Caro Bersani,

ieri Dario Fo, intervenendo alla notte della rete, ha detto che viviamo in un Paese orrendo. Ha ragione, tanto più orrendo perché  i suoi abitanti si sono da lungo tempo disabituati alla riflessione e alla speranza, per confluire nell’appartenenza, nella militanza e in opposti o variegati conformismi. Un processo previsto e aiutato dal neoliberismo che proprio di questo ha bisogno per imporre l’iniquità.

Ma orrendo anche perché man mano che si sta uscendo da questo sonno della ragione e del sentire, ci si accorge  che gli appigli sui quali fare forza per uscire da questa epoca, sono fatti della stessa sostanza degli incubi vissuti per vent’anni. Proprio ieri infatti, mentre Fo parlava, mentre un gruppo di persone si prendeva a cuore la salvezza della libertà di espressione, il Pd si è unitariamente astenuto sull’abolizione delle Province e si è invece diviso su un possibile referendum per abrogare il Porcellum.

Entrambe le cose, eliminazione degli enti inutili o superflui e cambiamento della legge elettorale facevano parte delle promesse del Pd, di quelle aspettative di cambiamento che si sono espresse concretamente nelle urne amministrative e referendarie. E dunque la loro inquieta sconfessione è suonata deludente come un viaggio di nozze a Macerata, come un’ ammissione di impotenza a fuoriuscire da interessi e prassi che giorno dopo giorni appaiono più inattuali e più meschini.

Le do atto, segretario, di aver sintetizzato molto bene questa ennesima occasione perduta, in una sua dichiarazione sul referendum elettorale proposto da alcuni esponenti del Pd:  «Mi stupirei se dei dirigenti del Pd promuovessero un referendum. Il Pd non fa referendum, può appoggiarli, sostenerli… Ma ci sono cose che toccano alla società civile e cose che toccano ai partiti».

Ora viene da chiedersi cosa sia un partito se non una delle forme in cui la società civile si organizza per intervenire nelle scelte, viene il dubbio che i partiti si considerino una specie di corpo separato che segue logiche tutte proprie e il cui dovere non è quello di ascoltare, elaborare, proporre e organizzare, ma solo quello di contrattare tra apparati.  Del resto questa vocazione o resa ad essere corpo separato la si intuisce benissimo nella resistenza all’abolizione di enti superflui, poco efficaci, ma costosi che tuttavia sono la placenta dentro la quale viene allevato un ceto politico spicciolo che si costruisce attraverso le amicizie, i favori, gli interessi, i collegamenti, le camarille. Un insieme che alla fine costituisce il vero costo della politica, ben più alto del semplice conteggio degli stipendi e dei gettoni di presenza. Un costo anche futuro perché sposta l’asse della mentalità e delle aspettative dalla competenza, alla fedeltà e ai legami espliciti o opachi.

Un partito si trasforma così in una specie di patronato nel quale man mano le idee finiscono per diventare superflue se non un fastidioso fardello, mentre cresce l’importanza cruciale dei portatori d’acqua e dei tessitori, tanto per fare un ritratto edulcorato e tacere degli approdi finali. Alla fine la coerenza diventa un dovere verso questo ambiente e un tradimento verso l’elettorato.

Ma se tutto questo può essere tollerabile in momenti normali, se può apparire funzionale dentro una situazione stagnante,  in quelli di profondo cambiamento costituisce una zavorra che rischia di rendere impossibile il collegamento alla società civile e di far perdere le occasioni che si presentano. E lei sa segretario con quale affanno e con quanto ritardo il Pd ha afferrato gli ultimi treni, preso di sorpresa dalla rapidità del declino berlusconiano, altro sintomo di una cecità verso il Paese.  Una fortuna che non sempre può capitare, perché non credo che sia una buona tattica quella di lasciare alla società civile l’iniziativa e la spinta, riservando al partito il compito di deluderla. Altrimenti davvero non rimarrà che smacchiare giaguari.