Il movimentismo di Trump, la sua tracotanza, la sua vanagloria, le sue infantili ripicche sono il ruggito del leone ferito che avverte il prossimo crollo dell’impero americano. E che muovendosi scompostamente tra un rapimento, una strage e un diktat non fa che accelerare la dissoluzione o quanto meno la sua ritirata dal trono del mondo verso un ruolo assai più modesto. Come si può agevolmente vedere dal grafico qui sotto, costruito sui dati di Bloomberg, il dollaro come moneta “universale” è andato incontro ad un progressivo declino, divenuto molto ripido negli ultimi anni, che si evidenzia con la diminuzione delle riserve nel biglietto verde detenute dai vari Paesi.

Molti sono i fattori determinanti di questa discesa agli inferi che dal 65% delle riserve globali di inizio secolo è arrivato al 40% dell’anno scorso mettendo in discussione la vera fonte del potere di Washington e, in un certo senso, l’intera way of life americana. Non si tratta di Trump, di Biden o di Obama o di Bush, si tratta di qualcosa di inevitabile in un mondo dove la produzione è stata trasferita altrove e dove l’economia si riduce sempre di più ad una crescita finanziaria, quindi sostanzialmente a una specie di schema Ponzi sui generis che è andato avanti fino a che la massa monetaria è diventata così preponderante rispetto alla produzione di beni reali, da costringere alla fine Washington a cercare di impadronirsi di “pegni”, di proprietà reali per continuare il proprio gioco. Certo il petrolio venezuelano è più che altro teorico e lo è ancor di più lo sfruttamento dell’Artico, ma intanto si spera fungano da cambiali a tempo indeterminato. Però ormai non ci si fida più e non solo per le questioni citate, ma anche perché il dominio del dollaro si basava essenzialmente sull’ipotesi che il sistema fosse in qualche modo neutrale, una sorta di servizio universale.

Invece, soprattutto a partire dagli anni ’90, il biglietto verde si è via via trasformato in un’arma e trasforma le riserve in dollari in beni condizionati dalla volontà degli Usa. In questo modo le riserve in dollari delle banche centrali sono diventate non un investimento, ma una sorta di scommessa geopolitica e quindi si diversificano sempre di più gli investimenti e le riserve in modo da non rimanere del tutto scoperti, casomai il Golem di Washington decidesse che un Paese non gli sta bene, che produce troppo, che è uno scomodo concorrente o semplicemente che ha risorse che fanno gola. Le riserve infatti servono per i momenti di crisi e se queste possono essere sanzionate, congelate o addirittura rubate, come ha cercato di fare l’Ue con i dollari russi depositati nelle banche europee, è abbastanza ovvio che la fiducia cade completamente. Se a ciò si aggiunge che ormai molte transazioni tra i maggiori Paesi dell’Eurasia, alcuni del Sud America e dell’Africa, si svolgono ormai in divise nazionali, liberandosi della necessità di avere notevoli riserve in dollari, si capisce come si sia arrivati a questo precipizio. Man mano che Washington aggredisce proprio per salvare la sua supremazia monetaria, meno il dollaro diventa affidabile. Più gli Usa fanno la faccia dell’arme più la Cina – ovviamente è l’esempio più chiaro e più determinante – si libera dei beni del tesoro americano, aggravando la crisi del debito degli Stati Uniti.

Tutto questo, come si diceva una volta, viene da lontano: il problema di una moneta nazionale che diventa universale e pretende di esserlo comunque e dovunque, era proprio insito nel sistema di Bretton Woods, quando venne meno la parità aurea del dollaro. Abbiamo visto guerre e azioni piratesche, dalla Libia all’Iraq, dal Venezuela all’Iran, per punire chi non vendeva nella moneta americana. Ma questa “forza”, corrisponde a una fragilità e a un’ambiguità di base, tanto che l’economista Jacques Rueff consigliò a De Gaulle di liberarsi dei dollari e comprare oro. Un consiglio che adesso è messo in pratica da tutti salvo forse dagli europei che sono incatenati al biglietto verde e sono minacciati se per caso si volessero disfare dei buoni del tesoro americano. E a Davos si applaude. Ma oltre all’oro ci sono bitcoin, yuan e accordi bilaterali che prevedono scambi in moneta nazionale.

Il fatto è che Trump potrà rapire e bombardare, ma quando si cominciano a diversificare le riserve non si torna più indietro: la fiducia si fa fatica a guadagnarla, ma si fa presto a perderla e Washington sta facendo di tutto per demolire ciò che ne rimane. Se gli Sati Uniti perdono questa posizione di vantaggio tutto il loro sistema è destinato a sfasciarsi, perché dalla posizione del dollaro dipende tutta l’economia americana: permette di esportare rischi economici e importare beni a condizioni molto favorevoli, permette anche di avere un debito che per altre economie sarebbe letale. Ora tutto questo sta tramontando e cercare di fermare il sole facendo brillare esplosivi, è solo un mito biblico. Qualcuno dovrebbe dirlo a Trump.