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Archivi tag: governo Conte

Alzare camicia bianca?

imagesXSJQBW4O2Il vascello dell’Europa, allestito negli anni di Maastricht e concepito da armatori banchieri, non ha mai avuto altro porto di arrivo che quello delle nebbie neoliberiste, ma adesso, dopo le tempeste delle crisi sistemiche, ha le vele strappate e galleggia impotente  mentre la ciurma è in continuo stato di agitazione contro capitani ingordi e inetti. Sembra passato un secolo da quando Delors e Prodi uscirono dal sicuro e potente porto della Cee per andare alla ricerca di un qualche eldorado suggerito dall’egemonia culturale, dopo la caduta del muro e adesso si è in panne in un mar dei sargassi senza uscita dove le ostilità reciproche che avrebbero dovuto essere annullate per sempre sono riesplose, dove chi comanda sono banchieri e commis di multinazionali, in cui la perdita di rappresentanza democratica effettiva è spaventosa e i massacri sociali si susseguono senza tregua.

Appare chiaro che non esiste più un progetto politico, che quello pensato e presentato come tale non era altro che un miraggio dietro il quale si nascondeva un corollario del capitalismo finanziario. Il tutto soffocato in una nebbia di buoni propositi che rimangono solo retorica. Non esiste più nemmeno la capacita, ancora presente negli anni ’80, di mettere insieme le forze e così mentre si fa tanto pio chiasso sull’ambiente, salvo inquinare e devastare il più possibile dentro e fuori dal continente si scopre che la Cina ha investito negli ultimi 12 mesi l’equivalente di quasi 22 miliardi di euro nella produzione di veicoli elettrici, mentre la Ue solo 3,2 semplicemente perché le multinazionali dell’auto nostrane hanno puntato nel progetto ad alto inquinamento del diesel e ora cercano in tutti modi di evitare il sostegno ad altre tecnologie più pulite. Per carità  solo un esempio, ma che la dice lunga sullo stato di un’ unione totalmente prigioniera del lobbismo più sfacciato e ottuso.

Che si sia vicini a un collasso lo dimostra anche l’assurdo atteggiamento tenuto  da Bruxelles con il governo italiano, dovuto semplicemente alla volontà di colpire un governo, buono o cattivo che sia, che non comprende le forze di comando di rito europeo, una sorta di vendetta contro gli elettori che solo una banda di ipovedenti  poteva mettere in piedi. Che questi siano stati gli umori che hanno portato alla bocciatura della finanziaria di Roma lo dimostra anche il fatto che a partire dal 1980′ solo quattro volte il rapporto deficit -pil è stato più basso del 2,4% previsto dal governo per il 2019. Anche nei due anni di Monti, factotum certificato di Bruxelles. è stato attorno al 3%. Dunque non c’era alcun motivo concreto di scendere in guerra se non l’odio assoluto verso qualche refolo keynesiano nel programma dell’esecutivo. Ma la bocciatura non è stata solo infingarda, è stata pure attuata in preda a un’ isterica idiozia perché è assolutamente chiaro che le forze che compongono il governo non possono innestare la retromarcia come se niente fosse: ad onta del fatto che il fascio bottegaismo salviniano ha poco a che vedere con i Cinque stelle e il confuso ritorno keynesiano alla base della loro proposta, che si tratti insomma di un governo a due facce: un cedimento sarebbe per entrambi una catastrofe politica. Sono insomma costretti a resistere perché solo così possono conservare e magari aumentare il loro elettorato. D’altro canto un loro crollo non si risolverebbe con un ritorno dei vecchi servitorelli padronali, ma con una fibrillazione generale del Paese dalle conseguenze imprevedibili, creando all’Europa più problemi di prima. Per di più questo passo avventato e stupido trasforma le prossime elezioni europee da contesa politica a referendum sull’Unione. La rinuncia da parte di Bruxelles a raggiungere un compromesso in queste condizioni è davvero un non senso, un segnale della qualità veramente pessima della governance e del resto lo stesso Prodi è costretto a sottolineare l’assurdo: ” è ora che i responsabili politici europei si rendano conto che, senza l’Italia, non vanno da nessuna parte”.

