Ed ecco nuovamente il ricatto sui dazi: se i Paesi europei che fingono, non si potrebbe dire altrimenti, di opporsi all’incorporazione della Groenlandia negli Usa e a questo punto anche dell’Islanda, perché l’appetito vien mangiando, continuerà nella loro contrarietà a parole, saranno colpiti da dazi del 10% dal primo febbraio e del 25% dopo giugno. È una minaccia insensata e superflua, figlia del patologico narcisismo trumpiano che rappresenta alla perfezione l’America, perché comunque l’Europa non è in grado di fare nulla per impedire l’Anschluss delle terre artiche, visto che è da tempo immemorabile sotto il tallone di un’occupazione militare americana. Immemorabile nel senso che stanno uscendo di scena le persone nate prima della cattività di Washington. Ad ogni modo la governance europea, fallimentare da ogni punto di vista, è riuscita a fare lo stesso errore che è stato fatale alla Germania nel XX secolo, ovvero quello di essersi lasciata trascinare nel conflitto contro la Russia per interposta Ucraina – seguendo come un cagnolino gli Usa nella loro guerra contro Mosca – per poi ritrovarsi in un confronto ostile anche con gli Usa. La famosa guerra su due fronti di cui Hitler aveva accusato la classe dominante tedesca dopo la prima guerra mondiale, ma che poi ha ripetuto in maniera ancor più clamorosa durante il secondo conflitto.

Adesso per l’Ue e per i singoli governi, espressione della finanza internazionale e della classe compradora, è un po’ troppo tardi per rimediare, anche ammesso che lo vogliano fare ed è anche troppo stupida e corrotta per farlo. Nemmeno si accorge che l’arma dei dazi è assolutamente spuntata perché a doppio taglio: essi infatti gravano sugli importatori americani che a loro volta devono alzare i prezzi, il che equivale ad importare anche inflazione. Ma si dirà: esporteremo di meno negli Usa anche se i prodotti europei e italiani si inseriscono generalmente in una nicchia del lusso che subisce di meno le fluttuazioni verso l’alto, come si è visto dopo l’aumento al 15 per cento delle gabelle doganali di cui ha fatto un po’ di spese solo il vino. Vero, ma i dazi sarebbero in realtà la grande opportunità per l’intero continente di liberarsi del servaggio americano che viene mantenuto anche grazie ai consumi folli (e al conseguente debito) negli Usa, che ci rendono schiavi del mercato americano, soprattutto per Paesi come la Germania e l’Italia che sono tuttora tra i più forti esportatori al mondo. Ma questa situazione è in gran parte dovuta proprio alla volontaria esclusione di alcuni mercati come la Russia e alla guerriglia commerciale con la Cina di una Ue che collabora attivamente al suicidio europeo. Il mondo è vasto e se non esistesse questa cecità e questa sottomissione, potremmo facilmente trascurare l’interscambio con gli Usa e recuperare vantaggiosamente su altri mercati. Già oggi la quota Usa dell’export italiano è sul dieci per cento scarso e per alcuni Paesi è decisamente inferiore.

Per esempio la risposta europea potrebbe essere un accordo con la Cina per farla finita con i dispettucci, peraltro ordinati da Washington, e dimezzare i reciproci dazi per recuperare terreno sul piano dell’export: non sarebbe solo una risposta economica, ma anche geopolitica perché andrebbe a favore del nemico giurato degli Usa e allora Washington sarebbe costretta a riflettere sulle sue demenziali strategie. Questo basterebbe a spezzare eventuali accordi globali che si mormora sarebbero stati presi tra Russia, Usa e Cina: ci credo poco, penso che sia in ogni caso una teoria di valore apotropaico per allontanare l’idea di un conflitto globale, però in ogni caso è meglio prevenire e sparigliare il gioco qualora ci fosse. Ma poiché abbiamo governi incatenati agli Usa e a i suoi burattinai, questa ovvia risposta non viene nemmeno presa in considerazione. Si mugugna e basta. Inoltre i dazi pongono problemi non piccoli agli Usa perché potrebbero interrompere i flussi globali di alcune materie prime, tra cui l’argento che non è soltanto un bene rifugio da vendere agli usurai di compro questo e compro quello, ma un materiale essenziale nel campo dei semiconduttori, dei pannelli solari o delle armi. Un argento che a questo punto costerebbe molto di più in Usa che nel resto del mondo. Gli Stati Uniti potrebbero innescare così una tempesta perfetta. Alcuni analisti mettono in guardia su tale “cigno nero” e sebbene non abbia le competenze per poter analizzare a fondo la questione, c’è da segnalare un aumento di 3 dollari l’oncia dell’argento, poco tempo dopo l’annuncio di Trump di dazi a chi si oppone all’imperialismo americano.

Mi sono dilungato fin troppo sulle gabelle trumpiane, sulla loro natura geopolitica e sul loro uso come minaccia. Alla fine mi resta da spiegare l’inquietante foto di apertura. Ritrae un momento dell’esercitazione messa in piedi in Francia con la partecipazione del 1° Reggimento di fanteria della Guardia Repubblicana, il 1° Battaglione di Fanteria, erede delle guerre coloniali e il 12° Reggimento Corazzieri, appena terminata. Considerando che la Francia ha le forze armate più vaste della Ue, lo spettacolo non è di quelli che possano intimorire né la Russia e nemmeno gli archibugieri di San Marino, al massimo potrebbero colpire a morte i russi, tante sarebbero le risate che si farebbero. E tuttavia si tratta di reparti destinati alla repressione interna: il regime dell’ayatollah di fede bancaria Macron, di fronte al disastro politico in cui si trova, mostra le sue truppe al popolo come monito. Non può difendere la Groenlandia, ma la sua poltrona sì.