Dopo gli scontri dei giorni scorsi e l’accorrere persino di illustri personaggi dell’opposizione a sostegno di Marchionne,  si comincia a capire qualcosa di più dell’operazione Fiat: i sacrifici richiesti agli operai italiani serviranno soprattutto a portare a compimento il salvataggio della Crysler e a sostenere il tentativo di mantenervi una maggioranza azionaria.

Il primo obiettivo lo impongono  prima di tutto i lavoratori della casa americana che sono ormai tra i maggiori azionisti, il secondo è una difficile battaglia con il mercato e la finanza Usa che di Fiat non fidano. Così a Marchionne, in una pura logica finanziaria , non è rimasto altro che scorporare il settore auto, premere, ricattare e cominciare a vendere il gioiello di famiglia, certo decaduto, ma ancora spendibile. Perché lui ormai crede nell’ America e non nell’Italia.

Quando pochi giorni fa mi capitò di scrivere che i mirabolanti e vaghissimi piani di sviluppo di Marchionne, messi in campo per supportare con qualche zuccherino i suoi diktat, avrebbero portato a una deindustrializzazione strisciante del Paese, sono stato accusato di parlare pur non essendo un premio nobel dell’economia.

Pazienza in pochi giorni mi è stato impossibile rimediare a questa mancanza. Ma adesso è fin troppo chiaro che a Marchionne interessa la fusione con Chrysler per produrre  4-5 milioni di auto. Insomma gli interessa l’economia di scala, il matrimonio di salvataggio tra due marche considerate piuttosto “scarse” e con produzioni antitetiche, un patchwork dall’incertissimo successo. Ma è soprattutto chiaro che l’obiettivo è focalizzato su Detroit e sul Brasile, non su Torino, già messa in forse dalla mancanza di modelli e di vera innovazione.

In Italia le condizioni del manager col maglioncino sono state imposte anche in vista di  una vendita dell’Alfa Romeo, forse necessaria per mantenere la maggioranza in Chysler. Non ha trovato altra strada per aumentare l’appeal della gloriosa marca che potrebbe finire alla Volkswagen o alla cinese Geely,  già proprietaria della Volvo. Per non parlare di una vendita di quote Ferrari, un’altra  dismissione per fare cassa.

Per carità, magari, la cessione dell’Alfa  porterebbe a un rilancio della marca, anzi con la Wolkswagen si andrebbe sul sicuro in questo senso. Però è chiaro che il ruolo italiano nella progettazione e ideazione automobilistica verrebbe fortemente ridimensionato, per non dire ridotto ai margini, alla periferia di un altrove industriale, statunitense, tedesco o asiatico.

La ricetta di Marchionne se proprio tutto va bene, servirà forse ad assemblare qualche auto in più, ma nella logica di un Paese in via sviluppo dove il lavoro “bruto” di assemblaggio, poco tutelato e sindacalizzato è di gran lunga più importante di quello progettuale e strategico.

Se mai l’Italia ce la farà ad uscire da questo incubo, causato in primo luogo dall’assenza della politica, dalla frantumazione del futuro, dal disorientamento generale e dalla perdita di una politica industriale, ci riuscirà malgrado Marchionne, non certo grazie a lui.