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Vedi Milano e poi muori

milanAnna Lombroso per il Simplicissimus

La Milano che prima era da bere, poi da mangiare, adesso è da vergognarsi.  Come al suono delle trombe dell’Apocalisse sanitaria sono cadute le mura della Capitale morale, mentre tace il rombo futurista del motore dello sviluppo nazionale.

Con ferocia voluttuosa i calabresi guidati dalla Santelli, i veneziani elettori di Brugnaro, i laziali sotto il magister elegantiarum delle mascherine, gli emiliani sollecitati dal loro presidente a prestarsi in qualità di festosi volontari per infoltire  la schiera di braccianti o di ronde, in modo da meritarsi reddito di cittadinanza e altre risorse parassitarie, possono prendersi il lusso a poco prezzo di criminalizzare lombardi e milanesi per la fiducia accordata ai loro rappresentanti, per aver subito l’onta delle morti dei loro cari lasciati soli, l’umiliazione di essere la popolazione più contagiata e contagiosa.

E dire che per capire che un giorno un qualche accadimento naturale o non, più dello straripamento annuale del Lambro o del Seveso più di licenziamenti a raffica, più di un terremoto, più di una nube tossica che avvelena l’aria, avrebbe avuto la funzione di rivelare cosa si nascondeva dietro a orgogliose rivendicazioni e narrazioni epiche, bastava poco.

Bastava poco per diagnosticare che i mali del “caso Lombardia” fanno parte di un contagio nazionale, che non si voleva e non si vuol vedere, per non dover prendere atto che dietro il festoso barzellettiere, il gioviale sciupafemmine a pagamento, il generoso mecenate che si pagava anche il rinfresco del G8 c’era il golpista, il colluso con le mafie, lo speculatore intento a trasferire la sua città ideale della corruzione e del malaffare, le Milano 2 e 3, perfino nel cratere di un sisma.

E mica è colpa dei soli milanesi o dei lombardi se parte delle morti in concorso col Covid sono da attribuire ai furti e agli espropri perpetrati ai danni della sanità pubblica, se poi il divino ladrone celeste pontifica su igiene, salute e profilassi sanitaria e sociale dalle colonne di un autorevole quotidiano nazionale.

O se tuttora il vertice, le teste insomma, del governo regionale che meriterebbero la ghigliottina, perseverano nell’infamia idiota e diabolica, reclamando che si incrementi la loro indipendenza, alla luce delle performance ottenute in cima alla graduatoria di assassinii,  e restano al loro posto pur suscitando la collera della plebaglia, che però è la stessa che riserva un  consenso ammirato per la figura iconica di altro bramino del secessionismo regionale che pretende di  esercitare la dovuta superiore autonomia in materia sanitaria, per via di una statistica meno ferale, e in quella dell’occupazione e della scuola, per fare un severo collocamento di immigrati e percettori di mance e redditi improduttivi nell’ambito del cottimo di stato.

C’è un proverbio che la dice tutta sul disincanto tossico dei romani: er più pulito c’ha la rogna. Ma pare possa funzionare egregiamente a tutte le latitudini, se il Pisapia che viene a cadenza regolare tirato fuori dalla naftalina in qualità di leader di un rinascente progressismo, è stato artefice del processo di svuotamento del centro di Milano dai residenti, proprio come un Brugnaro o un Nardella qualsiasi, per consegnarlo a multinazionali della speculazione, al terziario del lusso, alle finanziarie e alle banche che hanno bisogno di sfolgoranti vetrine per esibire al loro avida smania di accumulazione, agli emiri del Qatar intenti a fare shopping di terreni e di club sportivi a Milano come in Sardegna.

Si adatta a tutto lo stivale se  tutta la stampa nazionale ha partecipato alla narrazione della nuova Grande Milano guidata con destrezza dall’ex commissario di un epico fallimento, segnato da infiltrazioni mafiose sulle quali l’autorità anticorruzione ha dovuto chiudere un occhio anzi due, in nome dell’ineluttabile e incontrastabile “interesse generale”, da un primo cittadino che accoglie il collega disobbediente di Riace come un eroe e permette in contemporanea i repulisti repressivi di immigrati, da un sindaco che sta realizzando le più famigerate espropriazioni di beni comuni per cederli a società immobiliari e costruttori posseduti dal demone dei faraoni, che sognano di lasciare un’impronta indelebile sotto forma di grattacieli che non vogliono più a Dubai, frutti delle visioni tossiche di archistar  la cui reputazione crolla alla prova di un’ovovia o di un colpo di vento.

