L’ex presidente del Brasile, Jair Bolsonaro, è stato condannato a oltre 27 anni di carcere per tentato colpo di Stato e già questa sarebbe una notizia da prima pagina. Ma a tutto ciò si aggiunge il fatto che qualche mese fa Trump aveva minacciato il Brasile con la solita arma dei dazi se per caso l’ex presidente, un uomo di Washington esattamente come l’argentino Milei, fosse stato processato producendo un’inammissibile intromissione negli affari interni e nella giurisdizione di un altro Paese che tuttavia da tempo immemorabile fa parte dell’armamentario di Washington. La notizia è che questo modus operandi,  adesso comincia a fare cilecca: Bolsonaro è stato processato e condannato e il ricatto dei dazi è stato respinto dal Brasile  sia su questo tema, sia su quello del commercio con la Russia. E di certo non è il solo smacco subito da The Donald in questi mesi: ci sono stati il rifiuto di India e Cina di piegarsi al ricatto daziario trasversale nei rapporti con Mosca, tanto che alla fine Washington si è vendicata facendo circolare la voce che avrebbe distrutto il gasdotto siberiano in costruzione tra Russia e Cina. Peccato che esso non si trovi circondato da troll scandinavi disposti a ubbidire a qualunque ordine e non arrivi in un Paese il cui cancelliere è disposto a farsi mangiare in testa. Inoltre il gasdotto non è sottomarino ed eventuali danni verrebbero ben presto riparati. Insomma un’inutile gaffe che ha avuto il pregio di mostrare per l’ennesima volta di che pasta è fatta Washington.

Sta fallendo persino il tentativo di mobilitare la servitù europea per imporre dazi doganali del 100% ai prodotti indiani e cinesi per convincere Pechino e Nuova Delhi a cessare i loro rapporti con Mosca. Stanno fallendo perché da una parte essi non costituiscono un argine efficace contro la diffusione dei prodotti industriali e agricoli provenienti da questi Paesi e dall’altra darebbero invece un colpo di acceleratore all’inflazione. Insomma tutto nasce dalla convinzione errata che l’economia russa dipenda esclusivamente dall’esportazioni di gas e petrolio: anzi non è nemmeno una convinzione, ma un’ossessione che dimostra come i ceti  dirigenti statunitensi non riescano ad abbandonare le loro tradizionali visioni di comodo. Se a questo aggiungiamo che Washington, dopo aver preparato assieme ad Israele, l’attacco a Doha contro i rappresentanti di Hamas, adesso si è uniti alla condanna dell’ attentato da parte del consiglio di sicurezza dell’Onu, per evitare di mettere a repentaglio gli “accordi di Abramo” con i Paesi del Golfo  si ha un’idea del marasma mentale nel quale viene fabbricata la politica estera degli Usa.

Soprattutto l’insieme di queste mosse restituisce  l’impressione che anche Trump sia impegnato in un ritorno al passato, nel viaggio di ritorno verso un’epoca che non esiste più e nella quale gli Usa potevano dettare legge a tutto e tutti. Si poteva pensare che egli avesse realizzato come il mondo fosse ormai multipolare e che volesse ritagliare un ruolo degli Usa in questa nuova realtà. Ma pensava davvero, come gli dicevano i suoi consiglieri, che la Russia fosse allo stremo e che avrebbe accettato subito, magari pure con gratitudine, un’offerta di pace raffazzonata e ambigua, che gli avrebbe consentito di porre fine alla guerra in Ucraina e magari di beccarsi pure il Nobel per la pace. E chissà forse pensa davvero che la Cina sia un bluff tecnologico, mentre a sua insaputa lo sono diventati gli Usa.  Però, si è accorto che, almeno per l’Ucraina, la realtà divergeva di 180 gradi rispetto alla narrazione prodotta dal potere finanziario che dopotutto aveva permesso la sua elezione, ed è andato in confusione. È stato in un certo senso costretto all’incontro in Alaska, ma conserva l’istinto del lottatore di Wrestling che anche in panchina deve urlare e dimenarsi. Presto si accorgerà che gli altri non fanno scena, non vanno sul ring con vestiti sgargianti, ma sono in grado di sferrare pugni veri.