Cari amici, il 31 dicembre dell’anno scorso mi venne da scrivere che quella data poteva essere presa a simbolo dell’inizio di un nuovo secolo, dopo quello americano che possiamo far cominciare attorno alla prima guerra mondiale o forse ancora prima, a seconda di come vogliamo vedere le cose. Questo arco di tempo comprende sia l’ascesa, sia il declino che ci sta travolgendo: gli Usa e le sue oligarchie non hanno altro modo di evitare un crollo totale dell’economia, che si regge su un oceano di denaro senza sottostante, che svuotare il resto dell’Occidente per tentare una reindustrializzazione. In poche parole di saccheggiare l’Europa e gli altri lembi del loro dominio, visto che è fallito il tentativo estremo di depredare la Russia e in seguito la Cina.
Gli sciocchi che non riescono a vedere oltre il loro naso e non hanno alcuna sensibilità storica, parlano di Trump come se fosse la radice del male e di queste politiche, non rendendosi conto che gli Usa non hanno altra strada per uscire fuori dal dedalo in cui li ha cacciati la finanziarizzazione dell’economia. Trump semmai è imbarazzante perché fa ciò che comunque verrebbe fatto, senza indorare la pillola e persino con brutalità. Il che ovviamente spiace a chi, pur essendo burattinato dalle oligarchie di comando, ha interiorizzato l’ipocrisia del politicamente corretto, come mimetizzazione del nulla politico che esprimono. Ora, come ha detto in un’intervista l’economista Michael Hudson, i maggiori centri di ideazione economica americana oltre che i grandi gestori patrimoniali, gli Stati Uniti hanno ancora tre anni da ballare prima di un crollo epocale. Lo stesso Rapporto sulla Sicurezza Nazionale afferma: probabilmente abbiamo solo tre anni per mettere in atto quello che sarà, speriamo, un ordine coercitivo di “America first”, di “rendere di nuovo grande l’America”, a spese di altri Paesi.
A spese nostre ovviamente. Ora, tre anni di tempo sono più o meno ciò che resta alle attuali leadership europee, parte integrante di questo piano o di queste cattive intenzioni, per imporre politiche distruttive per l’industria e per la stessa vita civile: il combinato disposto di guerra, terrore climatico, immigrazionismo selvaggio, censura, smantellamento dello stato di diritto e ogni tanto rinnovati allarmi sanitari imperniati peraltro sulle comuni malattie stagionali, sono le armi a loro disposizione per confondere, impaurire e imporre una sorta di disciplina bellica. Macron in Francia, Starmer in Inghilterra e Friedrich Merz in Germania, sono certamente al punto minimo della loro popolarità, la stragrande maggioranza dei cittadini non è d’accordo con loro e persino li disprezza e non mi azzardo a parlare dell’Italia dove l’intero milieu politico dovrebbe piuttosto stimolare la crescita di una nuova branca dell’entomologia. Ma intanto governano, le economie dei maggiori Paesi vengono sacrificate seguendo le politiche promosse da questi tre leader e dalla leadership dell’Ue sotto Von der Leyen e Kaja Kallas e non ci saranno elezioni per i prossimi tre anni. Ciò dà agli Stati Uniti il tempo per far sì che i suoi principali sostenitori cerchino di attuare questo nuovo ordine economico. Non vi fate confondere dalle prese di posizione dell’amministrazione americana contro le misure della Ue che tentano di soffocare il dibattito: fanno solo parte del gioco che ovviamente deve celare il fine ultimo cui si tende.
Ovviamente tutto questo si inserisce nel riconoscimento che gli Usa non sono più in grado di reggere una posizione unipolare, ma proprio per questo tentano di definire i confini di influenza. Se posso esprimere una speranza, ma anche un considerazione fondata sui fatti, l’America first con tutti i suoi corollari, i suoi strumenti e le sue illusioni, è destinata a fallire. Innanzitutto perché Cina e Russia non hanno alcuna intenzione di mollare a se stesso e ai gringos il Sudamerica, ovvero il continente che gli Usa considerano il loro cortile di casa. Poi perché la finanziarizzazione dell’economia americana è ormai troppo profonda per essere facilmente superata dalle rapine che si vogliono attuare in Europa e altrove: il sistema di accumulazione del capitale attraverso il solo denaro che genera se stesso risulta comunque più remunerativo, meno problematico e politicamente meno rischioso rispetto alla produzione reale. Infine perché mezzo secolo di queste politiche hanno eroso la base umana e cognitiva sulla quale formare persone in grado per capacità e mentalità di ricostruire il sistema produttivo. E infine perché gli ultimi anni hanno messo in luce che l’onnipotenza militare degli Usa è più che altro un mito, una macchina narrativa che si è duramente scontrata con la realtà non appena ha avuto a che fare con un avversario direttoe non con piccoli Paesi .