Sicchè la bulimia costruttiva fa il paio con il gigantismo megalomane di chi concede il passaggio attraverso Venezia delle Grandi Navi da crociera, oggi rimpiante e richieste a gran voce per contribuire alla ricostruzione dopo la guerra al virus,  o con la compulsiva volontà di riaprire i cantieri delle opere infrastrutturali, da anni rivelatesi come formidabili macchine mangiasoldi pubblici per appagare gli appetiti delle solite cordate, o con i propositi del Ministro Franceschini per il rilancio turistico del Paese, grazie alla sua immaginifica visionarietà, la stessa di Farinetti e di Renzi, fare del Sud la Sharm el Scheik d’Italia, della Sicilia un immenso campo da golf, degli Uffizi un juke box, di Venezia un museo a cielo aperto.

Vi avevano detto di stare tranquilli, che niente sarà come prima.

E per una volta mantengono la parola, tutto sarà peggio di  prima se la cifra antropologica degli italiani pare non sia l’arroganza meneghina, la spocchia veneziana, l’indolenza napoletana, la spilorceria genovese, l’ostentazione palermitana,  ma invece un’arrendevolezza brontolona ma docile, la licenza e la piccola trasgressione del così fan tutti al posto della ribellione.

E succede perfino quando tra Franza e Spagna non si magnerà più in un Paese sull’orlo del fallimento, nel quale centinaia di migliaia di persone si affacciano cautamente di casa, con la fierezza del loro finalmente riconosciuto senso di responsabilità, che nasconde la paura di misurarsi col disastro legittimato dalla minaccia apocalittica, con il tentativo di rimuovere o almeno rinviare la catastrofe, pagando pegno per il loro sabbatico con  proibizioni, quarantene, forme di controllo sociale  tecnologiche, bastonate,  controlli perfino con droni e elicotteri, divieti di spostamento, sanzioni  presto comminate dalle ronde che fino a ieri erano l’inaccettabile format ideale poliziesco salviniano, ora irrinunciabile sistema di necessaria vigilanza e contenimento delle disobbedienze oltre che immaginifico bacino occupazionale insieme agli steward sulle spiagge, o ai braccianti al tempo delle ciliegie.

Il poco che ci hanno fatto sapere, fatto di avvertimenti trasversali e minacce, di come immaginano il nostro futuro prossimo dall’Alpi alle Madonie parla di una condanna alla servitù, nel migliore dei casi, quella già ampiamente avviata nella normalità malata di prima della malattia, subendo i ricatti padronali, le ipotesi non remote per i più fortunati di riduzioni del salario a  fronte di aumento dell’orario di lavoro, il caporalato tramite smart working, con l’assillo di dover rendere i prestiti benevolmente concessi, quelli personali erogati da quelle banche oggetto di salvataggi dagli effetti del loro avventurismo finanziario effettuati a nostre spese,  e quelli dovuti all’Ue,  sotto l’intimidazione di nuove e sempre più severe privazioni in qualità di pena meritata per aver dissipato, goduto, consumato in merci e libertà.

E dire che per anni i risparmi dei cittadini, i fondamenti sani del Paese, hanno costituito un orgoglio oltre che la fonte cui attingere al bisogno, e si sa che il bisogno si presentava sempre più frequentemente per ovviare alla distruzione dello stato sociale, a quella del lavoro, della scuola pubblica. Da oggi risparmiare è un lusso come succede durante le carestie, se chi tiene la cassa comune non ha fatto come gli antichi, che riponevano le scorte nei granai. Ed è ancora di più un privilegio curarsi, nutrirsi, istruirsi, viaggiare, studiare, scaldarsi o rinfrescarsi, e poi amarsi, convivere sotto un tetto dignitoso, andare al mare, visitare un museo.