Tutto è talmente assurdo che non si può non immaginare uno scenario artificiale e ingannevole e che tutto questo faccia parte di un diabolico piano di Berlino per liberarsi di un’Italia che è diventata pericolosa per il progetto di egemonia continentale perseguito attraverso la Ue e i suoi trattati. Se infatti l’Italia fosse messa al muro sotto la minaccia dello spread senza dare il tempo, dopo tanto spargimento di terrore,  di spiegare alla gente che si tratta di un’arma giocattolo, o si dovrebbe chiedere in prestito a Tsipras la bandiera bianca che ha usato con tanta efficacia o la camicia altrettanto bianca che indossava assieme a Renzi e ai leader socialisti e che non si è mai più tolto, oppure sarebbe necessario adottare misure di emergenza per mettere in sicurezza l’economia, ovvero la creazione di una moneta o unità di conto parallela e la nazionalizzazione del sistema bancario. Detta così sembrerebbe una fiaba, ma leggendo la stampa tedesca ci si accorge che invece il tema è molto dibattuto e che qualche economista di nome e influente, come Sinn  ad esempio, ha anche suggerito delle linee di azione per farci uscire in maniera morbida dall’euro. In Germania si sta affermano l’ipotesi che è meglio ridurre l’area della propria influenza diretta piuttosto che rischiare di dover riequilibrare i conti e di trovarsi di fronte a una situazione sempre fluida e incerta, anche se è del tutto evidente che anche in questo caso manca una strategia di grande respiro e che tutto si riduce a egostistiche questioni di bilancio.

Per carità è solo un’ipotesi, ma visto che ci siamo e che l’alternativa è davvero troppo stupida per essere vera, tanto vale citarla, anche perché sembra in qualche modo sottesa alle dichiarazioni di Prodi. Tutto questo mi fa venire in mente Metternich che dopo aver considerato l’Italia una mera espressione geografica, dovette riconoscere che chi gli diede più filo da torcere nella sua vita non furono Napoleone o i papi o gli imperatori, ma un brigante italiano di nome Mazzini.

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Tajani che taja li cojo..

image” Ve tajo li cojoni! “. In sei o sette anni è stata la frase più significativa e intelligente che abbia sentito pronunciare da Antonio “Savoia” Tajani (per via delle sue idee monarchiche), oggi presidente del Parlamento europeo dopo aver fatto una folgorante carriere da giornalista craxomaniaco a valet de redaction di Berlusconi fino all’approdo parlamentare a Roma e a Bruxelles. Questo tanto per illustrare agli illusi dell’europeismo la qualità della governance continentale così ottusa da non aver capito l’errore strategico nella quale è inciampata bocciando il bilancio italiano: quello appunto di essersi fatta riconoscere con quel ” Ve tajo li cojoni! ” rivolto al governo di Roma. Anche un bambino con qualche problema cognitivo avrebbe compreso che un simile atto, oltretutto ingiustificato visto che lo sgarro di bilancio del governo populista non è certo rivoluzionario ed è inferiore per consistenza alle elasticità chieste e parzialmente ottenute in passato, avrebbe messo in tensione i nervi scoperti anche altrove, visto che si propone non solo come incongruo diktat finanziario, ma per giunta anche come indebita vendetta politica.

