La notizia è stata praticamente ignorata da tutto il mainstream, ma ha qualcosa di clamoroso: Julian Assange, fondatore di Wikileaks e protomartire della nuova censura occidentale, ha denunciato in Svezia 30 dirigenti della Fondazione Nobel per il premio per la pace attribuito a María Corina Machado, la pasionaria venezuelana che da vent’anni è al centro dei tentativi americani di scalzare prima Chavez e poi Maduro, non facendosi scrupolo di organizzare anche formazioni terroriste armate, sul modello degli squadroni della morte organizzati e pagati in Colombia dal signor Biden, idolo dei democratici americani e non. Capisco che le testoline più raffinate di questo Paese abbiano ben altro a cui pensare in questi giorni e siano seriamente occupate dal caso Signorini, ovvero di un ambiguo personaggio che le Tv berlusconiane hanno imposto al loro pubblico, prima come magister elegantiarum e poi come grandissimo fratello a testimonianza della loro modernità fluida: il lato B delle cene eleganti. Tutto il resto è noia: ma sì, facciamo finta di scoprire solo adesso che i passaggi sul piccolo e sul grande schermo si pagano in natura, sai che novità. Tuttavia la falsa indignazione è il rimasuglio, la morchia del nostro senso etico che ostenta la cecità come pretesto per non interrogarsi. E su questo magari vengono caricati i soliti trappoloni politici, tipici di un ambiente profondamente pervertito che si ricatta a vicenda.
Ma la denuncia di Assange è invece di carattere storico perché intacca e accusa di corruzione una delle più eminenti vetrine occidentali, ovvero quel premio Nobel che da decenni è ormai un indecente strumento per fare geopolitica senza parere. E infatti la nobelatura della Machado è arrivata all’inizio dell’aggressione americana al Venezuela, come a dare una qualche patina di legittimità a uno sconcio assalto al petrolio da parte di Washington. La denuncia è stata presentata contemporaneamente all’Agenzia svedese per i crimini economici e all’Unità svedese per i crimini di guerra. Si afferma che i sospettati, tra cui la presidente della Fondazione Nobel, Astrid Söderbergh Widding e l’amministratore delegato Hanna Stjärne, hanno trasformato “uno strumento di pace in uno strumento di guerra”. Assange chiede alle autorità svedesi, oltre alla restituzione del premio in denaro (più di un milione di dollari), un’indagine sui massimi dirigenti e i funzionari della Fondazione Nobel, in tutto una trentina, nonché sulle istituzioni associate, per abuso di fiducia, favoreggiamento e complicità in crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Chi prende soldi o comunque compensi di qualche natura per dare il premio alle persone indicate dalla Casa Bianca? Questa è la domanda che in sostanza viene posta. Il fatto è che secondo il testamento di Alfred Nobel del 1895, il premio la pace avrebbe dovuto essere assegnato alla persona che, durante l’anno precedente, avesse “conferito il massimo beneficio all’umanità apportando il maggior o il migliore contributo alla fratellanza tra le nazioni, all’abolizione o alla riduzione degli eserciti permanenti e alla celebrazione e promozione di congressi per la pace”. E di fatto non è mai così, anche se il caso della Machado, tra l’altro pappa e ciccia col governo sionista di Tel Aviv, è particolarmente evidente, visto che la signora in questione chiede a gran voce un intervento armato americano contro il suo stesso Paese.

Com’è innegabile almeno dagli anni ’70 il Nobel per la pace viene assegnato esclusivamente a personaggi che fanno comodo a Washington, tra cui ben quattro presidenti americani, ovvero capi del Paese che da quasi un secolo e mezzo è il maggior organizzatore di guerre e di stragi. E poi vengono i cosiddetti dissidenti dei Paesi avversari, Urss, Cina, Iran oppure di nazioni in cui si vuole determinare la politica o nei quali veniva progettata una rivoluzione colorata e un cambio di regime, come Pakistan e Bielorussia, solo per fare un esempio. Dopo Willy Brandt, che con la sua Ostpolitik aveva cercato di disinnescare la guerra fredda e soprattutto i pessimi rapporti tra le due Germanie, è stato tutto uno scendere all’inferno della propaganda. Insomma una credibilità assolutamente compromessa e che oggi, con la Svezia entrata a far parte della Nato, non ha più nemmeno la più rarefatta ragione di esistere. Tuttavia per il grande pubblico naif, il Nobel per la pace ha ancora un valore simbolico, attraverso il quale si è finora fatto passare il messaggio, quanto mai ingannevole, che l’Occidente è per la pace o che comunque premia chi la cerca. Decostruire tutto questo attraverso una denuncia che mette a nudo l’imperatore e i suoi infiniti cortigiani, è un atto di rottura con tutto l’ipocrita imperialismo che ha man mano inquinato tutte le fonti della libertà, della democrazia e, paradossalmente, proprio della pace.