Nel mondo dello spettacolo che ad onta del nome è di fatto quello della politica e dell’informazione, ciò che conta non è ovviamente la verità o la verosimiglianza, ma semplicemente la recitazione e la reiterazione di un copione che viene formulato da appositi sceneggiatori globali. Si tratta insomma di una macchina dell’indignazione che nel momento opportuno risveglia le coscienze volutamente annebbiate delle opinioni pubbliche. Tutto questo è una messinscena insensata che coinvolge il potere nella sua ampia accezione, dai gruppi privati, agli Stati, ai milieu politici che recitano in cartellone. Per esempio l’Iran: per sostenere il tentativo di rivoluzione colorata e demonizzare il cosiddetto regime teocratico, nonché santificare il candidato prescelto al cambio di regime, ovvero il figlio del tiranno Reza Palavi, tutta una rete informativa ha sparato numeri a caso sulle vittime della repressione: una Ong di Toronto ha aperto il ballo dicendo che le vittime erano 43 mila e 350 mila i feriti, un’ecatombe assai poco credibile di cui naturalmente non si ha la minima prova. E tutti a smucinare dietro queste fantasie, variandole un po’ per non far vedere che si trattava di un assurdo copia – incolla.

In primo piano si sono distinte organizzazioni di fuoriusciti iraniani, nostalgici e torturatori dello Scià, che vengono mantenuti a spese dei contribuenti e spesso collaborano attivamente con i servizi segreti tenendo i contatti con le quinte colonne. Tra questi emergono lAbdorrahman Boroumand Center for Human Rights in Iran, finanziato dal famigerato National Endowment for Democracy, di fatto uno strumento della Cia, e l’United Against Nuclear Iran tra i cui membri c’è pure l’ex capo del Mossad, Meir Dagan e il segretario alla Difesa Usa, Pete Hegseth. Non c’è alcun dubbio che i loro numeri sono senza sospetto: chi mai metterebbe in dubbio l’onestà l’ex capo dei servizi dell’arcinemico dell’Iran, ovvero Israele? Naturalmente nessuna menzione delle vittime fatte dai gruppi terroristici al soldo dell’Occidente che operano da 50 anni.

Le stesse considerazioni potrebbero essere fatte sull’Ucraina investita da una serie di coperture che rappresenta il massimo della crisi cognitiva dell’Occidente, incapace di districarsi dalle sue stesse menzogne a tal punto che la pace è di fatto impossibile senza un ritorno a un minimo di verità: la Russia viene rappresentata da una parte come un pericolo esistenziale per l’Europa e dall’altra come un Paese debole e con un’economia trascurabile, senza che l’uomo della strada sappia districarsi all’interno di questa dissonanza. Per non parlare del fatto che la guerra è stata di fatto voluta dagli Usa e dai suoi servi europei, come è stato detto a chiare lettere da molti illustri protagonisti, tra cui Angela Merkel, senza che ciò sia mai emerso agli onori del ragionamento.

Ma la macchina dell’indignazione funziona anche in altro modo, nel quale non serve fabbricare sfacciate menzogne, ma basta eliminare il contesto generale di determinati eventi. L’Ice, tanto per fare un esempio concreto, ha fatto due morti, dimostrando che l’America è ancora un far West non appena si scrosta la patina moraleggiante ed edificante del Paese eccezionale: episodi orribili e del tutto ingiustificati. Ma attenzione il clamore attorno a questi fatti è in gran parte dovuto ai soffiatori di fuoco: durante la presidenza Obama i morti ammazzati dall’Ice furono 56 e ciononostante l’allora capo di questa organizzazione armata fu premiato con una medaglia dal presidente. Per la cronaca, durante gli 8 anni di Barack alla Casa Bianca furono rimpatriati oltre 5 milioni di clandestini, contro il mezzo milione di Trump. Non mi interessa criminalizzare o elogiare, anche perché ho una stima pessima sia dell’uno che dell’altro presidente: il problema è che tutto viene affidato alla narrazione e all’emotività che essa suscita. Quando alcuni morti non esistono e altri invece vengono sbattuti i prima pagina, la differenza c’è eccome. Molto raramente questo diverso trattamento è dovuto a una casuale concatenazione di eventi: nella quasi totalità dei casi dietro c’è sempre una regia di potere che agisce dietro le quinte. Del resto l’indignazione è proprio il punto dolente della psicologia contemporanea, quella buona per tutte le occasioni e dunque anche quella che mostra la sua essenza effimera e di fatto onanistica. Come diceva Marshall McLuhan “L’indignazione morale è la strategia adatta per rivestire di dignità un imbecille.”

E non c’è dubbio che ci stiano riducendo a questo stadio di senzienti senza cervello. Siamo nei pericolosi pressi di una guerra nucleare che potrebbe fare centinaia di milioni di morti e tuttavia non ho mai visto tanta ferocia nel dare addosso a un autista di autobus che ha fatto scendere dal mezzo – come del resto prevede il regolamento – un ragazzino che non aveva il biglietto. Nemmeno le decine di migliaia di bambini massacrati a Gaza hanno suscitato tali reazioni. Questo perché nevicava, cosa che in una zona montana avviene piuttosto spesso d’inverno. Ricordo che da bambino di 7- 8 anni andavo a piedi a scuola (un chilometro e 600 metri come misurai su un contapassi sottratto a mio padre) come del resto la quasi totalità dei miei compagni e c’erano nevicate da trenta, quaranta centimetri di coltre bianca. Mi ci divertivo pure, giocavo a palle di neve e nel pomeriggio tentavo di costruire igloo con la neve caduta nel cortile. Magari l’autista avrebbe fatto molto meglio a soprassedere, ovviamente, ma andiamo, un po’ di misura. Però nessuno si indigna per la demenziale digitalizzazione di questo Paese, dove non puoi più pagare in contanti un biglietto, causa prima del fattaccio. O del fatto che un biglietto costi il prezzo esorbitante di 10 euro, più di un euro e mezzo al chilometro. Questo sì che è inaccettabile: essere taglieggiati da un’azienda privata che tuttavia svolge un servizio universale che dovrebbe, per sua stessa natura, essere pubblico. E allora possiamo anche capire che la severità assurda dell’ autista è più dovuta all’ avidità e dalle prassi imposte dall’ azienda ai propri dipendenti, che al minimo di questo capri espiatorio.

Come potete vedere il meccanismo dell’indignazione funziona con un’osmosi che sale dalla piccola cronaca fino alle questioni planetarie. O meglio che viene insufflata dalle questioni globali ai fatti più circoscritti come una sorta di infezione cognitiva. Ma se si punta solo all’emotività, alla fine il risultato è questo: la testa viene completamente esclusa dal gioco e si punta su elementi meramente secondari lasciandosi sfuggire il nucleo delle questioni e il loro senso. Proprio di questo dovremmo essere indignati.