Si potrebbe dire che la vera guerra è cominciata ieri prima con l’attacco di Tel Aviv a uno dei principali giacimenti di gas dell’Iran, quello di South Pars e la devastante risposta di Teheran  con salve di missili  su alcuni impianti petroliferi dell’area di ciò che era il Washington consensus, altrimenti chiamato Consiglio di Cooperazione del Golfo e la promessa di devastare tutta la filiera produttiva dell’energia nell’area  qualora ci dovessero essere nuovi attacchi da parte di Israele. Il primo colpo è stata la distruzione del maggiore centro di smistamento del gas al mondo situato a Ras Laffan in Qatar ( nella foto di apertura) che di fatto è ormai irrecuperabile e alla zona industriale di Riad. Teheran ha anche avvertito di sgomberare la raffineria Samref e il complesso petrolifero di Jubail in Arabia Saudita, il giacimento di gas di Al Hosn negli Emirati e il petrolchimico di Mesaieed  in Qatar. Forse mentre scrivo questi impianti saranno già colpiti e comunque il prezzo del gas ha subito avuto un considerevole aumento..

Questo è il punto vero della guerra in corso e, se ne vogliamo un indizio, possiamo fare riferimento al fatto  che un portavoce del Ministero degli Esteri del Qatar ha condannato l’attacco di Israele al giacimento di gas iraniano, segno che ormai i Paesi del Golfo hanno compreso che qualcosa si sta rompendo nel loro quieto vivere all’ombra del petrodollaro. L’Arabia Saudita tenta ancora di abbaiare e minaccia di entrare in guerra, ma dopo averle prese di santa ragione dagli Houti, è improbabile che possa essere considerata una minaccia credibile. I Paesi del petrolio rischiano di perdere per anni le loro rendite petrolifere perché né gli Usa né tantomeno Israele che peraltro vorrebbe inglobarli, sono in grado di difenderli. Ora immaginatevi queste monarchie assolute che esistono solo perché galleggiano sull’oro nero, perdere la base del loro potere per appoggiare Israele che li vede solo come terra di conquista. Non è certo un caso che persino Trump abbia declinato le responsabilità statunitensi riguardo all’attacco, anche se così appare sempre meno credibile e sempre più telecomandato da Israele. Tuttavia questo è un primo segno della presa di coscienza, così lenta e faticosa nella mente di Trump e di molti americani, che questa guerra segue gli interessi israeliani, ma è del tutto contraria a quelli americani.

L’Iran insomma non ha la panoplia di armi degli Stati Uniti, ma può colpire duramente e ha in mano il destino petrolifero di un’area che attualmente rappresenta un terzo della produzione mondiale di petrolio e il 40 per cento delle riserve. Il che vuol dire che ha anche in mano l’America: senza il petrodollaro gli Usa entrerebbero in coma, in una spirale di inflazione e di deindustrializzazione folle, ma soprattutto non avrebbero più il potere e la capacità di dominio permessa dal biglietto verde come moneta universale.  Gli Stati del Golfo, in piena emergenza,  comincerebbero a disinvestire da Wall Street – e si tratta di cifre che si contano in migliaia di miliardi dollari – in poche parole smetterebbero di finanziare l’enorme debito americano e  soprattutto comincerebbero a contrattare in altre monete, come già l’Arabia Saudita aveva cominciato a fare. Insomma ci sarebbe uno choc economico planetario che provocherebbe una fuga generalizzata dagli Usa e dai suoi strumenti comando. In realtà le cose stanno già andando malissimo perché se è vero che il prezzo del greggio leggero viaggia sui 100 dollari al barile, il mercato reale richiede prodotti diversi: diesel e benzina avio viaggiano già sui 147 dollari a barile e per certi prodotti si arriva anche sui 175 e siamo appena agli inizi: quei 200 dollari ipotizzati come innesco di una crisi catastrofica non sono affatto lontani come si può credere.

L’attacco sconsiderato e ovviamente illegale contro l’Iran intendeva allontanare e scongiurare il pericolo di un’erosione del potere americano in Medio Oriente e nel contempo dare una mano ad Israele ad affermare il suo potere nell’area come ulteriore garanzia, ma alla fine sta accelerando proprio questo processo: rimane da capire come un Paese che spende ogni anno oltre 150 miliardi in intelligence, non abbia messo in conto la possibilità militare e politica dell’Iran di rispondere all’attacco e di mettere nel mirino i vitali interessi strategici di Washington. Questo ancor più dello stallo e delle difficoltà a cui è andato incontro l’attacco, testimonia non soltanto del declino dello strumento militare statunitense, ma della capacità di analizzare la realtà. Per questo il tentativo di rimanere sul trono gli §Usa stanno segando il ramo su cui siedono.

 

 

e