Non tutto è come sembra e nel mondo contemporaneo non lo è quasi mai. Mandare 91 droni a oltre mille chilometri di distanza è qualcosa che va molto oltre le capacità delle forze ucraine che perciò si sono dovute affidare alla supervisione e alla guida delle forze Nato, ma in particolare, si dice,  degli inglesi.  Mandarlo poi contro la residenza di Putin a Novgorod che notoriamente non la usa da 4 anni, è una provocazione così priva di senso che si fa davvero fatica a credere che tutto sia nato nella mente di Zelensky, anche tenendo conto della sua estrema sensibilità alla neve. Così si può legittimamente pensare che si tratti di un modo per sbarazzarsi del duce di Kiev, come ormai chiedono anche molti personaggi del sottosuolo politico e oligarchico ucraino, tutti tesi a sfruttare in proprio la sconfitta. L’attacco che viene visto dai ciechi e dagli ingenui come una sorta di vendetta e resurrezione dell’Ucraina  conferma invece che i giorni di Zelebsky sono ormai contati e che l’opposizione interna si sia in qualche modo saldata con l’intelligence occidentale o quanto meno con quella britannica, ossessionata dalla Russia e dalla guerra.

Il fatto stesso che tutti droni siano stati tutti abbattuti molto prima che potessero raggiungere la residenza di Putin lascia pensare che l’attacco non fosse del tutto inaspettato e che i servizi russi ne avessero avuto notizia. Ma od ogni modo non è sorprendente che Zelensky parli di un incidente creato ad arte dai russi per rafforzare la loro posizione negoziale. È di per sé una sciocchezza, ma testimonia del fatto che anche per lui questa sconsiderata azione sia stata una sorpresa. Qui entrano in campo anche i particolari: se è vero che l’attacco è avvenuto nella notte fra il 28 e il 29 dicembre e che i primi droni sono entrati nello spazio aereo russo alle 22 del 28, vuol dire che l’attacco è partito mentre il duce di Kiev era a colloquio con Trump in Florida per parlare di pace. Anche tenendo conto di essere al cospetto di un bugiardo compulsivo, è plausibile ritenere che l’ordine di attacco sia partito senza la sua supervisione. L’obiettivo generale era ovviamente quello di far fallire i colloqui di pace, ma anche quello di mettere in estremo imbarazzo l’ex comico divenuto tiranno.

Adesso aggiungiamo un’altra tessera al puzzle: nel fine settimana è comparsa la notizia che il generale Zaluzhny, a Londra da oltre un anno, formalmente come ambasciatore ucraino nel Regno Unito, ma in realtà uomo garante della guerra, tornerà a Kiev nei primi giorni del nuovo anno. Ecco che allora il quadro comincia ad apparire con maggiore chiarezza, anche se tutto questo porta all’estremo la confusione della situazione ucraina. Qualcuno teme che Zelensky possa cedere alla pace e allora compare un altro uomo forte, tenuto fino ad ora in caldo, disposto a proseguire il conflitto in conto terzi fino alle estreme conseguenze e ad allontanare almeno per qualche mese, l’onta della pace. Dal momento che il piano europeo di arrivare a una tregua incondizionata con la scusa di un insensato referendum sul Donbass, è miseramente fallito, impedendo il tentativo, peraltro nemmeno troppo nascosto, di rafforzare in extremis  l’esercito ucraino, si cerca tenere acceso il conflitto in altro modo chiamando in causa l’ex generale.  Che poi Zaluzhny sia quello che ha condotto al massacro i suoi uomini nella mitica e totalmente fallita controffensiva del 2023, non ha molta importanza. Nessuno si aspetta una vittoria, ma un modo di poter dire di non avere perso e a farne le spese sarà paradossalmente proprio Zelensky.