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E adesso beccatevi Pillon

Movimento-per-la-vita-maggio-2013 Anna Lombroso per il Simplicissimus

A beneficio di chi pensa che tutto sia cominciato con Pillon e che la recessione morale sia cominciata con questo governo , voglio raccontare un episodio che non ha trovato spazio sulla stampa che ha scoperto in questi giorni il fascismo, il rigurgito patriarcale, il razzismo (ma solo nei confronti degli immigrati).

Il teatro è l’Ospedale di Treviso e gli attori che si fronteggiano sono da una parte un gruppo di pie donne e anche qualche maschio,  dall’altra le donne e gli uomini del collettivo ZTL Wake Up!. È il marzo 2014 e i rappresentanti del Movimento con Cristo per la Vita occupano alcuni spazi fuori dal nosocomio con un loro presidio per dimostrare contro il “delitto” di interruzione di gravidanza che si consuma nella struttura pubblica in applicazione di una legge dello Stato. Pregano, anche piuttosto rumorosamente, innalzano cartelli con immagini cruente di feti pieni di sangue o conservati in barattoli,  gridano slogan contro le assassine e i loro complici. Il loro è un appuntamento fisso che si ripete nei giorni nei quali si effettuano le interruzioni di gravidanza, messo in atto con ferocia per colpevolizzare e incriminare. E’ per questo che i militanti del collettivo decidono un giorno di organizzare un contro-presidio pacifico, invitando il Movimento a scegliere sede più acconcia per pregare e ricevendo la solidarietà del personale ospedaliero. Non ci sono scontri né contatti fisici, ciononostante nove persone del collettivo vengono querelate per violenze private e oggi a distanza di cinque anni saranno condannate dalla Cassazione in via definitiva: i denuncianti manifestavano legittimamente .

Come sempre succede la perdita di beni si accompagna a quella dei diritti, anche il più doloroso, mentre invece si arricchisce il repertorio di sopraffazioni, intimidazioni e ricatti.

Come sempre succede chi rivendica di rappresentare una maggioranza non si accontenta del consenso degli elettori e insegue l’appoggio dei poteri forti, comprensivi delle gerarchie ecclesiastiche e di un Papa che considera le donne creature di Dio, si, ma forse di un dio minore, il libero arbitrio una facoltà perlopiù maschile da esercitare comunque con parsimonia, i tribunali dello Stato trascurabili rispetto a quello del cielo, in particolare per quanto riguarda quei cosiddetti temi sensibili monopolio esclusivo della morale confessionale, tanto da promuoverla a etica pubblica. Operazione riuscita, se la Corte di Cassazione in questo caso come in altri, riconosce facoltà e prerogative speciali a chi se ne fa interprete di parte, e dunque il diritto di fare di uno spazio pubblico e collettivo luogo non di preghiera, ma di propaganda.

Come sempre succede dietro ai dogmi c’è sempre un affare o più di uno. Succede a Treviso, ma in molte altre parti dove tanta devota deplorazione si mette al servizio di interessi opachi. In testa ci sono regioni nelle quali una formazione politica è impegnata da sempre a riservare un trattamento di favore alla sanità privata, dove esimi obiettori si esercitano sottobanco per non perdere la mano con qualche aborto, camuffato da necessità terapeutica, con qualche inseminazione  proibita in Italia, come certi chef che sperimentano il curry e i felafel per stare al passo coi tempi e coi gusti del pubblico pagante più raffinato.

