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Colao di cemento

plis Anna Lombroso per il Simplicissimus

Si sono incontrati per caso in un localino dove si favoleggia che Allen vada a suonare il clarinetto, hanno bighellonato un po’, ma piove a dirotto così si sono baciati sotto il tendone dell’Hotel Algonquin davanti al portiere gallonato e hanno capito che non possono lasciarsi più. È quello il momento in cui lui pronuncia la fatidica frase di ogni copione d’amore: da te o da me?

E a questo punto del film ve li immaginate mentre corrono per mano diretti nell’attico di Manhattan degli avvocati di Suits, oppure in uno quei loft dei creativi di Bushwick, o nel duplex di qualche emula delle eroine di Sex and the city, pieno di libri, souvenir etnici e scarpe di Manolo Blahink in mostra come quelle di Tristan Tzara.

Macchè. La crisi abitativa nella Grande Mela dominata dalla finanza che ha assunto le proporzioni di una emergenza umanitaria per milioni di sfrattati convertiti in senzatetto (a due anni dalla crisi del 2008 erano oltre 9 milioni), ma ha colpito anche il ceto medio, i professionisti, i Gekko’s boys.

Chiamano studio le stanze diventate case in palazzoni frazionati e fatiscenti, con i magazzini convertiti in dimore grazie allo stile gritty, si lavano i panni in lavanderie e gettone non per fare incontri, ma perché non c’è lo spazio per gli elettrodomestici, e tutti sono costretti a una vita di relazioni coatta dentro casa e all’esterno, dividendo l’appartamento con altri, frequentando bar, locali, spazi pubblici fuori dalle abitazioni anguste e consegnandosi allo sfruttamento delle piattaforma, quello di Airbnb con il suo turismo di transito che ha contribuito largamente alla trasformazione della città in merce.

L’animale metropolitano che aveva scelto di andare  nei quartieri residenziali immersi nel verde dei suburbs, sono tornati per il costo della benzina, gli orari di lavoro schiavistici per raccogliere al sfida della competitività, l’impossibilità di far fronte ai mutui delle villette acquistate durante le bolle immobiliari. E la speculazione sceglie il modello caduto in disuso nel Terzo Mondo esterno, proponendo grattacieli – proprio come a Milano:  nel solo 2019 sei mega-torri si sono aggiunte alle quattro che avevano cambiato lo skyline della città. E si deve al premio Nobel per la pace l’uso del piccone demolitore che ha abbattuto enormi edifici popolari degradati sostituiti da costruzioni nuove nelle quali ha trovato alloggio meno del 10% dei precedenti inquilini.

Il sogno americano si è infranto nelle città, e dire che la proprietà della casa era uno dei pilastri della “cittadinanza”  e lo sapeva bene Roosevelt che quattro anni dopo quella che continuiamo a chiamare ostinatamente la Grande crisi, anche quella cominciata con l’esplosione della bolla immobiliare, ebbe la determinazione di avviare  un programma  grazie a tre leggi,   per lo stanziamento di fondi per l’edilizia e aiuti per l’acquisto della casa pari a quasi 1000 miliardi di oggi, più meno quello che nell’altra Grande Crisi del 2008  è servito per il salvataggio della maggiori banche.

Il fatto è che come ha detto qualcuno lo stile di vita americano è una peste che contagia e colonizza anche l’immaginario, che le  sue bolle immobiliari sono arrivate prima del virus, che il sogno ha rivelato il carattere di un incubo: negli Usa sono oltre 40 milioni gli indigenti, con il tasso di povertà più alto tra i Paesi Ocse, adesso staremo a vedere come il modello di “sviluppo” del nostro irrinunciabile alleato in ogni guerra, combinato con il Covid 19 inciderà su quel diritto inalienabile che è il “tetto”, l’abitare in sicurezza e con dignità.

