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Cinque (stelle) più Trenta fa F 35

Elisabetta-Trenta-giuseppe-conteCome apparire in contrasto col passato e al tempo stesso fare esattamente le stesse cose dei predecessori, usando per giunta le stesse pietose bugie? La comunicazione può fare questo ed altro e così la neo ministra della difesa, tale Elisabetta Trenta, un prezioso reperto del caos americano  mediorientale, ha immediatamente moltiplicato le sue stelle, dalle 5 che dovrebbero essere quelle del movimento di riferimento a 50 che sono quelle del fruitore finale, strisce in omaggio. La ministra infatti dice ” Non compreremo altri F 35″ e noi siamo belli contenti per qualche secondo prima di apprendere che in realtà per “altri F 35” si intendono quelli eventuali oltre i ’90 già acquistati.

Quindi non cambia proprio nulla rispetto al passato e il giro di valzer viene giustificato col fatto che “rottamare l’ordine potrebbe costarci di più che mantenerlo”. Chissà perché trovo abbastanza sospetto l’uso del verbo rottamare di infausta memoria e poi, in mancanza di cifre, non credo affatto a questa ipotesi, peraltro non confermata dalla Corte dei Conti che al contrario della corte di Conte non aveva trovato traccia di penali nel contratto: infatti altri Paesi, tra l’altro non coinvolti nel finanziamento della progettazione di questa costosissima carretta dell’aria, hanno cancellato gli acquisti o li hanno dimezzati (Usa compresi) quando si sono accorti della mediocrità del prodotto e non credo che abbiano pagato penali vicine ai costi d’acquisto. Il fatto è che per giustificare questo voltafaccia rispetto a quanto detto da anni e cassato proprio all’ultimo momento dal programma ufficiale dei Cinque stelle, si ricorre non solo alla spada di Damocle delle penali, ma si fa ancora una volta strame della realtà e si citano in maniera che oserei dire truffaldina i supposti vantaggi in termini di tecnologia e ricerca, nonché ai posti di lavoro che andrebbero persi.

Ora è ben noto che la tecnologia di punta dell’F35 rimarrà una sorta di scatola nera per gli acquirenti di questi caccia al di fuori degli Usa e che Italia verrà assemblata solo una piccola parte delle sole ali del caccia, visto che il grosso è stato assegnato alla Turchia: quindi poca cosa e comunque molto meno di quando si sarebbe potuto ottenere scegliendo altre macchine. In compenso adesso si dice che a Cameri ci sarà uno dei cinque centri di riparazione mondiale degli F 35, ma si tratta di un contratto fra la Lokheed e l’Us Navy, quindi con tutti tecnici militari statunitensi e qualche fattorino italiano; tra l’altro si tratta solo dei primi 5 contratti di almeno una decina che si vanno mettendo a punto, ma pubblicizzato guarda caso proprio nel momento in cui il governo ha dovuto confermare l’acquisto dei caccia come contentino per la marea di italioti che se le bevono proprio tutte. Altri Paesi come la Norvegia che peraltro, al contrario dell’Italia, non è stata coinvolta nel finanziamento di questo progetto fallimentare, hanno minacciato di cancellare l’acquisto degli F 35 qualora se non fossero stati pienamente partecipi delle sue tecnologie. Ma si vede che la schiena dritta non è di questa Italia con il colpo della strega incorporato. Del resto basta andare indietro di 11 mesi per leggere sul blog delle stelle questo intervento di Alessandro Di Battista: “La Corte dei Conti ha certificato quel che il Movimento 5 Stelle dice da 4 anni. Ovvero che il programma F35  è un programma fallimentare. Io ne parlai in aula alla Camera nel 2013. In pratica i posti di lavoro creati da questo programma sono pochissimi e i costi sono raddoppiati. Chi ci ha fatto entrare in questo programma dovrebbe essere preso a calci in culo (ora perbenisti di sistema scandalizzatevi per il “culo”). È sempre la stessa storia. Ci fanno entrare in progetti fallimentari (Tav, Tap, guerra in Afghanistan, programma F35), poi ci dicono che si sono sbagliati ma è tardi per uscire perché i costi sarebbero esagerati. “