E come sempre succede, hanno la solidale accettazione di chi intravvede l’opportunità di conquistare l’approvazione di una comunità di fede che in forma di cittadini chiamati al voto si è espressa chiaramente, a dimostrazione che è sempre tempo per vanificarne la volontà referendaria: basta pensare a quanti negli anni in forma bipartisan hanno suggerito restrizioni all’attuazione della legge sull’interruzione volontaria di gravidanza con i più fantasiosi pretesti, compreso il presidente Amato, socialista proprio come Loris Fortuna, ma anche molti, troppi laici per caso e a intermittenza. Per via, è sicuro, della pretesa di intervenire e intromettersi in ogni contesto della nostra esistenza che accomuna in un delirio di onnipotenza bipartisan chi assume un ruolo di comando, compresa una poltrona in qualche società editoriale com’è successo a ex direttori e giornalisti folgorati in età avanzata dalla religione: quando la carne se frusta, l’anima se giusta, impegnati a aggiustare anche le nostre, di anime. Ma ancora di più perché la restaurazione riguarda anche la triade Dio, Patria e Famiglia con la sua ideologia autoritaria e i suoi capisaldi aggiornati secondo le regole dell’economia imperiale, per creare una nuova e moderna coscienza che sappia approfittare del progresso e dei suoi successi, anche se a beneficiarne sono solo alcuni, che sa rinunciare a certe conquiste, quelle di diritti, garanzie democratiche e stato sociale, nel doveroso rispetto dello stato di necessità, che si apre al mondo quando si tratta di accogliere prodotti, lavoratori a basso costo, abitudini culturali e di consumo, o di esportare, guerre e armi comprese, ma che si arrocca quando si tratta di esprimere solidarietà, e che così fa proprio il messaggio di un’altra coesione, quella impossibile tra dominanti e dominati, tra padroni e sottoposti, tutti sulla stessa barca, anche se nemmeno sul Titanic si affogava senza gerarchie di classe.

Adesso poi si sono create le condizioni per arricchire di altri valori tutto questo ciarpame di risulta: la nuova coscienza deve ispirare la nuova famiglia, attenta al rispetto della tradizione e della conservazione di valori irrinunciabili legati alla salvaguardia e manutenzione della nostra superiore civiltà, ma al tempo stesso impegnata a godere dei benefici della contemporaneità: tecnologia sotto forma di selfie e cellulari, lavoro parcellizzato che non ha bisogno delle ubbie della rappresentanza e del sindacato, partecipazione e voto come all’Isola dei Famosi. Eh si la famiglia ideale dovrebbe essere formata preferibilmente da nonni malsopportati che non hanno più diritto alla lungodegenza, ma obbligati a contribuire alle spese comprese quelle dei fondi pensionistici per la progenie, mamme in casa a garantire la discendenza e il futuro della razza bianca, anche sotto forma di pizzaioli a Londra e piloti di droni, in festosa e dinamica sostituzione di ogni forma di welfare ormai superfluo, essendo stato riconosciuta magnanimamente alle femmine quella qualità multitasking che ne sancisce la pubblica utilità. E gli uomini? Gli uomini, quelli non ancora delocalizzati, arruolati nell’esercito di magazzinieri,  autisti di auto a noleggio, fattorini di pasti a domicilio, incaricati della consegna della spesa, steward allo stadio, garanzia di carriera luminosa, ancora meglio quelli che possono “unire potere dei computer e lavoro freelance”, appagati della precaria autonomia di lavoratori che ormai vengono definiti “alla spina” al di fuori di qualsiasi occupazione stabile e di qualsiasi ombrello protettivo di garanzie e tutele.

E siccome siamo dentro al paradosso che combina l’obbedienza ai dettami della modernità con il ritorno allo stato di primitivi, Dio ha il barbone come nei Dieci Comandamenti e pare più preoccupato del presepe, del rispetto delle comuni radici cristiane dell’Europa, della difesa dalla invasione degli infedeli che dalla loro morte per guerra, fame, sete, miseria o annegamento, ora che la religione dell’amore si accontenta di un po’ di carità. E  la Patria è il posto dove si sta, dove si pagano le tasse e il mutuo della casa, e che in ragione di ciò va difesa con confini, muri, respingimenti, ma da dove ci si augura possano andarsene i figli in cerca di fortuna né più né meno di quello che pensano migliaia di disperati più disperati, anche per nostra corresponsabilità.