Non sarà stato un complotto di un impero del male quello che ha liberato e fatto circolare il virus, ma dovremmo trovare una parola adatta per definire questa prova generale, che sembra non finire, di repressione delle aspettative in cambio della sopravvivenza, della libertà di decidere di sé in cambio della “salute”, secondo criteri intesi a imporre una autorità morale abilitata a decidere che cosa è il meglio per noi, alcuni di serie A protetti dentro le mura di casa, altrui di serie B incaricati di garantirci i beni e i servizi elementari, come esige lo stesso sistema che vuol farci pagare i danni che ha prodotto, secondo la regola aurea che socializza le perdite e privatizza i profitti.

Forse è ormai troppo tardi per conservarci il diritto di resistere all’ingiusto e di disobbedire all’illegittimo, la malattia ci ha contagiati molto prima del virus.

 

 

 


Aria nuova nel Pd, centra pure Formigoni

Roberto-Formigoni_620x410Formigoni si aggira nella fiera di Rimini come un leone in gabbia: tenuto lontano dal palco a causa dei guai giudiziari così fastidiosi per il perbenismo amorale che vi si pratica, è però ben presente più che in spirito nella carne e nelle ossa di quel potere e quegli appalti che tengono in piedi Cl e la relativa Compagnia delle opere. Assiste con l’orgoglio ferito di un capo bastone al tentativo di Letta di intestare Comunione e Liberazione al proprio partito che si chiama Pd, ma non è quello votato dagli  elettori.

Però è così irritato da questo tentativo di scippo in corpore vili che non resiste  a lanciare un monito e una provocazione: quella di buttare il peso di Cl, almeno quella parte ancora in qualche modo sotto il suo controllo, nelle primarie dei democratici che dovranno decidere tra Letta e Renzi. Rivendica la sua appartenenza al berlusconismo, ma per carità senza chiusure e non ha tutti i torti vista la consistenza dei personaggi in contesa e loro vicinanza sia alla destra che al Vaticano: in fondo è assai più naturale che la scelta venga fatta da  forzaitalioti, pidiellini o come diavolo si chiameranno tra un po’, piuttosto che da gente del cosiddetto centro sinistra. Comunque sia, è chiaro che Letta è avvisato se non ancora mezzo salvato: lasci a Formigoni lo spazio che gli compete e le vacanze che si merita.

Certo ci voleva della fantasia per pensare che il Celeste sarebbe divenuto uno dei possibili arbitri della battaglia nel Pd, molto, ma molto di più di quanto già non sia accaduto nel 2009 quando pattuglie di Cl appoggiarono Bersani. Allora però questo ruolo rimase sottotraccia, anzi clandestino, adesso invece l’eventuale apporto della destra catto vaticana che da sempre è stata accanto a Berlusconi, anzi lo ha quasi preceduto, diventa palese, entra nei giochi, risulta parte della contesa a suon di primarie e di appalti a dimostrazione di una consociazione ormai pienamente avvenuta. Comunione di certo. Alla liberazione dovremmo pesarci noi.

 


Dalla Lo ‘nbardia all’impegno

Come la Polverini anche Formigoni dice che sarà lui a fare pulizia in Lo ‘nbardia mentre il povero Alfano ricuce il patto di potere con la Lega dei corrotti e fa sentire il suo sdegno per il commissariamento di Reggio Calabria infiltrata dai poteri criminali. Se poi ci aggiungiamo che lo stesso consiglio regionale lombardo è di fatto illegale a causa delle firme false della lista Formigoni, possiamo misurare le dimensioni della cloaca che si spalanca con i suoi fetori.

E tuttavia di fronte a questo ribollire di acque putride non sentiamo nemmeno un centesimo dei vibranti e sdegnati appelli istituzionali e costituzionali che abbiamo ascoltato quando si trattava di difendere inesistenti prerogative per evitare “informative”, né abbiamo avuto il privilegio di udire  dalla viva voce di Hal 9000, alias Monti o dalle sue periferiche, alias ministri, nemmeno una parola in merito, come se il governo esistesse solo come ufficio contabile addetto alle macellerie sociali. Eppure la cosa li riguarderebbe da vicino, visto che proprio la corruzione  è la principale fonte di accumulo di debito pubblico, qualcosa che coniuga lo spreco, l’evasione e la cattiva politica che cresce su questo terreno di coltura e lo alimenta.