Non solo questo evento ha creato sconcerto nel Parlamento di Strasburgo il quale però visto che è elettivo, ha solo potere consultivo e conta come il 2 di coppe quando briscola è a bastoni, ma sta smuovendo le cose dappertutto e  in particolare in Francia, dove è bene ricordarlo, la costituzione europea è stata sonoramente bocciata in un referendum: la questione italiana sta creando una nuova ondata di rigetto contro regole europee che non solo si sono rivelate del tutto arbitrarie, ma anche estremamente dannose. Scrive Marianne, un settimane di sinistra: “la Commissione europea, bloccata nella sua visione burocratico -punitiva del mondo, ha dimenticato ciò di cui doverebbe preoccuparsi in primo luogo: la legittimità e soprattutto l’utilità di queste regole”. Pur essendo critico sul bilancio del governo Conte, l’ebdomadario francese fa notare che l”ultimo decennio di declino del continente in tutti i settori, compreso quello delle tecnologie di punta, dovuto ai trattati e ai diktat, non consente alla commissione o a chi per lei di mettersi in cattedra. Poi c’è la posizione di Melenchon, leader di France insoumise e della sinistra di ispirazione trozkista che ha preso apertamente posizione in favore del governo italiano, nonostante l’ingombrante presenza di Salvini: “In questa faccenda, i  francesi hanno interesse a difendere la sovranità popolare. La mia conclusione è che bisogna uscire dai trattati”.

E’ un fatto che i Paesi del continente che sono fuori dalla moneta unica hanno realizzato a partire dal 2008 un aumento del Pil del 30% mentre i Paesi a moneta unica sono alMody-Flessibilità-fig-1 palo, come del resto è evidente dal diagramma a sinistra. Ma è la gran parte della cultura francese, dopo essersi scottata con  Macron, a sentirsi dalla parte dei ribelli, anche per l’evidenza dei fatti: Michel Houellebecq, forse il più contestato, ma anche il più noto scrittore francese a livello planetario, dice: “Sono  pronto a votare chiunque purché proponga l’uscita dall’Unione Europea e dalla Nato” per non parlare del celebre sociologo Emmanuel Todd il quale ribadisce ciò che da anni va dicendo ovvero che quando un governo e uno stato perdono il potere di creazione monetaria non possono fare più niente. E ci sarebbero da citare Regis Debray, compagno del Che in Bolivia, il filosofo Marchel Gauchet, Michel Onfray, l’economista Patrick Artus e tutta una serie pressoché interminabile di personaggi della cultura e della politica.

Tuttavia per comprendere meglio la questione bisogna spostarsi in Germania dove la leader della nuova sinistra radicale Aufstehen, Sarah Wagenchecht. ha detto: “La legge di bilancio è un diritto sovrano del Parlamento. Gli italiani non vogliono più essere governati da Bruxelles”, mentre la bestia nera di una certa sinistra salottiera e salmodiante, ovvero l’Afd, per bocca della sua segretaria Alice Waidel sembra essere perfettamente d’accordo con essa:  “Orrendo nuovo debito! I romani! Vogliono sfruttare la solidarierà europea o pretendono che la Bce annulli i prestiti. Ciò significa che sarà la Germania a pagare.”

Tutto questo al di là dell’occasionalità definisce perfettamente il confine tra il concetto di sovranità popolare e quello di egocentrismo nazionale che spesso vengono artatamente e subdolamente confusi in offa al globalismo e al cosmopolitismo più vacuo, ridefinendo in qualche modo sinistra e destra. Ma chiarisce anche il fatto che l’elite ordoliberale tedesca di cui l’Afd è filiazione diretta, ha concepito e determinato l’Europa che è nata dopo il crollo del muro, ovvero quella dell’euro, come uno spazio di egemonia economica, di classe e di nazione, per cui una volta finiti i vantaggi, e spogliata la vigna, non si vogliono nemmeno pagare i lavoranti ingaggiati con contratti truffaldini grazie ai vari caporali della politica sparsi sul territorio. Adesso che la festa è finita anche per la Germania tutte le parole d’ordine e le frasi fatte che hanno retto questo regime mentale emergono nella loro squallida realtà priva di false aureole. E dire che da noi c’è chi non vuole altro che “tajarsi li cojoni”. Un vero suicidio.