Chi meglio di  Pillon poteva incaricarsi di mettere in scena questa sacra rappresentazione, per il suo curriculum: dalla denuncia del complotto gender e del disegno di occupazione dei gangli de potere da parte dei gay, fino alla volontà di cancellare a forza una legge dello stato; all’allarme per supposto esercizio della stregoneria nelle scuole dove si leggono (e già quella è una colpa) le fiabe dei fratelli Grimm in barba a Propp. E per la sua militanza di fede: è perfino membro del Cammino neocatecumenale. Come per l’esperienza maturata: consigliere nazionale del Forum delle associazioni familiari, membro della commissione adozioni internazionali presso la Presidenza del consiglio dei ministri,  direttore del consultorio familiare “La Dimora” a Perugia, organizzatore dei tre Familiy Days.  E perfino per la somiglianza per il garrulo organizzatore di matrimoni. Chi meglio di lui poteva incarnare la “restaurazione” di un ordine sociale basato su stereotipi di genere e relazioni di potere diseguali e contrarie perfino agli obblighi internazionali in materia di diritti umani mediante  una compressione della libertà delle persone coinvolte e condannando le donne in una posizione di subordinazione al maschio.

Però non stupitevi, non pensate a lui come a un incidente di percorso imprevedibile, se non si sa fare di meglio che sostituire alla lotta di classe la “guerra dei sessi” come nei film con Doris Day che rivisitavano Lisistrata, se le dame del senonoraquando dopo tanto fervore contro l’uso del corpo della donna sono approdate a battaglie più ugualitarie magari con l’abuso anche di quelli maschili, nella progressiva realizzazione di alte velocità, se  quelle invece più apparentemente più avvedute pensano che la soluzione consista in un partito di donne che trasformi il corporativismo di genere in soggetto politico, se chi rivendica un’appartenenza di sinistra, si è convinto che certi diritti sono nostri, conquistati e inalienabili, così da potersi dedicare all’accesso a quelli “accessori”, in misura cauta del minimo sindacale, come se tutti i diritti non fossero fondamentali, come se toglierne uno, l’aborto, o due, il lavoro e l’assistenza, esaltasse gli altri e li rendesse disponibili anche agli ospiti.

 

 

 


Aborto in bagno a causa degli obiettori. Altro che quote rosa

100924545-c8516407-5e03-49a9-9423-28b577d42f03Anna Lombroso per il Simplicissimus

Basta,  basta, basta. Mentre si consumava la commedia delle quote di genere, una di quelle liturgie rituali pensate e attuate per indirizzare l’attenzione su scaramucce di retroguardia distraendola della perdita fondamentale della democrazia elettiva, che si esercita  esprimendo scelte e  dispiegando le prerogative di cittadinanza, una donna ha denunciato la lesione di ben due diritti.

La storia ormai è nota: a Valentina,  una giovane donna affetta da una grave malattia genetica è impedito dall’infame legge 40  di ricorrere alla fecondazione assistita e alla diagnosi pre-impianto. A lei quella legge ingiusta concede solo di rimanere incinta e scoprire, come poi è avvenuto, che la bambina che aspettava era condannata. Lasciandole una terribile libertà, quella di scegliere di abortire, al quinto mese. Un aborto doloroso e complesso come un parto di 15 ore durante il quale viene abbandonata da medici e personale, tutti obiettori di coscienza, che si limitano a indurre le doglie e la lasciano partorire nel bagno dell’ospedale.

Si tratta di un caso che impone di ricordare come tempo fa la Cassazione abbia rilevato come la 194/1978 “escluda che l’obiezione possa riferirsi anche all’assistenza antecedente e conseguente all’intervento, riconoscendo al medico obiettore il diritto di rifiutare solo di determinare l’aborto (chirurgicamente o farmacologicamente), ma non di omettere di prestare assistenza prima o dopo, in quanto il medico deve comunque assicurare la tutela della salute e della vita della donna, anche nel corso dell’intervento di interruzione di gravidanza”. Come dire che il diritto di obiezione di coscienza “non esonera il medico dall’intervenire durante l’intero procedimento”, nella misura in cui “il diritto dell’obiettore si affievolisce, fino a scomparire, di fronte al diritto della donna in imminente pericolo a ricevere le cure per tutelare la propria vita e la propria salute”.