Intanto sappiamo già che l’atteso Piano Colao, una sorta di cronoprogramma da qui al 2022 che lo stesso Colao ha avuto modo di costruire lavorando alacremente anche con i tecnici del Mef, di palazzo Chigi e dello Sviluppo Economico, così recitano i quotidiani, ha l’ambizione  di “trasformare i costi della crisi in opportunità e quindi in investimenti per modernizzare il Paese e renderlo più efficiente”.

Sarà per quello che lo sforzo creativo ha da subito eliminato le voci scuola, fisco, sanità, servizi dalla mission della task force,  concentrandosi sugli investimenti in infrastrutture materiali e digitali, ovvero banda larga, con un occhio di riguardo per le donne “penalizzate  dal lockdown” che potranno beneficiare di un prolungamento vantaggioso del precariato da casa, ma anche ponte sullo Stretto, riforma della Pa per renderla più agile, digitalizzazione diffusa che potrà contribuire al consolidamento dello stormworking, motore di licenziamenti, contratti anomali, part time, isolamento e di conseguenza cancellazione preventiva di ogni forma di resistenza collettiva allo sfruttamento.

Se qualcuno ha avuto paura che Pappalardo e Salvini e la Meloni minacciassero la democrazia, vuol proprio dire che sta sottovalutando la potenza golpista di Confindustria, dell’Ance, dell’impotenza e incapacità dei comuni che da anni usano gli oneri di urbanizzazione per coprire i deficit di bilancio invece di dare un tetto, del “costruttivismo” governativo che affida al Piano Choc la rinascita tramite cemento e grandi opere, se qualcuno si è illuso che dopo la catastrofe sociale cominciata prima e poi rivelata dal Virus, si cambiasse il format per la spesa pubblica, adesso dovrà svegliarsi con le trombe dell’apocalisse dei salvati.

Quelli che non hanno lavorato in qualità di eroi al servizio dei resistenti sul sofà, molti di quelli che hanno sopportato il domicilio coatto stipati in case piccole, senza internet e dunque rei di togliere ai figli il diritto all’istruzione, quelli che ancora in attesa della cassa integrazione e che tra poco dovranno far fronte ai fitti rinviati, ai mutui generosamente sospesi, alle bollette di Acea che presto si faranno  minacciose, non avranno il loro new deal.

Ci hanno già fatto capire che se ricostruzione deve essere ricostruzione sarà, in modo da investire in nuove edificazioni, invece di utilizzare i milioni di vani disabitati e fatiscenti prima di essere completati, quelli che ci sono, inutili, dietro le tetre teatrali sulla Cristoforo Colombo, al Giambellino, a Porta Nuova, in modo da appagare la bulimia di mattoni di un mondo di impresa che  sa fare affari solo con l’aiuto dello stato, a spese e contro gli interessi dei suoi cittadini, tirando su palazzoni, ponti, barriere mobili, corsie e viadotti dove nessuno andrà o passera chiuso nella sua personale galera di debiti, umiliazioni, ricatti.

I nuovi apostoli della decrescita dopo il Covid19, in preda a un lirismo arcadico posseduti dal quale ci narrano della bellezza dei piccoli borghi, del ritorno alle radici contadine raccomandiamo un gira di “istruzione” nel cratere del sisma, a chi vuole dimostrarci che è il sistema finanziario e bancario il soggetto ideale per la gestione della spesa pubblica, compresa quella “sociale” ricordiamo che già oggi i comuni sono governati della banche, che esigono, come nella Capitale, di rientrare della loro incauta esposizione: Unicredit deve rifarsi del finanziamento verso il gruppo proponente dello Stadio della Roma (180 milioni) e dell’ex Fiera di Roma (altri 180 milioni), a Milano bisogna rimettere in moto le trasformazioni e le “valorizzazione” a beneficio dei fondi degli emirati.

E finisce che è così che si decidono le priorità da imporre ai cittadini e le politiche urbanistiche “liberalizzate” per appagare gli appetiti viraci della finanzia immobiliare, dei players del commercio e del turismo diventato la principale industria pesante delle città d’arte.

