Quando un sistema ha esaurito il suo ciclo storico entra in una spirale negativa nella quale, assieme alle patetiche bugie di un potere che si sente in pericolo, arrivano i disperati tentativi di fermare il declino con ogni mezzo: una pestilenza, una guerra, una catastrofe annunciata e bugiarda, di solito anche una torsione autoritaria. Vite e pensieri vengono bruciati con incredibile cinismo per allontanare un destino che è tuttavia nelle cose stesse, nelle logiche che un tempo hanno consentito lo sviluppo e il consenso, ma che successivamente diventano insostenibili pesi che portano a fondo. Così il sacrificio degli altri sugli altari di divinità ideologiche finisce per essere del tutto inutile, barbarie gratuita. Soprattutto però c’è un carattere tipico di queste epoche che sono sulla soglia di un cambio di paradigma economico, geopolitico e sociale: qualsiasi cosa si tenti di fare diventa controproducente, si rivolge contro chi l’ha tentata. Potremmo fare l’esempio di scuola delle sanzioni imposte alla Russia che hanno danneggiato in maniera letale chi le ha messe e non chi le ha subite.
Ma abbiamo sotto gli occhi alcuni casi esemplari che probabilmente verranno studiati in futuro per illustrare la follia di questi anni. Prendiamo la Germania: il suo gigantesco complesso industriale pensava di poter trarre vantaggio dall’auto elettrica e la maggior parte dei tycoon teutonici ha sia appoggiato la filosofia di Net Zero, sia l’idea di fare a meno dell’energia russa a basso costo: dopotutto passare dal motore termico a quello elettrico avrebbe consentito di superare la saturazione del mercato costruendo un orizzonte per la totale sostituzione del parco automobilistico e affari a gogò. Una pacchia, tanto più che i governi dei singoli Stati e la Ue si sono affrettati a mettere incentivi sull’elettrico e ostacoli ai motori termici per sostenere questa trasformazione in nome dell’ambiente. In realtà le auto elettriche richiedono di triplicare l’energia prodotta attualmente, oltre ai problemi di produzione e smaltimento, così da essere “pulite” a valle, ma sporchissime a monte.

Però lasciamo perdere l’illusionismo del banale e inconsistente ambientalismo di maniera, che è uno dei mirabili esempi di analfabetismo funzionale della contemporaneità: il fatto è che la tecnologia elettrica dipende in gran parte dalle batterie, dall’elettronica e da altri materiali fabbricati in Cina, dove questo tipo di motorizzazione è in sviluppo già da molti anni. Dunque si è tentato di fare una massiccia e improvvisa concorrenza su prodotti sui quali si aveva poca esperienza e che per di più erano adatti ad altri mercati, ma non a quello europeo. Mi spiego: in Cina l’auto viene usata per percorsi urbani o peri urbani nei centri di media dimensione, dove l’autonomia ha un valore relativo, mentre le grandi città distano migliaia di chilometri e usare la macchina sarebbe faticoso e oneroso: tutti scelgono i treni ad alta velocità. L’Europa invece è più piccola e l’auto viene usata per viaggiare, ponendo dei grossi problemi alle macchine elettriche che hanno autonomie limitate, ben più modeste rispetto a quelle dichiarate sulla base di test standard completamente estranei alla realtà, richiedono lunghe ricariche, sono molto costose e hanno un bassissimo valore alla rivendita. Così alla fine i costruttori europei si sono esposti alla concorrenza cinese come oche che volano volontariamente sopra i cacciatori.

Ora un manager ben pagato, di quelli che sanno fare egregiamente i loro cinque chilometri di corsa mattutina, ma quanto a pensare sono piuttosto scarsi, avrebbe potuto leggersi le statistiche e comprendere che in Cina il numero di auto elettriche vendute è sì molto alto in assoluto, ma in percentuale non è poi così lontano dalla situazione europea, segno che questo tipo di motorizzazione fatica anche lì: nelle grandi conurbazioni urbane infatti le distanze diventano critiche per le auto elettriche e qui il motore termico domina. Dico questo allo scopo di illustrare il passaggio successivo: l’aver spostato tutti gli investimenti sull’elettrico, ha fatto abbandonare i progetti sul termico, dove pure le industrie europee avevano molto da dire. Ma come abbiamo visto in Cina non è che il termico sia stato abbandonato, anzi è in pieno sviluppo. Così abbiamo colossi con i piedi di argilla che hanno abbandonato tecnologie sulle quali erano in vantaggio per esporsi su un campo in cui erano in svantaggio: il risultato finale è che adesso i cinesi rischiano di prevalere anche sui motori termici e in effetti cominciano a vendere i loro propulsori alle paludate, ma ormai diroccate case costruttrici della Germania. Un disastro totale che rischia di affossare il Paese dove trimestre per trimestre, mese per mese, la produzione industriale cala inesorabilmente. E solo quest’anno 300 mila tedeschi hanno abbandonato il loro Paese.

Ma, per esempio, un altro fallimento si stanno rivelando i dazi di Trump, un po’ usati come arma geopolitica, ma spacciati anche come un provvedimento per far tornare l’industria in America. Grosso errore, oggi il mondo è troppo interconnesso: un prodotto qualsiasi è un assemblaggio di parti realizzate in molti Paesi. Con i dazi, che ovviamente sono a carico degli importatori americani, i prezzi sono cresciuti e questo, specie in un momento di grave difficoltà economica anche per il ceto medio, sta gravando come un macigno sulla produzione. Molte aziende sono entrate in crisi, altre hanno rallentato le catene di montaggio, altre ancora l’hanno fermata e molte altre sono sull’orlo del fallimento. In campo automobilistico, tutte le marche hanno cancellato i modelli nuovi e ridotto al minimo la produzione. Insomma si sta ottenendo l’effetto contrario a quello voluto.

Stessa cosa si poterbbe dire per l’intelligenza artificiale: i cinesi hanno una grande abbondanza di energia a basso costo che è vitale per la IA, mentre gli americani no. Questa frontiera che alcuni ritengono essere l’ultima speranza per gli States è dunque in pericolo: Meta, OpenAI, Nvidia e altri stanno investendo capitali stratosferici nell’espansione di modelli linguistici di grandi dimensioni (Llm) e in enormi data center. Ma dentro un turbocapitalismo che richiede risultati e profitti in pochi mesi, la bolla si sta sgonfiando perché la monetizzazione di questi sistemi non è sufficiente. Al contrario diversi modelli cinesi di alto livello – come DeepSeek, Qwen e la serie Kimi K2 – si stanno accaparrando il mercato mondiale che, lo ricordo, è molto più grande dell’Europa. Inoltre i cinesi stanno aspettando di essere alla pari con i chip di Nvidia per lanciare le versioni più sofisticate dei loro Llm che sono peraltro già pronte. Diciamo che si tratta di una sofisticata arte marziale che sfrutta la forza dell’avversario per metterlo a terra.

Ma in realtà tutti i guai dipendono dal sistema stesso che per sopravvivere ha bisogno di un’adeguata remunerazione del capitale: quando questa è insufficiente, quando le scommesse dei titoli spazzatura hanno raggiunto un valore privo di qualsiasi sottostante, si rischia il soffocamento e allora si va alla disperata ricerca di investimenti redditizi, anche creati con illusionismi, come Net Zero, per esempio. Ma ogni mossa ormai non sortisce i risultati sperati: è come un Casino in perdita dove anche i bari non hanno più fortuna.