Difficile trovare parole più chiare per definire l’operato del ministro che tuttavia è dei Cinque Stelle. Frattanto si chiariscono sempre meglio i limiti di una macchina pensata molti anni fa e costosissima: non si tratta dei quasi 300 difetti tra veniali e mortali elencati un anno fa dal direttore dei test del Pentagono e che comprendono persino la scarsa visibilità che affligge i piloti, ma dei costi stratosferici della manutenzione, della inaffidabilità della macchina, del fatto che essa può essere facilmente avvistata dai radar (li hanno visti persino quelli della difesa siriana che non sono proprio al top) pur sacrificando molto dell’autonomia, della velocità, del carico bellico, della maneggevolezza e dell’affidabilità a questa supposta invisibilità. Le parole degli esperti dei marines, come dell’ Air force sono abbastanza chiari: l’f 35, una volta risolti i problemi che finora hanno costretto a smantellare i primi 200 esemplari prodotti per il costo proibitivo degli aggiornamenti , può avere un ruolo positivo purché sia scortato e agisca in concerto con i molto più efficaci caccia della generazione precedente; da solo è soltanto una preda ed è anche per questo che le commesse Usa si sono dimezzate. Peccato che noi prendiamo gli F 35, ma non abbiamo il resto, il che significa soltanto una cosa. che stiamo acquistando dei caccia mediocri al posto degli americani e perché siano utilizzati da loro che hanno i contesti di arma con i quali usarli. Però un  bel risultato lo abbiamo ottenuto: quello di trasformare Cameri e di conseguenza Novara in un obiettivo.

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La Redenzione degli strozzini

UsuraiOggi voglio portare all’attenzione dei miei 25 lettori un’ipotesi che avevo episodicamente già prefigurato un anno fa: che di fronte al sostanziale fallimento delle politiche neo liberiste e dei drammatici risvolti sociali che esse creano, si è cercato in vari modi di deviare l’attenzione verso i flussi migratori  visto che essi pongono enormi problemi di integrazione mai realmente affrontati né culturalmente, né economicamente, né civilmente. Si tratta di un gioco complesso che rischia di fare vittime illustri come ad esempio la signora Merkel, o l’armonia dell’Europa oligarchica attraversata da opposizioni che in Italia sono giunte al potere, ma per i potentati economici che gestiscono in definitiva il sistema e i governi che ne sono l’espressione per così dire amministrativa, può essere vitale in questo periodo di passaggio, cercare di spostare il fulcro dell’attenzione e dare qualche contentino psicologicamente più consistente rispetto ai numeri fasulli delle statistiche, mentre stringono il cappio sui ceti popolari.

Non bisogna guardare chissà dove per avere un’istantanea su questa ipotesi di lavoro che a prima vista può sembrare stravagante:  basta semplicemente guardare al nuovo governo italiano che mentre con Salvini crea la vicenda dell’Aquarius o spara sui Rom con cartucce a salve, con Conte e il suo ministro Tria prosegue l’opera di massacro iniziata nel decennio scorso con l’accettazione di tutte le condizioni imposte da Bruxelles e cercando di salvare le apparenze rinviando di un anno dal 2020 al 2021 il pareggio di bilancio, evitando l’aumento dell’Iva con la sottrazione però di 12 miliardi alla  sanità, alla scuola, ai trasporti, al welfare in generale, il che per i meno abbienti si tratta di un colpo ben più grave di qualche punto di Iva visto che da una parte comprano relativamente poco e dall’altra dovranno fare sempre più ricorso a strutture e servizi privati. Senza parlare dell’abbandono di ogni idea di riforma della legge Fornero che era stata uno dei cardini della campagna elettorale. Insomma non è cambiato proprio nulla rispetto al passato, la discontinuità nell’obbedienza assoluta all’Europa è svanita come una bolla di sapone, mentre l’uomo della strada ha invece l’impressione che l’alt all’immigrazione indiscriminata stia cambiando le carte in tavola e cammina più tranquillo verso la trappola finale.