E che ci fa chiedere di che coscienza sia dotato chi lascia soffrire una donna per 15 ore, che credo religioso possa giustificare un crimine, che deontologia professionale può essere elusa e a che titolo, dando luogo alla elusione dell’assistenza, che appartenenza a quale consorzio civile può dare licenza di trasgredire una legge dello Stato.

Ci sono violenze insistite e continue che stravolgono le vite delle persone, e che sono rivelatrici dell’ipocrisia maligna e dell’inadeguatezza colpevole delle istituzioni pubbliche. Avvenimenti  ce lo ricordano quasi ogni giorno, malati respinti dagli ospedali, turismo inumano delle coppie che cercano di liberarsi dalle maglie proibizioniste della legge sulla procreazione assistita e quello di chi vuole porre fine alla sua vita con dignità, la manchevolezza drammatica delle terapie contro il dolore, ma anche le ruspe che radono al suolo accampamenti di disperati, la sordità alle denunce di malattie generate da condizioni ambientali, come è avvenuto per l’Ilva o per la Tirreno Power.

Alcune di queste violenze sono generate dalla ipocrita tolleranza di comportamenti inumani e incivili, giustificati da un’appartenenza confessionale a una fede che annovera tra i suoi capisaldi la compassione, la solidarietà, l’amore e la cura degli altri, insomma la pietas. Ipocrita perché non è possibile non dare ragione all’amara considerazione di Rosa Luxemburg: dietro ogni dogma c’è un affare da difendere.

Mai come in questi casi sono attivi gli impresari della difesa della vita,   gli stessi che le nostre vite le umiliano, le mortificano, le restringono a esistenze povere e senza speranze, ne avviliscono la dignità limando i diritti, ridotti in una polverina che si soffia via per essere ricondotti alla condizione di corpi, sui quali dobbiamo rinunciare ad esercitare libero arbitrio e decoro. In Italia uno dei loro brand è l’obiezione di coscienza che rende impraticabile una legge dello Stato, con il rischio accertato di un ritorno alla clandestinità e alle mammane, quelle che non “operano” più sui tavoli della cucina, ma in tanto di cliniche private compiacenti e compiaciute di onorari prestigiosi.

C’è poco da interrogarsi sul perché in tempo di crisi si ritorni a esercitare una stretta anche sul più doloroso e arduo dei diritti: per motivi pedagogici e esemplari, probabilmente a dimostrazione che donne troppo indipendenti devono essere ricondotte alla ragione, quella delle mura di case, dell’ubbidienza, della subalternità, certo. Ma anche per riconfermare  che le leggi devono uniformarsi a principi e dogmi confessionali. Sicuramente per ristabilire che è scopo dello stato contribuire a incrementare eserciti siano di soldati o siano di schiavi, indubbiamente per dimostrare che è dovere e responsabilità della politica guidare un popolo infantile e scriteriato nelle sue scelte personali, entrando nella privatezza delle esistenze, per imporre, invadere, soggiogare almeno quanto latita nell’assicurare garanzie e prerogative. E senz’altro per ratificare che cura, assistenza, medicina così come istruzione, cultura, beni comuni deve rientrare nell’ambito privato in modo da dare profitto e promuovere arbitrarietà e discrezionalità, sostituendo le leggi del mercato a quelle dello stato di diritto.

Da questo Governo per metà costituito da donne che si sono già rivelate poco diversamente maschi e molto diversamente civili e da questo Parlamento, c’è da aspettarsi ben poco nella difesa di una legge dello Stato che regola il più doloroso dei diritti che riguardano esclusivamente il genere femminile. E c’è da attendersi che prosegua quell’attitudine a legiferare sui geni, sul corpo, sul dolore, sulla vita e sulla morte, sui privilegi e sul lavoro, per promulgare i principi di una nuova cittadinanza basata sul censo, in modo che le libertà diventate merci siano accessibili come elargizioni o esclusiva solo di chi può permettersi di pagare. Che tanto per loro l’obiezione di coscienza è sospesa.