L’ unione europea calcola che il costo della corruzione in tutto il continente sia di 120 miliardi l’anno di cui la metà, 60 miliardi sono secondo la Corte dei Conti concentrati in Italia. Insomma non si tratta affatto di un problema aggiuntivo a quello del debito pubblico, ma il problema. Quello che poi a sua volta genera le varie inefficienze del Paese, la scarsa produttività, la mancanza di investimenti sia interni che esteri. Così quando Hal 9000, nella sua forma di notebook con programmi finanziari, va in giro a chiedere ai vari amici di questo o quel club di investire in Italia, è solo patetico. E mi chiedo se pensi davvero che aver bastonato i pensionati, aver creato il problema degli esodati, aggredito i diritti del lavoro e iniziato lo smantellamento del welfare  renda l’Italia più attraente di prima. Se essersi impegnato in una riduzione onerosa al limite del fallimento del debito pubblico, senza aggredirne le cause, ci renda più credibili. No, ci rende solo più poveri, sempre di più: la Grecia insegna.

Così le vicende di Formigoni che ancora sculetta su You tube in quelle deliranti auto promozioni che figurerebbero meglio su un sito di incontri, potrebbero almeno servire a capire che il problema italiano è tutto politico, che la “tecnica” serve solo a nascondere il tentativo di una classe dirigente mediocre di conservare il potere, usando vecchi e nuovi marpioni per il solito gioco. Senza un nuovo e rinnovato patto sociale, capace di operare anche a livello europeo non andremo da nessuna parte se non a remengo, in balia di tecnici che esprimono con evidenza i deleteri criteri selettivi della società italiana. E se i partiti si sono squagliati e si affidano a una tecnica che è poi solo la politica della finanza, l’unica strada è quella di darli per persi, di rimboccarsi le maniche (honny soit qui mal y pense) per farne sorgere di nuovi. Parlo della sinistra, visto che la destra è già abbondantemente coperta dalle politiche europee, dall’agenda Monti e dai personaggi variamente foraggiati dai vecchi poteri per cambiare la faccia, il pelo ma non i vizi.

Occorre passare dall’indignazione all’impegno, altrimenti dovremo accorgerci a nostre spese  che lo scandalo maggiore di questo Paese  è lo scandalo dell’inazione.


I crocefissi dei ladroni lombardi

Il pio vacanziere

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Una Regione poco incline alla rendicontazione e all’esibizione di ricevute e che vanta una tradizione in materia di gaudente dissipazione, ci fa sapere, con tanto di ricevute, di aver effettuato una spesa oculata e sobria, per adempiere a una legge e ad un obbligo morale, fronte anche questo che suona inusuale per via dei molti e accertati vizi pubblici, contrastanti con le molte ostentazioni di virtù private, ed anche per un certo istinto alla disinvolta elusione delle regole, oltre che del buon gusto.
Invece sono costati solo 272 euro su un budget di 2.500 euro i crocifissi acquistati dal Consiglio regionale lombardo. Per ora nelle stanze del Pirellone ne sono stati appesi otto: uno nell’Aula in cui si riunisce proprio il Consiglio regionale, 4 nelle sale delle Commissioni, uno in quella in cui si riunisce l’Ufficio di presidenza e due, i più immediatamente riconoscibili, agli ingressi principali del palazzo: su via Fabio Filzi, da dove entrano dipendenti e pubblico, e su piazza Duca D’Aosta, ingresso di rappresentanza.
La trasformazione delle aule dell’amministrazione regionale in sepolcri imbiancati, forse preferendo il giudizio divino a quello della giustizia degli uomini, si deve ad una legge approvata a novembre da Lega e Pdl.

Sarà che la recessione economica provoca anche una regressione delle libertà, ma già mi immagino che questo gesto, poco simbolico e molto provocatorio, susciterà trascurabile sdegno e significativo “benaltrismo”, per ricorrere a un neologismo in voga: c’è ben altro cui pensare di questi tempi, siamo alla fame, siamo sul baratro, siamo oltraggiato ogni giorno dalla cattiva politica e tu ti vai a occupare di un simbolo religioso appeso in un ente pubblico.
È che anche questo schiaffo alla laicità necessaria alla democrazia, è compiutamente coerente con l’imposizione autoritaria di quella “cattiva politica” e della sua ideologia, che attribuisce priorità alle convinzioni del più forte, siano dettate dall’appartenenza religiosa o dall’abbraccio infame di pregiudizi razzisti e xenofobi, che “privatizza” il pensiero comune, confermando l’egemonia unica e indiscutibile di una confessione o di una opinione sulle altre e che vuole limitare ogni libertà e ogni diritto che possa affrancare dalla desiderabile condizione di servitù che ci vogliono imporre.