La cosa curiosa è che è bastato il rifiuto italiano di far entrare in porto una singola nave con migranti a bordo per mettere in moto profondi cambiamenti di quel pasticciaccio brutto degli accordi di Dublino secondo cui l’immigrazione riguardava solo i Paesi che accolgono i flussi e che pareva scritto sulla pietra: d’accordo che questo atto di forza ha scatenato l’armageddon  dentro la Cdu tedesca e la Merkel è disposta a cedere su molte cose pur di non rischiare una crisi di governo a pochi mesi dalla sua faticosa costruzione. Ma non è stato un po’ troppo facile rimettere tutto in discussione rispetto all’impossibilità di cambiare qualcosa nelle ricette e nei diktat economici?

Non c’è stato invece alcun tentativo serio di creare una discontinuità sia pure in una prospettiva di medio termine rispetto alle politiche politiche di Bruxelles e siamo ancora se non di più a traino di un’Europa carolingia il cui scopo finale è quello di bersi l’Italia con la cannuccia dei trattati: eppure per lasciare il segno basterebbe semplicemente dire un no preventivo e assoluto a qualcosa che non ancora non c’è, ovvero al cosiddetto Fondo di Redenzione, un meccanismo infernale che mentre sembra essere di aiuto ai Paesi con il maggior debito pubblico, funziona invece come uno strozzino su grande scala. Infatti se sarà possibile conferire a questo fondo parte o tutto il debito eccedente il 60% del pil così da trasformare i titoli nazionali in europei a 20 – 25 anni, che forse potrebbero avere interessi minori, è anche vero che per ottenere questo supposto beneficio i Paesi aderenti dovranno conferire al nuovo fondo le loro riserve auree, interi asset produttivi nazionali (Enel, Eni, Finmeccanica, Poste con annessa cassa depositi e prestiti, tanto per fare qualche esempio) e una quota del gettito fiscale che sarà direttamente prelevato e controllato da Bruxelles. Vi lascio immaginare quale decrescita impetuosa e inarrestabile tutto questo potrebbe avere per il nostro Paese a parte la scomparsa pressoché totale di ogni possibilità di welfare con un bilancio dello stato saccheggiato dall’Europa. In queste condizioni non potrà più essere immaginata alcuna liberazione dalla moneta unica e probabilmente perderebbe di senso persino l’unità territoriale della Repubblica. Ma di tutto questo non ho sentito minimamente parlare da nessuno degli esponenti del governo cosiddetto populista che nelle intenzioni dovrebbe  rivalutare la sovranità del Paese: non vorrei che per l’ennesima volta si aspettasse il fatto compiuto per dire che non ci si può sottrarre.


Si Salvini chi può

194042401-311079af-953d-4d5c-b03d-b5064ac773f9Debbo confessare di rimanere sempre sorpreso dagli eventi italiani. Uno di questi è che un politico considerato da sempre di secondo piano come Salvini, che dalla fine del liceo non ha mai fatto né un giorno di lavoro né di studio e le cui idee, almeno quelle espresse pubblicamente, rasentano il confine del primitivismo, è diventato d’emblée una sorta di nuovo totem e tabù della politica. Sebbene l’informazione maistream  bastoni ogni giorno e ogni momento il governo populista, il masaniellismo interiore che è una delle anime del Paese non può fare a meno di costruire attorno a lui un’aura da icona negativa che in qualche modo legittima e assevera tutti i cattivi istinti.

