L’impressione che mi fa l’Europa è quella di un vecchio cane da combattimento, ormai invecchiato: ha conservato l’istinto per la lotta, ma ha perso i denti, ha le zampe deboli e l’artrite gli rende i movimenti lenti e difficili. Ciononostante vorrebbe combattere contro un lupo siberiano che peraltro si sta davvero stancando delle continue provocazioni. La situazione non soltanto è ridicola e pericolosa, ma anche tale da mettere in discussione il contesto e tutti gli strumenti attraverso i quali l’Occidente ha operato da 4 secoli a questa parte. Il fatto che la Russia venga demonizzata, che la cultura russa, peraltro parte integrante di quella europea, sia messa al bando, che non si vogliano minimamente tenere in conto le esigenze di sicurezza di Mosca, non soltanto significa che si è rinunciato completamente alla diplomazia, ma che sono state intaccate le basi stesse delle relazioni fra Stati.

L’assetto attuale di tali relazioni deriva dalla pace di Westfalia del 1648 che in qualche modo – anche se può sembrare paradossale – segna la fine definitiva dell’impero romano e delle sue successive incarnazioni, ovvero la fine dell’idea di impero universale, inaugurando l’era delle relazioni fra Stati su un livello di parità. Certo la presunzione imperiale fu mantenuta all’esterno e continua ad operare ancora oggi, nonostante il modello westfaliano sia oggi di fatto quello adottato dovunque. Così arriviamo a un secondo paradosso, ovvero che tale schema è oggi sostenuto principalmente al di fuori dell’Occidente. Infatti quel lontano trattato che sancì di fatto la fine del Sacro romano impero e delle sue prerogative, sia pure ormai più teoriche che concrete, si basava sul riconoscimento degli interessi di dignità e sicurezza reciproci come condizione per ridurre le minacce e gli attriti. Questo significò anche la creazione della diplomazia moderna che include il dialogo per la comprensione reciproca come prerequisito per ridurre le frizioni e cercare di conciliare gli interessi. Potremmo magari pensare che tutto questo non abbia poi funzionato troppo bene, ma bisogna tenere conto che la pace di Westafalia venne dopo la guerra dei Trent’anni che causò la morte di 12 milioni di persone, soprattutto di civili investiti da ruberie e carestie, su una popolazione europea che superava a stento i 100 milioni di abitanti A farne le spese fu soprattutto la Germania che perse quasi la metà della sua popolazione. Ciò che è venuto dopo, anche se ci sembra orribile, non ha raggiunto quei picchi.

Fino ad ora. Perché è evidente che il milieu politico europeo ha rinunciato a questo modello per quanto imperfetto e non riesce a riconoscere gli interessi di sicurezza degli altri. Anzi, chiunque tenti di comprendere l’altra parte, di mettersi nei panni del nemico viene etichettato come “putinista”, “abbracciatore di panda” o “apologeta degli ayatollah”. Riconoscere gli interessi di sicurezza del nemico è diventato equivalente a legittimare” o “sostenere” le sue politiche, il che è visto come un atto di tradimento. Il risultato è che perseguire una politica di sicurezza e di pace diventa impossibile, che i negoziati diventano sospetti e che la pace possa essere raggiunta solo con la vittoria sul campo di battaglia, mentre si teme che la diplomazia rischi di “legittimare” Putin come dichiarò l’ex Segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg: “Le armi sono la via per la pace”. Casualmente, ma forse non tanto, le parole di questo stolto (nomen omen) banchiere norvegese sono praticamente le stesse pronunciate da Goebbels nel 1936 in vista del riarmo tedesco: “Ganze deutsche Nation weiß heute, dass Waffen der Weg zum Frieden sind”. Tutta la nazione tedesca oggi sa che le armi sono la via per la pace.

In effetti fu proprio con l’avvento del nazismo che l’impianto westfaliano cominciò ad essere contestato in nome di una forma diversa dello Stato, ossia quello etnico per poi essere dichiarato morto dopo la caduta del muro di Berlino, quando un altro impero pensò di potersene fregare di amici e avversari, trasformando i primi in sudditi che possono solo ubbidire e in nemici da distruggere gli altri, facendo strame della dignità e dell’autonomia degli Stati che era invece la base delle relazioni internazionali. Così arriviamo a un terzo paradosso: mentre a Bruxelles e nelle altre capitali europee i vecchi mastini sdentati tentano la hitlerizzazione di Putin, in realtà non fanno altro che proporsi essi stessi come imitatori del “Grande dittatore”. Che poi siano più simili a Charlot che al vero Hitler, è solo la storia che ritorna come farsa. Del resto anche la corrività con cui è stata data mano libera al progetto sionista di uno Stato etnico – religioso, dimostra che la via maestra è proprio quella. Fino all’autodistruzione.