Mentre invece andrebbe semplicemente abolita. Era forse  motivata alla promulgazione della legge 194:  i medici avevano iniziato la loro carriera quando l’aborto era addirittura un reato ed era comprensibile che alcuni di loro opponessero ragioni di coscienza. Ma di tratta di disposizioni tra le più sagge e restrittive che sono riuscite a conseguire un difficile equilibrio tra il diritto dei medici a non agire contro la propria coscienza e quello della donna a interrompere la gravidanza. Oggi quindi chi decide di fare il ginecologo sa che l’interruzione di gravidanza è un diritto sancito dalla legge, che rientra nei suoi obblighi professionali e non è più ragionevole e civile offrire una scorciatoia per sottrarvisi. Ma  gli obiettori odierni (ginecologi, farmacisti ecc.) hanno convertito l’obiezione di coscienza facendone un uso offensivo contro lo Stato e contro i cittadini, avvalendosi del diritto di “sottrarsi in via eccezionale” ad una norma di legge; e senza pagare alcun prezzo.

Ha osservato Gustavo Zagrebelsky che l’obiezione di coscienza che taluno avanzi nei confronti di questa o quella specifica attività dovrebbe portarlo a non partecipare al concorso e a orientarsi professionalmente altrove.  E invece la regressione culturale che investe il paese si esprime nell’elevato numero di obiettori e nel riemergere dell’aborto clandestino; nella visione della donna come contenitore sul cui corpo il legislatore può legiferare senza tenere conto della sua volontà; nell’idea che “fin dal momento del concepimento” sia in vita una “persona” che entra in conflitto con la madre facendone un’ assassina.

Pare che la libertà di esercitare i propri diritti non abbia cittadinanza da noi, che saremo costretti ad emigrare per lavorare, per esprimerci, per abortire con dolore, per morire. Forse ce lo meritiamo per non averli difesi,  ma avendo dato poca accoglienza altrettanto poca ne troveremo.


La 194 boicottata dai politici del giorno dopo

Anna Lombroso per il Simplicissimus

C’è qualcosa di tremendamente infame e vigliacco nei maldestri tentativi che vengono periodicamente condotti di manomettere una legge dello Stato, peraltro severa e ancora largamente inapplicata, per via di poco credibili casi di coscienza e che rispondeva all’obbligo civile e morale di sanare il perpetrarsi di delitti contro le donne, consumati nella clandestinità e nella speculazione a volte mortale.
E duole che spesso queste basse manovre di bottega vengano compiute da quadri della politica che dovrebbero per appartenenza rispettare criteri di libertà e laicità, ma che più o meno esplicitamente invece ubbidiscono all’esigenza di compiacere alleati di matrice confessionale. Parlo di alleati e non di elettori, perché questo Paese disgraziato ha dimostrato invece di pensarla diversamente da loro in occasione di uno dei tanti referendum imposti per far regredire i diritti, perfino quello all’acqua, a prerogative da “consumare” in opaca e colpevole clandestinità o in sontuose strutture estere.
E duole ancora di più quando a farlo sono donne per le quali la libertà di esprimere la propria fede e di imporre la propria legge morale, addormenta la sapienza e l’esperienza della condizione di donna e l’impegno di cittadina.

L’aborto è un evento drammatico nella vita di una donna. Di una donna adulta e di una ragazza, che non ha preso le necessarie e ormai ben conosciute precauzioni o che ha avuto un incidente tecnico o che ha subito un atto sessuale non desiderato, precauzioni che spettano a lei perché spesso madri poco avvedute, padri poco presenti e contesto sociale poco civilizzato non educano i maschi alla responsabilità. E che vengono criminalizzate come una per colpa o un reato da scontare rendendo artatamente macchinoso e bizantinamente cervellotico l’uso della RU486, sottoponendole a un iter consegnato ormai sempre più di frequente non a consulenti che aiutano, ma ad obiettori che giudicano implacabilmente.

Perché una ideologia che combina autoritarismo politico e prepotenza ecclesiastica continua a vedere il popolo, uomini o donne che siano, come soggetti scriteriati e infantili, cui bisogna impartire una pedagogia punitiva.
Mentre mai come al momento di compiere una scelta che è dolorosa e imposta sempre e comunque da motivazione legittime, sociali, economiche, sanitarie, il sostegno dovrebbe venire da soggetti pubblici, indipendenti, non condizionati da qualsiasi credenza, impegnati all’aiuto solidale e svincolati da ogni pregiudizio.