Ciò accade per una serie di motivi tra i quali c’è il fatto che la Lega in quanto partito storico appare in qualche modo meno populista dei Cinque Stelle, comunque più controllabile da vicino e con un programma che tutto sommato fa molto meno paura alla razza padrona la quale anzi ha tutto da guadagnare da operazioni come quella della flat tax o dello sbrindellamento dello stato centrale che sono del resto tra gli obiettivi dell’oligarchia europea. Dunque il sovradimensionamento di Salvini rispetto ai Cinque stelle è in parte intenzionale, ma c’è anche da dire che il leader della Lega gioca con molta facilità per esempio sulla migrazione, grazie all’ipocrisia delle leadership europea e al progetto confuso, ambiguo e farisaico di accoglimento che esse perseguono sostanzialmente al fine di spezzare le reni ai salariati autoctoni e alle loro tutele. Il suo gioco è facile perché la sua base attiva è molto più caratterizzata ed è sostanzialmente  il popolo delle partite Iva e della microimpresa (dipendenti compresi) che in origine pensava di poter contare e guadagnare molto di più, di avere maggiore libertà dalle regole, con un federalismo egoista e oggi, trascinata verso il basso dalla crisi, pensa la stessa cosa dell’Europa, pur avendo introiettato i fondamentali del sistema neo liberista e ordoliberista che ne è alla base.  Insomma si tratta di uno zoccolo duro che ancora non ha compreso come proprio proprio questo modello di riferimento con le sue disuguaglianze di fondo tenda a decimare la classe media, a renderla sostanzialmente inutile e proletarizzabile.

Un ritorno a una maggiore autonomia e sovranità nazionale potrà rallentare questo processo, ma non invertire la rotta che è nella logica di un’economia di mercato priva di correttivi: senza cambiamenti radicali di visione sociale, la sempre maggiore concentrazione della ricchezza in pochissime mani continuerà ad andare avanti, ma questi saranno i temi e i problemi dei prossimi anni, per ora Salvini può cavalcare senza troppi ostacoli. Una cosa che invece non è possibile ai Cinque stelle i quali si trovano a dover fare i conti con un elettorato molto più articolato e che comprende praticamente la totalità dei ceti e una vastissima gamma di opinioni e di umori: il boom è venuto proponendo strumenti di sostegno al reddito che vanno a sostituire, soprattutto al Sud, un tipo di occupazione direttamente o indirettamente  dipendente dal settore pubblico che sta venendo meno a causa dei dogmi dell’austerità imposti da Bruxelles e investe inoltre tutto il settore della sottoccupazione cresciuto in maniera impressionante e drammatica negli ultimi anni.

Si tratta in qualche modo di un progetto antitetico sotto tutti i punti di vista, molto più complesso rispetto a quello di Salvini e potenzialmente molto più pericoloso per la razza padrona visto che chiama alla sbarra alcuni passi del breviario neoliberista. L’alleanza fra queste due forze è tuttavia possibile, anzi sotto certi aspetti necessaria, perché a questo punto qualunque passo in una direzione o nell’altra implica necessariamente un netto recupero di autonomia finanziaria rispetto ai diktat europei sia che si tratti di ridurre le tasse (si spera solo ai meno abbienti) o di tornare a redistribuire un po’ di reddito. Dunque il governo Conte può esistere solo nella misura in cui riuscirà a rendere più autonomo il Paese da  quei poteri globalizzanti, non elettivi oltreché reazionari che lo hanno nelle grinfie prima ancora di decidere cosa fare. Francamente non so dire se ce la farà anche se le recenti polemiche tedesche all’interno della Cdu – Csu rendono molto visibile il declino della Merkel e indeboliscono certe ferree modalità dell’Europa (per la verità più vicine a Salvini che non a Di Maio), se non tutto l’edificio che in fondo poggia sul pilastro tedesco, ma credo che la vera chance sia andare oltre il piccolo mondo europeo e cominciare davvero a collegarsi più strettamente al processo di nuova multi polarizzazione del mondo nel quale i singoli Paesi del continente possono sentirsi molto più a loro agio del corpaccione atono e farraginoso della Ue, le cui elites  sono del resto troppo legate agli Usa per apprezzare e permettere una qualche autonomia continentale. Vedremo se lo spettacolo che ci aspetta sarà una farsa o qualcosa di serio.


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