Qualche tempo fa mi è capitato di leggere sui social un report che pretendeva di essere scientifico, come del resto nella valanga di altre simili baggianate certificate, in cui si affermava che tra una ventina di anni Roma sarebbe stata più calda di Istanbul, tanto per aggiungere un’altra cavolata al rosario catastrofista. Ahimè gli autori di questa idiozia non si sono nemmeno dati la pena di perdere un minuto per accertare che in realtà la più grande città turca, che si distende lungo il Bosforo, è parecchio più fredda di Roma. Chi comprende qualcosa di climatologia, anche a livello elementare, e persino della semplice geografia, non si stupisce di questo perché Istanbul non solo ha praticamente la medesima latitudine, ma ha un clima semi continentale dovuto alla vicinanza all’enorme territorio asiatico che la presenza del Mediterraneo e del Mar Nero non riesce del tutto a compensare. Questo valga come introduzione al miserabile livello del dibattito su questo tema che da scientifico è diventato meramente ideologico e dominio di burocrazie corrotte e incompetenti, al soldo di chi paga meglio.

Non suscita quindi sorpresa se recentemente è scoppiato lo scandalo di una ricerca pubblicata su Nature, una delle riviste scientifiche con maggiore reputazione, e poi ritirata perché zeppa di errori “di metodo e di analisi”. Non è certo raro che studi pubblicati su riviste scientifiche vengano poi ritirati, molto spesso per conflitti di interesse nascosti, ma in questo caso il danno è stato enorme perché sosteneva che la cosiddetta catastrofe climatica avrebbe causato una riduzione del 19% del reddito globale entro i prossimi 26 anni. Si tratta di cifre assolutamente assurde perché semplicemente non calcolabili e che tuttavia sono state riportate in migliaia di pubblicazioni e articoli, dando fiato a tutto il peggiore cicaleccio pseudo scientifico dal quale siamo sommersi. Ed è stato anche uno dei punti di forza della Cop30, dove si è pensato bene di abbattere 100.000 alberi per costruire una strada al fine di rendere più facili gli spostamenti dei delegati di questo grande carnevale. Il fatto è che mentre si è dato rilievo a questo studio di sapore propagandistico, la notizia della sua sconfessione e del suo ritiro non è stato riportato da nessuno e così quei fantomatici calcoli sono ancora dentro le viscere del discorso pubblico e dell’allarmismo creato ad arte.

Questo episodio non serve solo a mettere in luce la mostruosa ideologizzazione di certi temi, ma soprattutto lo stato sempre più miserevole in cui versa la scienza. Stato che non è un mistero per nessuno, salvo per quelli che con “lo dice la scienza” vogliono troncare ogni discorso, dimenticando che la radice della scienza è proprio il dubbio sistematico. Ma certo lisciare le teste d’asino è un’impresa impossibile e alla fine inutile perché lo spirito con cui viene fatta questa affermazione non è poi molto diversa dalle pratiche devozionali, dai santini nascosti nei portafogli o attaccati, come una volta, alla parte metallica delle auto. Con la significativa differenza che il devoto si rivolge a un ordine soprannaturale indimostrabile e dunque è legittimato nelle sue credenze, mentre i nuovi osservanti lo fanno con l’ordine naturale delle cose che ha bisogno di essere dimostrato attraverso una intensa dialettica di idee, ipotesi, sperimentazioni e dove ogni verità è solo una verità temporanea fino a che non si sarà in grado di spiegare meglio la realtà. Che si sia di fronte a un degrado non lo dico certo solo io: recentemente il direttore del Nih, ovvero il National institutes of healt, che per quasi 40 anni è stato il feudo del signor Fauci, ha sostenuto che “abbiamo una sociologia scientifica fondamentalmente fallita… la quale enfatizza l’autorità piuttosto che la verità di base e che viene sdoganata da una stampa totalmente indifferente, dedita essenzialmente a sostenere un partito politico”. La scienza moderna è nata con Galileo, Copernico e Cartesio, proprio in contrapposizione all’autorità che è l’esatto contrario del metodo scientifico che vuole evidenze, non padroni e per quattro secoli la cosa ha funzionato, permettendo uno straordinario aumento della conoscenza del mondo sensibile. Tuttavia da oltre mezzo secolo questa corsa si è fermata e noi siamo intrappolati in due teorie – la relatività e la quantistica – che non stanno insieme. Certo, nel frattempo si è avuto uno sviluppo tecnologico notevole, che la più parte scambia per un aumento della conoscenza del mondo, mentre si tratta solo di aver aumentato la capacità di intervento sul mondo e tale capacità di intervento è spesso sproporzionata e incongrua rispetto al sapere che abbiamo, oltreché intrinsecamente legata ad interessi di bottega.

Cos’è accaduto? Per dirla con Thomas Kuhn, uno dei più noti e più acuti filosofi della scienza, siamo passati da uno stato di scienza rivoluzionaria a uno stadio di “scienza normale”, nella quale l’autorità ha ripreso il sopravvento e dove occorre prima di tutto preservare un modello standard e da questo derivano carriere, finanziamenti, magari celebrità e in ogni caso sopravvivenza in un ambito accademico dove il conformismo è diventato la regola. Come del resto in tutta la società. Se questo accade per le scienze dure, possiamo benissimo immaginarci cosa possa succedere in ambiti meno rigorosi, dove la ricerca dipende dal denaro e dagli interessi privati e/o da direttive politiche come, medicina e climatologia, per esempio. Mi viene da ridere quando gli ignoranti che devastano il discorso pubblico parlano di revisione paritaria come se fosse una garanzia, quando invece è uno scambio di favori: tu approvi me e io approvo te. Non significa più nulla, è un gioco di porte girevoli.

Quindi state tranquilli: qualsiasi cosa accada, Roma non diventerà più calda di Istanbul semplicemente perché lo è sempre stata. E i cretini non rinsaviranno per la stessa ragione, lo sono sempre stati.