E dire che per una volta non è l’Europa che ce lo chiede, quella Europa che si è espressa senza lasciare dubbi a proposito della esposizione del crocifisso nelle scuole. La fondamentale decisione della Corte europea dei diritti dell´uomo di Strasburgo, ha ritenuto quella esposizione in contrasto con quanto disposto dalla Convenzione europea dei diritti dell´uomo. La sentenza aveva sottolineato come la scuola sia un luogo dove convivono presenze diverse, caratterizzate da molteplici credenze religiose o dal non professare alcuna religione. E raccomandava di evitare che la presenza di un “segno esteriore forte” della religione cattolica, quale certamente è il crocifisso, “potesse essere perturbante dal punto di vista emozionale per gli studenti di altre religioni o che non ne professano alcuna”. Dando così una opportuna scossa ai letargici devoti, onorevoli Peppone intenti a compiacere esuberanti don Camillo più che riflessivi Don Milani, convinto invece che il crocifisso in classe e negli uffici, appeso di fianco al Presidente, fosse qualcosa da “eliminare …cattolicissimamente”. Laicamente schierato e responsabile dunque, a differenza dell’attuale Presidente che, a sostegno della burbanzosa richiesta di Giovanni Paolo II ebbe a dire: “il crocifisso non rappresenta una confessione religiosa, identifica piuttosto una tradizione nazionale come la nostra che è cristiana”. Insistendo che la sua era una posizione laica: “va esposto come simbolo della nazione, accanto al ritratto del presidente della Repubblica, simbolo dello Stato”.
Che disastro tutti questi strenui difensori dei simboli poco combattivi nella difesa dei principi, dei capisaldi e degli istituti: Stato, Costituzione, diritti. La sentenza di allora venne condannata come un gesto suscettibile di aprire un insanabile conflitto, “sintomo di una dittatura del relativismo”, “un colpo mortale all´Europa dei valori e dei diritti”. Si parlò allora di una “corte europea ideologizzata”, trasferendo in Europa lo stereotipo devastante dei giudici “rossi”.

C’è da temere che gli anni siano passati invano: è probabile che la provocazione lombarda venga accolta con generale indifferenza, con l’accidioso disinteresse che si riserva a quella che si vorrebbe retrocedere a battaglia di retroguardia.
Come se la laicità fosse un optional, concesso solo in tempi di vacche grasse, da delegare a qualche folcloristico e antistorico anticlericale. Mentre dovrebbe essere la irrinunciabile premessa per una società più ricca, in cui si rafforzano le condizioni della convivenza tra diversi, dove acquista pienezza quel diritto alla responsabilità e al libero arbitrio che i cattolici rivendicano, ma che deve valere per tutti. E che dovrebbe essere vista soprattutto dalla comunità cattolica come un affrancamento da argomentazioni strumentali che, pur di salvare quella presenza sui muri, riducono il simbolo drammatico della morte di Cristo a una icona culturale, quando non ad una mediocre concessione compromissoria a chi usa a scopo elettoralistici le radici cristiane.

Il nostro è proprio uno di quei passaggi d’epoca in cui le identità sfidate tendono a reagire chiudendosi in se stesse, divenendo più aggressive: locale contro globale, tradizione contro cambiamento, radici contro trasformazione, unicità contro diversità. E il nostro mondo è percorso da conflitti identitari, da sanguinose rivendicazioni di radici, dalla contrapposizione, artatamente alimentata, tra generazioni, affini, creando inimicizie e rancore, dando l’illusione che più alte sono le mura maggiore è la protezione.
La discussione sulle radici cristiane dell’Europa andrebbe riportata nei limiti ragionevoli e indeterminati della metafora botanica e i fan della globalizzazione ricondotti a una visione più “moderna” proprio come si addice loro: quella – peraltro evangelica – di una umanità unica, della quale fanno parte religione e irreligione, nella quale la sfida è quella di un’etica universale, fondata su pilastri riconoscibili, solidarietà, uguaglianza, libertà, e di una spiritualità che sappia esprimersi senza religioni, senza chiese, senza simboli obbligatori.


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