Questo però è ancora peggio per noi perché ci saremo sacrificati per nulla. Che dire di più? Buon anno: gli auguri sono d’obbligo, specie quando le cose vanno male.


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Che il 2026 sia l’anno del buon senso ma la vedo dura,
Un augurio a tutti gli uomini e donne di buona volonta
Auguro a tutti di realizzare questa limpida intuizione platonica: «è possibile una gioia spirituale, se la mente si arricchisce d’una cognizione, se con la mente soltanto si diventa partecipi d’una elevata dottrina. Il godimento invece lo si ha quando si mangia qualche cosa o si subisce una piacevole impressione soltanto col corpo» (“Protagora”, a cura di E. Turolla).
Auguri di un buon 2026 e speriamo che ce la caviamo
Buon Anno!
L’ipotesi di una dimensione linguistica: i nomi come agenti percettivi enigmisticamente coerenti
Riassunto
Si propone l’esistenza di una dimensione linguistica in cui i nomi non fungono semplicemente come designatori arbitrari, ma agiscono direttamente sui sensi umani producendo effetti strutturati e coerenti, osservabili attraverso fenomeni come gli anagrammi semanticamente significativi. Questa dimensione, distinta dagli spazi fisici convenzionali, opererebbe attraverso meccanismi che collegano la struttura linguistica alla percezione sensoriale e al destino individuale e collettivo.
Introduzione
La presente ipotesi postula l’esistenza di una dimensione linguistica in cui i nomi e le strutture testuali esercitano un’influenza diretta e strutturata sui processi percettivi umani. Diversamente dalla concezione nominalista per cui i nomi sarebbero semplici convenzioni prive di contenuto ontologico, in questa dimensione i nomi manifesterebbero un’efficacia causale, tangibile attraverso correlazioni sistematiche tra la loro struttura interna e gli eventi che descrivono o determinano.
Osservazioni empiriche
Un insieme di fenomeni linguistici fornisce la base osservativa per questa ipotesi. Anagrammi di nomi propri e titoli mostrano una coerenza semantica che eccede la probabilità casuale. Esempi significativi includono:
• “Raimondo Vianello” → “or allevo Mondaini”, che riflette la relazione centrale della vita dell’attore con Sandra Mondaini;
“Renzo Arbore” → “orzo ne berrà”, corrispondente alla principale associazione professionale del personaggio con la pubblicità di una marca di birra;
“Giulio Andreotti” > “ai d’un Rigoletto”; allude alla comune malformazione
“Raimondo d’Inzeo” > “madido ronzino”, allude alla sua attività ippica;
• “trentadue” → “dentature”, che stabilisce una corrispondenza strutturale con il numero standard di denti nell’adulto;
“Il pendolo di Foucault” → “dalle foto un po’ di luci”, che riflette il tema centrale del romanzo di Umberto Eco relativo alla ricerca di conoscenza attraverso l’analisi di indizi frammentari.
“Coviddiciannove” > “vendi dio vaccino”.
Questi esempi suggeriscono l’esistenza di un ordine strutturale interno al linguaggio che si manifesta attraverso riorganizzazioni letterali semanticamente pertinenti.
Meccanismo proposto
Nella dimensione linguistica ipotizzata, i nomi opererebbero attraverso agenti immateriali composti di strutture significative che interagiscono direttamente con i meccanismi percettivi umani. Tali agenti, privi di estensione fisica ma dotati di efficacia causale, determinerebbero effetti sensoriali, affettivi e comportamentali coerenti con la struttura interna dei nomi stessi.
Questa ipotesi trova fondamento teorico nella concezione del Logos come principio creativo, come espresso nel Vangelo di Giovanni (1:1-3), secondo cui “tutto è stato fatto per mezzo di lui”. In tale prospettiva, i nomi rappresenterebbero frammenti operativi di questo principio creativo, capaci di strutturare la realtà attraverso la loro stessa configurazione.