L’Italia Def iciente

iStock-ostacolo-elezioni-1030x615Molte volte, una marea di volte, ho cercato di dire come la strada del servaggio ai trattati europei con i suoi paesaggi politici economici e narrativi, ci stesse trascinando sulla strada della Grecia, un Paese distrutto sul quale tuttavia vi sono persino indegni necrofori che cianciano di resurrezione per strappare un obolo di credibilità verso le teorie più improbabili imposte nel continente e i contenuti reazionari a cui esse portano. Al vero fascismo che si serve persino degli appelli contro il fascismo com’è facile fare quando nella società liquida diventa tale  anche il cervello. Ma adesso ho raggiunto la convinzione che questo destino, sia non solo inevitabile, ma anche giusto perché con tutta l’astuzia e la furberia vantate come maggior patrimonio dell’Unesco nello Stivale, ci sono troppi furfanti e troppi creduloni, troppi grassatori di verità e troppi illusi in mala fede.

Forse il panorama completo lo si sta raggiungendo in questi giorni quando attorno al Def si è formata una sorta di ola di bugie che parte da Bruxelles, si trasmette sulle sponde dei grandi giornali e persino su quelle del senato, tutta tesa a denunciare presso i cittadini l’irresponsabilità del documento. Come al solito si tratta di un misto tra infingimenti e tetragona incompetenza che tuttavia gli italiani ingoiano come una pillola di saggezza. In realtà il Def un difetto enorme lo ha ed è quello di essere eccessivamente prudente rispetto a ciò  che ci si aspetterebbe e alle promesse fatte, anzi  molto più prudente e responsabile dei precedenti visto che sottostima il livello di crescita dovuto al deficit (ovvero all’ aumento della spesa) che era stato adottato dagli esecutivi  precedenti: se prendessimo ad esempio il Def del 2016 (qui) e i suoi criteri di calcolo vedremmo che non ci dovremmo attendere un Pil in crescita dello 0,6 per cento con un  deficit dell’1,2% come calcola il governo Conte, ma un aumento del prodotto nazionale del 2,1 per cento.  In altre parole mentre per il governo Renzi a ogni euro di deficit veniva contrapposto 1 euro di crescita in modo da far quadrare i conti con la Ue e da poter sollevare l’asticella delle illusioni, quello attuale ritiene che per ogni euro di deficit ci sia solo mezzo euro di crescita.

Naturalmente un calcolo realistico si può fare solo guardando i capitoli di spesa oltre a molti altri fattori, dunque in molti casi si può anche ritenere che un euro di spesa in più possa corrispondere anche a un euro e mezzo di crescita del Pil, ma diciamo che i calcoli del governo Conte sono ampiamente sbagliati per difetto e per eccessiva prudenza (addirittura inferiori a quelli dell’Fmi),  altro che irresponsabilità. Tuttavia al di là di questo c’è una coincidenza paradossale e inquietante: il rapporto un euro di spesa, mezzo euro in più di pil è il moltiplicatore adottato dalla troika per massacrare la Grecia, dunque la commissione Ue dovrebbe essere ben contenta di questo. Invece scalpita e fa scalpitare  i suoi impiegati di concetto e ufficiali di scrittura per dire che questo  Def  è pericoloso, nonostante che il deficit previsto sia largamente inferiore a quello già dichiarato dalla Francia per il 2019: è proprio che il governo populista viene visto come un costante pericolo in sé, per principio, qualunque cosa faccia, soprattutto dopo aver mandato a casa lo Tsipras locale, ovvero Renzi. Tuttavia non sembra che nel Paese esistano le sufficienti difese immunitarie per difendersi dai parassitismo informativo e dalle veline dell’agenzia Juncker, per far sì che nel discorso pubblico prevalgano argomenti reali e consistenti, non importa se pro o contro il governo, ma comunque non pappagallescamente assunti dalla più scialba propaganda Ue, dai banchieri tedeschi come dai gigolò neocoloniali francesi e diffusi dalla razza padrona locale che scalpita per riprendersi  tutta la torta.  Anche questa, anzi soprattutto questo è sovranità e quando manca non rimane che arrendersi al destino della Grecia.


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