Rappresentanti politici che deliberatamente o passivamente abbiano contribuito all’approvazione delle leggi delle regioni Piemonte e Veneto dovrebbero vergognarsi e non rivendicare di aver sancito l’intrusione di organizzazioni private con l’esibizione delle loro convinzioni e la ostensione dei loro simboli, confessionali o no che siano. Organizzazioni che non sono autorizzate a imporre la loro opinione in un momento segnato dalla vulnerabilità e dall’irreversibilità dell’atto che si sta compiendo, soprattutto se sono le stesse che condannano il preservativo ma perfino quelle che ne invece ne fanno pubblicità a scopi commerciali.
Dovrebbero avere il pudore di non spacciare il loro appoggio ad un provvedimento eversivo di quella laicità, componente irrinunciabile della democrazia, come una manifestazione matura e consapevole di apertura al pluralismo. Pluralismo laico non è permettere, anzi garantire per legge, l’ingresso psicologicamente devastante ad integralisti che snocciolano il rosario e biascicano preghiere come maledizioni, ma nemmeno a composte e sobrie associazioni non proprio trasparenti e non esattamente no profit che consigliano la riflessione per dirottare su anodine strutture più o meno parificate.

Sono veneziana, ho fatto politica per anni con le donne, non stento ad immaginare la pressione dirompente che potrà esercitare l’irruzione di soggetti connotati dall’integralismo e dal fondamentalismo in un sistema sociale ancora intriso della morale cattolica, dall’opinione di beghine e perché no? di leghisti, che a tempo perso, vista l’inclinazione a prendersela con le minoranze ancorché maggioranze numeriche, partecipano entusiasticamente all’ormai ecumenico boicottaggio della legge 194.
A quelli che una volta chiamavo compagni e che hanno sempre dimostrato una certa renitenza a impegnarsi sui temi dei diritti civili, se non trascinati da una cittadinanza più matura di loro, dico quello che abbiamo detto a proposito di certe alleanza e che diciamo in occasione di una riforma previdenziale improvvida, dell’infame cancellazione dell’articolo 18 o dello stravolgimento della Costituzione: bastava non votarla quella legge, altro che intervenire con bilancini e compromessi all’insegna di una moderno consociativismo.

La libertà e i diritti non sono negoziabili e non sono temi eticamente sensibili solo per i cattolici. No, sono inviolabili per chiunque senta l’obbligo di mettere al primo posto il rispetto delle prerogative dell’appartenenza alla “cittadinanza della democrazia”.
Ed è sconcertante che il tanto decantato maquillage effettuato sulle iniziali proposte di legge di iniziativa popolare in materia, ne peggiorino la sostanza, aprendo le porte di tutte le strutture socio-sanitarie a persuasori per niente occulti convinti di doverci convincere che il padre di Eluana Englaro è uno squallido assassino. Malignamente sicuri di possedere un monopolio morale e orgogliosamente attrezzati per decidere delle nostre vite, delle nostre inclinazioni e perfino della nostra morte.

Bastava poco per dare il segno che quella non è la decisione giusta, che ben altri sono i modi educativi e informativi per prevenire le interruzioni di gravidanza, che anzi questa forma di pressione violenta alimenta e vivifica l’obiezione di coscienza e la legittima anche quando è dettata da motivazioni ignobili, quella di favorire la creazione di un mercato privato degli aborti.
Si, bastava non votarla quella legge. E alle donne dico che non bisogna esprimere solidarietà di genere nei confronti di chi evidentemente non sa rappresentarci e che non si deve più votare chi vuole decidere per noi. Perché nella guerra dei poteri forti contro i deboli, dei privilegiati contro i sommersi, che è una guerra di classe che sta impoverendo lo stato sociale nei suoi gangli vitali: sanità e istruzione, questa battaglia sull’interruzione di gravidanza vede le donne due volte minacciate e colpite, riportate indietro al rischio della clandestinità privata e alla pubblica riprovazione.


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