili per il green, mentre l’impoverimento generale favorisce l’abbioccamento sociale e intellettuale davanti a “spectacula” di ogni tipo, dunque anche quello di uno sport noioso a giocarlo e irresistibilmente soporifero a guardarlo.  Del resto l’organizzazione stessa di questa coppa a che vedere con il turismo ricco e con l’ozio da cui sono escluse le classi subalterne, con la transumanza continua tra i vari campi di gioco e hotel a sei stelle sparsi per il mondo, organizzata con criteri da tour operator (non a caso chi organizza la squadra europea è la European Tour), per non parlare della vicinanza con speculazione tanto che quel genio di Franceschini propose di riempire la Sicilia di campi da golf per risollevare le sorti dell’isola. Peccato che prima bisognerebbe fare le infrastrutture lasciate marcire da questi europeisti.

Per questo le frasette storiche messe in bocca a Molinari. “trasmetto l’amore per l’Europa” o quelle direttamente pensate ( si fa per dire ovviamente) nelle redazioni tipo “l’Europa unita fa miracoli” non sono altro che un triste e squallido stupidario che dimostrano a quale livello sia giunta la politica o forse dovrei dire l’antropologia editoriale e giornalistica che del resto ha rifulgenti esempi davanti alla tastiera come per esempio quello della Boldrini che dopo l’argento di Elisa Di Francisca a Rio disse che l’atleta aveva portato la bandiera della Ue dalle Marche al podio e che uniti siamo più forti anche contro l’Isis ( che tanto per dire hanno ricenuto finanziamenti anche dall’Europa). Questo tanto per mostrare  quale sia l’insostenibile futilità di questo ambiente e a quale nullismo concettuale si aggrappa. Persino a una mazza quando può travestirlo da carota.


Macron e quella scia di fumo rosso

desfile-dia-de-la-bastilla-francia-2018Fate caso alla foto accanto, scattata durante la parata militare del 14 luglio a Parigi e chiedetevi cosa non funziona: è facile, una delle scie azzurre è stata sostituita con una rossa non per un errore, praticamente impossibile in un meccanismo così oliato, ma per segnalare l’estremo disagio dell’Armée e il suo ultimatum a Macron con cui sta maturando una rottura insanabile. La scia rossa in codice precede di pochi giorni l’esplosione dello scandalo Benalla (qui) stranamente tirato fuori in primis proprio dal quotidiano dell’establishment francese, ovvero Le Monde e che dilaga ormai senza freni: si è saputo infatti che la guardia del corpo del presidente aveva le chiavi della villa del Toquet, proprietà esclusiva e privatissima di Brigitte ed Emmanuel, aveva libero accesso a tutti i luoghi del potere, faceva parte del Grande Oriente di Francia, collegato con la Loggia Emir  Abdel Kader, è sospettato di essere un agente segreto del Marocco e come se questo non bastasse si cominciano a scoprire legami con gli attentati al Bataclan e allo Stade de France: tutte cose che escono dal ministero degli Interni e dalle centrali investigative di solito riservatissime sugli affari che riguardano i potenti, ma che riflettono uno stato d’animo critico,  alimentato da decine di dichiarazioni anche antecedenti allo scandalo provenienti proprio da quegli ambienti e da quegli uomini che avevano costruito Macron. Qualcosa che ricorda in qualche modo la traiettoria di Renzi.

Il presidente dal canto suo non reagisce come ci si aspetterebbe visto il suo carattere, anzi sembra preso da una sorta di atarassia politica, come ipnotizzato da ciò che sta accadendo, quasi sopraffatto da uno scandalo che viene proprio dalla parte che non si aspettava, fa finta di non vedere le scie rosse in cielo e resta silente di fronte all’affaire Granier, motociclista  della Guardia presidenziale messo in un manicomio dopo che il 4 maggio aveva denunciato in un video “gli assassini e gli altri delitti commessi dall’oligarchia che ha preso possesso del Paese”. Qualcosa che non parrebbe proprio folle se pensiamo che lo stesso prefetto di Parigi si spinge a denunciare “derive individuali, inaccettabili, condannabili, in un quadro di favoritismo malsano“.

Ora a me interessa pochissimo cosa facciano o non facciano nelle segrete stanze Macron e l’aitante tunisino, anche se la battuta che circola secondo cui Brigitte sarebbe solo la deuxieme dame de France è divertente: lo scandalo semmai è nei pestaggi compiuti dalla guardia del corpo e coperti dal’Eliseo, nell’oscurità dei personaggi cui si lega il presidente dando loro un credito e un potere spropositato. Mi dilungo sulla vicenda perché essa ha un dirompente significato politico che non vale soltanto per la Francia, ma per tutti i Paesi europei, se non per l’occidente intero.

La prima domanda che occorre farsi  è se, Jacques Attali, promotore e ideologo  dell’oligarchismo elitario nonché principale artefice della costruzione di Macron e della sua elezione, sia l’eminenza grigia dello scandalo che sta travolgendo l’Eliseo o ne sia una delle vittime. In questo secondo caso potremmo dire che il globalismo finanziario e lo sfascio della democrazia reale ad opera delle sue concezioni si sta esaurendo, che il pendolo è arrivato al massimo della sua oscillazione e ora siamo di fronte a un giro di boa che impone anche ai più severi tutori dell’ortodossia neo liberista e delle sue prassi politiche, di abbandonare i personaggi più compromessi come se fossero  la zavorra di una mongolfiera in caduta libera. Se invece, come  è lecito sospettare, dietro questo attacco a Macron c’è proprio Attali, si può pensare che sia proprio il pensiero unico, per resistere alla rabbia sociale creata dai suoi dogmi, a voler  rispolverare un senso identitario che si voleva cancellare per gestirlo a proprio favore e in senso antisociale, una tesi che mi vanto di aver espresso da almeno un anno a questa parte. A testimonianza di questa ipotesi si potrebbero chiamare al banco la messe di articoli che un po’ ovunque, Italia compresa, cominciano a considerare negativamente la demonizzazione delle culture di area nazionale e a rigettare l’europeismo totalitario: si tratta di interventi significativi proprio perché fatti dagli attivisti e dai cattivi maestri delle concezioni sulle quali ora cominciano a fare marcia indietro. E vedrete che tempo qualche settimana anche i peana a Marchione lasceranno il posto a fondati dubbi.

Naturalmente quando un concetto complesso viene espresso con una sola parola, com’è obbligatorio  nella contemporaneità anglofona, gli equivoci e l’ambivalenza sono di casa e anche su questo gioca il potere: diciamo che tra senso di appartenenza a una comunità storica e culturale e l’identitarismo volgare c’è un’oceano di mezzo, ma vorrei sollecitare chi vuole e chi può a pattugliare queste acque perché i prossimi decenni, che lo si voglia o meno, saranno decisi da quale delle due visioni finirà per prevalere. L’astensione, specie quella dettata da snobismo,  è sempre perdente.


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