Quadro teorico di supporto
La validità dell’ipotesi è corroborata dalla teoria dei media di Marshall McLuhan, il quale ha dimostrato che le forme linguistiche non sono strumenti neutri, ma modalità di riorganizzazione dei rapporti sensoriali. L’invenzione dell’alfabeto fonetico e l’avvento della stampa hanno prodotto una detribalizzazione delle società orali, trasferendo la predominanza sensoriale dall’udito simultaneo alla visione sequenziale. Questo effetto storico conferma che le strutture linguistiche esercitano un’influenza strutturante sulla percezione, indipendentemente dal loro contenuto semantico.
Implicazioni
L’esistenza di una dimensione linguistica in cui i nomi agiscono sui sensi attraverso meccanismi enigmisticamente coerenti implicherebbe che il linguaggio non sia un sistema di mera rappresentazione, ma un dominio causale dotato di agenti operativi. Le corrispondenze osservate negli anagrammi non sarebbero quindi riducibili a coincidenze probabilistiche, ma rappresenterebbero manifestazioni di un ordine strutturale sottostante che collega la forma linguistica agli eventi che essa designa.
Tale dimensione sarebbe analoga agli spazi matematici a N dimensioni, che, pur non essendo direttamente percepibili, risultano necessari per la risoluzione di problemi complessi e quindi dotati di una forma di esistenza funzionale. Analogamente, la dimensione linguistica esisterebbe in quanto necessaria per spiegare la coerenza sistematica tra strutture testuali e i fenomeni che queste descrivono.
Conclusioni
L’ipotesi di una dimensione linguistica in cui i nomi esercitano un’efficacia percettiva diretta attraverso meccanismi strutturali interni fornisce un quadro teorico per l’interpretazione di fenomeni linguistici che mostrano una coerenza superiore a quella prevedibile attraverso modelli probabilistici. Le osservazioni relative agli anagrammi semanticamente pertinenti, lette alla luce della concezione del Logos come principio creativo e della teoria mcluhaniana sull’effetto strutturante dei media linguistici, suggeriscono che il linguaggio possa operare come dominio causale dotato di agenti immateriali capaci di determinare effetti sensoriali e destinali.
L’indagine sistematica di tali corrispondenze linguistiche potrebbe fornire una verifica empirica di questa ipotesi, testando se l’analisi strutturale dei nomi permetta di prevedere o spiegare aspetti della realtà associata ai soggetti nominati.
Scusate non poteva mancare l’ OT
La notizie date da dei sovranisti definiti dittatori
EUROPEAN BANKERS WANT WAR — TO RECOVER LOSSES AFTER FAILING TO DEFEAT RUSSIA.”
Budapest – Hungary has issued one of the most explosive accusations yet against the leadership of the European Union, directly challenging the war narrative promoted by Ursula von der Leyen and the Brussels establishment.
According to senior Hungarian officials, the real engine behind Europe’s push toward escalation is not security, not democracy, and not Ukraine — but finance.
The allegation is blunt: European banking and financial interests are pressuring for war because the strategy to economically defeat Russia failed, and the losses are massive. War, they argue, is now being treated as a mechanism to recover sunk costs, restructure debt, and justify further financial transfers under the banner of “security.”
From Budapest’s perspective, this explains why Brussels increasingly speaks the language of inevitability — more weapons, more money, more confrontation — while dismissing calls for negotiations as “dangerous” or “pro-Russian.”
“This is no longer about defending Europe,” Hungarian voices argue.
“It is about defending balance sheets.”
Hungary points to a widening gap between who pays and who decides. European societies face inflation, energy shocks, de-industrialisation, and budget strain. Meanwhile, financial institutions and debt holders tied to war financing demand continuity — because peace would force losses to be acknowledged.
In this reading, war becomes a financial instrument: a way to roll over debt, extend emergency mechanisms, and keep extraordinary spending politically acceptable.
Budapest’s warning is stark. When financial interests begin to dictate geopolitical outcomes, democracy becomes secondary, and diplomacy becomes an obstacle. Peace is no longer the goal — liquidity is.
Hungary’s position places it on a collision course with Brussels. While the Commission frames escalation as moral duty, Budapest frames it as systemic irresponsibility that risks dragging Europe into a conflict its citizens neither voted for nor can afford.
Whether one agrees with Hungary or not, the accusation cuts to the heart of the European project: Who is the EU really serving — its people, or its creditors?
Auguri a tutti trovare, se ancora non l’anno, di trovare il “perché” dell’esistere loro e di tutti.
Auguri di BUON ANNO.
Ultimo tango sull’Atlantico!…!!…https://ilgattomattoquotidiano.wordpress.com/
Ricambio i suoi auguri e li estendo a tutti.