È davvero spassosa la ricostruzione da parte dell’informazione europea dei cosiddetti colloqui in Florida fra Trump e Zelensky, forte della delirante politica di Bruxelles, perché, nel tipoco stile della disinformazione del potere, si vuole vedere ad ogni costo, una specie di progresso in quello che è stato invece un totale e radicale disastro per l’Europa guerrafondaia. E lo dico echeggiando volutamente le parole di Goebbels allo Sportpalast di Berlino il 18 febbraio del 1943 che richiedevano ai tedeschi di supportare “ein totaler und radikale Krieg”, perché questa Europa non merita altri e migliori paragoni. Leggetevelo quel discorso perché, soprattutto nella parte iniziale, dice cose che sentiamo ogni giorno nella retorica neo bellicista della Ue. Sembra che una certa concezione della Russia non sia poi molto mutata da allora e basta soltanto cambiare alcuni termini per scorgervi un’inquietante identità, compresa la speranza di determinare una contro rivoluzione a Mosca, che tradotto in termini attuali significa l’illusione di
Ma per tornare ai nostri tempi, anzi alle nostre ore, nella telefonata intercorsa fra Trump e Putin ancor prima del colloquio con il duce di Kiev, in palese crisi di astinenza, sia il il Cremlino che la Casa Bianca hanno concordato sul fatto che un cessate il fuoco temporaneo e avulso da un più ampio accordo, come quello proposto dall’Ucraina e dai suoi sostenitori europei, “non farebbe altro che prolungare il conflitto e rischiare una ripresa delle ostilità”. Putin ha accettato la proposta di Trump di proseguire il processo di pace formando due “gruppi di lavoro” bilaterali per affrontare le questioni di sicurezza ed economiche. E ieri mattina il presidente americano ha scritto in un post su Truth Social di aver avuto una conversazione “molto produttiva” con Putin. Perciò tutta l’ architettura di cartapesta di Bruxelles che tenta di prolungare il conflitto cercando di ottenere una tregua incondizionata per rafforzare ciò che resta delle forze ucraine e dare modo al regime di allestire nuove aree fortificate, sta miseramente crollando di fronte alla realtà, mentre appare sempre più chiaro che una pace potrà essere ottenuta soltanto scavalcando completamente l’attuale governance europea che vede nella guerra la sola speranza di conservare il potere dell’oligarcato continentale.
Anche il pretesto utilizzato per ottenere un cessate il fuoco di 60 giorni, quello di promuovere un referendum sulla “questione territoriale”, ovvero sul Donbass, non ha alcun senso e mostra chiaramente la sua natura pretestuosa: gli abitanti della regione, cioè quelli interessati dalla questione e gli unici titolati ad esprimersi, hanno già votato per entrare a far parte della Federazione russa. Ma ancora più preoccupante è il fatto che Bruxelles e i leader dei maggiori Paesi europei non riescano a rendersi conto di non poter più contare sull’America per la loro difesa e meno che mai possono farlo cercando una guerra che ormai gli Usa ritengono controproducente per la loro strategia globale, ancorché siano stati proprio loro a prepararla e iniziarla.
Paradossalmente mentre la Nato non avrebbe titolo a intervenire in Ucraina che non fa parte dell’Alleanza atlantica, lo avrebbe invece per difendere un Paese che sta per essere aggredito, ossia la Danimarca, visto che Washington vuole ad ogni costo la Groenlandia a causa delle ricchezze del suo sottosuolo. Peccato che l’aggressione venga proprio da un altro Paese Nato, anzi da quello di gran lunga più importante, ossia gli Stati Uniti. L’Occidente insomma si sta sfasciando, ma le élite politiche europee e soprattutto i loro padroni di riferimento, non vogliono prenderne atto e tentano in ogni modo di continuare un conflitto che hanno già perso nel tentativo di conservare il loro ruolo e il loro dominio. Anzi straparlano, assieme a vertici militari che di scontri armati a ne sanno grazie alle intense battaglie al Risiko condotte per superare la noia, di guerra preventiva, come se davvero fossero in grado di farla. Non lo sono nemmeno gli Usa, ma ne parlerò in dettaglio domani, a conclusione di un anno vissuto pericolosamente, ma soprattutto insensatamente.


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