Chi legge questo blog con qualche frequenza sa bene come sia infastidito dall’uso a vanvera dell’inglese perché da una parte dimostra una inconsapevole acquiescenza all’imperialismo linguistico, dall’altra perché esso serve a nascondere la propria ignoranza, rivestendola con quella che ai meno dotati di cervello pare carta da regalo, ma che invece è un grezzo cartoncino da pacchi (in ogni senso). Oppure l’inglesorum viene utilizzato per nascondere le proprie intenzioni dietro termini ambigui, come quello – ma è solo un esempio – di peace keeping, che in realtà significa guerra ed in questo senso è intraducibile, visto che pochi Paesi hanno alle spalle quattro secoli di ipocrisia densa come la melassa. Tuttavia ci sono alcuni termini inglesi imprescindibili, ovvero quelli così vaghi da descrivere bene la situazione di fluidità e nebulosità necessaria ai progetti globalisti e alla loro eterogenesi dei fini. Tali termini non possono mai evocare concetti chiari e distinti, anzi li devono nascondere pena la loro evaporazione nel vuoto da cui sono circondati. Una di queste parole è “governance” che appunto definisce, in termini piuttosto aleatori, l’insieme del potere reale a prescindere dagli assetti istituzionali e politici, in modo da risultare ideale per descrivere società in cui le istituzioni, elette o meno, si mischiano in maniera inscindibile con gli interessi dei grandi gruppi privati. Si tratta perciò di qualcosa di utile per descrive marchingegni politici come la Ue.

Prima della sua nascita, la Cee era una buona sintesi di mediazione tra Paesi, economie e visioni sociali, ma poi c’è stata la caduta del Muro di Berlino e la dissoluzione dell’Unione Sovietica che sembrò la definitiva vittoria del neoliberismo. E tutto venne adattato al progetto globale di cui l’Europa avrebbe dovuto essere l’esempio e la vetrina, il luogo dove l’agibilità del capitale poteva diventare preminente sull’espressione politica, molto più che negli stessi Stati Uniti. L’idea di legare tutto questo a una moneta comune, non fu soltanto un regalo alla Germania, ma il modo per eclissare definitivamente il dibattito e la dialettica politica, relegandoli ai singoli Paesi che di fatto erano sovrastati dalle regole europee, peraltro pensate dentro un sinedrio di non eletti chiamato Commissione, proprio come ci si aspetterebbe da un romanzo distopico. L’euro permise di cambiare le regole del gioco, sterilizzando di fatto le dinamiche sociali e del lavoro e imprigionandole dentro le prassi del capitalismo finanziario e di una valuta anelastica che non poteva più adattarsi agli scambi commerciali, ma costringeva invece a ridurre salari, stipendi, tutele. Non lo dico io, ma il premio Nobel per l’economia, Robert Mundell, che fu proprio uno dei padri della moneta unica, il quale era ben consapevole che si trattava non di un cambiamento monetario, ma politico. Basta soltanto seguire ciò che ha detto in innumerevoli interviste, dibattiti e libri: “La creazione dell’area euro viola le regole di base economiche dell’ area monetaria ottimale.” Questo perché ’Europa non sarebbe mai stata terreno fertile per un’ unione monetaria viste le enormi differenze tra i Paesi che la formano. Tuttavia egli vedeva nell’euro una sorta di strumento capace di innescare politiche neo liberiste e reazionarie: “la moneta unica è una buona cosa perché in qualche modo è il Reagan europeo: pone la politica monetaria fuori dalla portata dei politici. Senza la politica fiscale, l’unico modo perché le nazioni possano mantenere posti di lavoro viene dal mercato.” In sintesi è il pilota automatico evocato da Draghi.

Così sappiamo che l’ossessione europea di gran parte della sinistra è ipocrita o ingenua, perché, caso mai non se ne fosse accorta, il mercato ha sostituito di fatto i Parlamenti. Ad ogni buon conto e proprio in contrasto con le finalità di maggiore autonomia dagli Usa, date in pasto sia all’uomo della strada che all'”inclita e al colto”- una formula usata dagli imbonitori nel tardo Ottocento – il passaggio dalla Cee all’Ue definì una più integrale forma di sottomissione a Washington, non più definita dalla sconfitta nella seconda guerra mondiale o dalla guerra fredda, ma dall’integrazione dei capitalismo finanziario che si espresse già negli anni Novanta dello scorso secolo con un cedimento culturale e politico impressionante e il conseguente dilagare dell’inglese come lingua globale. Frutto anche di specifici programmi messi a punto a Washington e realizzati grazie alle numerose forme soft power, ecco un’altra espressione ingannevole, di cui gli Usa disponevano. Tutto questo ebbe il suo battesimo del fuoco con la partecipazione entusiasta alla disgregazione della Jugoslavia, cui è seguita poi la pedissequa adesione ad ogni disegno imperialista americano, dall’Afghanistan alla Libia, dalla Siria all’Iraq, all’Iran e all’Ucraina. Tutti gli interessi del continente e quelli, peraltro divergenti, dei singoli Paesi sono stati sacrificati senza alcun ritegno.

Quest’ultima guerra, quella ucraina, si è rivelata come quella fatale perché, oltre ad essere stata palesemente persa, ha reciso, dopo i legami col Medioriente, mandati a puttane nell’ultimo ventennio, anche quelli con il retroterra euroasiatico da cui provenivano le materie prime a basso costo sulle quali si era costruito l’intero sistema economico europeo. Alla fine siamo alla mercé dell’America come mai prima e siamo costretti ad ingoiare qualsiasi boccone amaro, dazi, gas di pessima qualità a carissimo prezzo e Groenlandia compresa. Ma forse non tutto il male viene per nuocere visto che tutto ciò sta di fatto erodendo le basi stesse della Ue che paradossalmente è divenuto un corpo estraneo rispetto al futuro del continente e dei suoi Paesi, una specie di Moloch che mentre si agghinda di propositi umanitari o pseudo ambientali, brucia i soldi dei cittadini nella fornace degli oligarchi e non sembra avere alcun intento sociale. Forse si potrà ancora subornare qualcuno con fumosi discorsi e ciurlare nel manico, ma le conseguenze sono invece chiarissime a chiunque, la realtà di una perdita totale di “status” e di economia, così che ogni reazione alle follie del padrone, appare ormai come futile, velleitaria e ridicola. Quella della Ue è solo una storia finita che continua ad agitarsi in modo scomposto con conseguenze che alla fine non possono che portare alla guerra. Il che è un bel paradosso per un costrutto che è stato propagandato come portatore di benessere e pace. Ogni giorno di più è evidente che l’Ue è la malattia e non il rimedio: una confusione che dal 2020 in poi è diventata quasi l’asse portante del discorso pubblico oltre che dell’immaginario collettivo.