La realtà dei fatti sembra sorprendere quando appare fra la nebbia mediatica. L’Iran invece di arrendersi, come avevano sperato americani e israeliani, sta invece cambiando tutto e fra le sue condizioni per terminare la guerra di aggressione che ha subito, comincia ad immaginare le condizioni per la pace, con una nuova disciplina per lo stretto di Hormuz. Finché dura il conflitto passeranno gratuitamente le navi che trasportano oro nero pagato in yuan, altrimenti per i carichi in petrodollati si dovrà pagare un pedaggio e attraversare lo stretto non al centro, ma nelle acque territoriali iraniane, vicine all’isola di Quest. Ciò almeno è quanto ha detto il ministro iraniano degli esteri Araghchi, che su questo punto è stato molto chiaro: “Dopo la fine della guerra, progetteremo nuovi meccanismi per lo Stretto di Hormuz. Non permetteremo ai nostri nemici di utilizzare questa via d’acqua”. L’idea è quella di un sovrapprezzo di 10 dollari al barile per compensare i danni subito dal Paese dopo l’aggressione dell’Usrael e durerà dunque un certo periodo di tempo.

Dal momento che prima dell’aggressione il costo del petrolio era di 60 dollari al barile, si arriverebbe ai 70 che è comunque una cifra di gran lunga inferiore a quella attuale e che è destinata a crescere di parecchio, se le ostilità dovessero continuare a lungo. Ciò garantirebbe all’Iran un reddito di circa 50-100 milioni di dollari al giorno, utile a recuperare i fondi necessari per riparare i danni di guerra. Sorprendentemente, ma comunque spia del fallimento di tutta l’operazione bellica è il fatto che gli Stati Uniti potrebbero accettare queste condizioni. Anzi paiono persino disposti a cancellare le sanzioni sulle riserve petrolifere di Teheran, circa 140 milioni di barili, che sono stoccati su vecchie petroliere noleggiate e ancorate da qualche parte lungo le coste del Paese, lunghe quasi 2500 chilometri. Il Segretario del Tesoro statunitense Scott Bessent ha detto appunto di essere disposto a togliere le sanzioni per permettere l’immissione sul mercato di questo oro nero, nel tentativo di sedare i prezzi, Ma siccome questo suona molto chiaramente come un “siamo stati sconfitti”, ecco che ha aggiunto il suo personale vaniloquio. Partendo dal fatto che, secondo la sua opinabile opinione questo petrolio sarebbe finito in Cina (le cui petroliere hanno però via libera) ha avuto la faccia tosta di sostenere che: “ useremmo il petrolio iraniano contro gli iraniani stessi per mantenere basso il prezzo per i prossimi 10 o 14 giorni, mentre proseguiamo questa campagna. Quindi, abbiamo a disposizione diverse leve”.

Come sia possibile che questo possa essere “contro gli iraniani” quando possono vendere il loro petrolio stoccato a 100 dollari al barile, è qualcosa che Bessent si guarda bene dallo spiegare. Le sue patetiche parole danno la misura della pochezza delle classi dirigenti americane e occidentali in genere, ma anche del fatto che tentano di arrampicarsi sugli specchi per non ammettere di aver commesso un clamoroso errore di valutazione. Purtroppo molti non si accorgono delle cazzate che sparano e cadono nei trabocchetti della retorica. Tra l’altro adesso gli Usa hanno esaurito le munizioni a distanza e gli F35 sono costretti a sorvolare il territorio iraniano e pare che uno sia stato abbattuto o comunque danneggiato, il che significa che non hanno la superiorità aerea che vantavano. Ma sulle perdite tutto tace: ammetterle significherebbe darsi da soli dei coglioni. Del resto anche durante il Vietnam il numero dei caduti e le perdite aeree venivano accuratamente nascosti e la verità, in mancanza di social, circolava come vox populi. Anche allora il presidente Johnson commisse l’errore di mandare a vedersela con i Vietcong i ragazzi dei piccoli centri, lasciando in patria quelli delle città: ma quando arrivavano le bare imbandierate nei piccoli centri tutti lo sapevano, mentre nelle città sarebbero passati inosservati.