Pare che non riusciremo nemmeno a realizzare la distopia del Terzo Reich che nel processo di germanizzazione del mondo assegnava all’Italia la funzione di relais diffuso, di parco per i divertimenti culturali dei tedeschi ricchi, tale è la rovina dei luogi e quella morale nella quale ci hanno confinati.

 

 


Caramelle di cemento

cittaAnna Lombroso per il Simplicissimus

Forse dopo aver lavato i panni in Arno avrebbe voluto chiamarlo Rinascimento Urbano il suo piano  per far rinascere i quartieri delle nostre città. Invece si è accontentata, più modestamente di Renzi o del suo norcino reale Farinetti che volevano ripristinare i fasti medicei anche in salumeria,  di Rinascita Urbana, e speriamo non faccia la fine del glorioso periodico comunista.

Porta questo titolo il programma dotato dello stanziamento di un miliardo annunciato appunto dalla Ministra delle Infrastrutture e dei Trasporti Paola De Micheli che si propone di  “migliorare la qualità dell’abitare, attraverso diverse azioni, come la rigenerazione degli edifici, il sostegno alle famiglie in affitto, i cantieri nei piccoli comuni”.

Lo so già, mi direte che non mi va mai bene niente, quando ricordo come una populista qualunque che un miliardo è una cifra ridicola rispetto agli 8,6 che servono per la tratta principale della   ferrovia Torino-Lione, o rispetto ai  27,8 miliardi di dollari (1,3% del PIL) di spese militari, o ai 5,5 miliardi di euro del Mose. Lo so già, mi direte che sono avvelenata contro i Salvini in doppiopetto e tailleur di questo governo che con toni meno accesi e maniere apparentemente meno cruente sviluppano l’ideologia dello sfruttamento e della speculazione.

E’ proprio vero, avete ragione quelli come me si sentono sempre in trincea se nulla cambia nemmeno la superficie o gli slogan e le parole d’ordine ispirate dall’istigazione ad accontentarsi di briciole, di distrazioni tramite giochi e passatempi costosi: il nuovo stadio di Milano è un’operazione immobiliare da 1,2 miliardi di euro, le Olimpiadi del 2026 a guardare quelle di Torino che hanno prodotto un indebitamento mostruoso della città produrranno una voragine certa, di promesse e doveri, prima di tutto quelli che ci impegnano a completare a nostro carico nefandezze già avviate, per salvare con la reputazione i profitti degli imbroglioni delle cordate imprenditoriali e politiche bipartisan.

Immaginate se si può credere al miliardo sventolato dalla Signora Bonaventura per sanare il paradosso italiano per il quale  da oltre mezzo secolo si costruiscono troppe case e non ce ne sono mai abbastanza per chi ne ha bisogno. Se si può credere al suo “programma pluriennale innovativo per la riqualificazione e l’incremento dell’edilizia residenziale pubblica e sociale e per la rigenerazione urbana”, pensato “per far rinascere interi quartieri nelle città medie e grandi”, se chiama in campo le regioni come soggetti co-finanziatori insieme all’apporto  di  risorse private, come quelle di Cassa depositi e prestiti e i fondi privati che si occupano dell’abitare.

Figuratevi se possiamo fidarci di quei partner occasionali e delle loro referenze: le regioni appunto, che grazie al susseguirsi di misure governative speciali con Berlusconi, Letta, Renzi e al di là delle forzature operate con la legge Polverini nel Lazio (sottoposta una un lifting trascurabile e beffardo da Zingaretti) o Cappellacci in Sardegna, operative anche dopo la loro gestione, in Veneto e Lombardia, in testa alla graduatoria del consumo di suolo, sono autorizzate a dettare norme autonome sugli spazi da destinare agli insediamenti residenziali, a quelli produttivi, a quelli riservati alle attività collettive, al verde e ai parcheggi,  cancellando gli standard urbanistici ed edilizi, cioè tutte le prescrizioni riguardanti i rapporti tra spazi pubblici e spazi privati, tra volumi edilizi e spazi aperti.

Pensate proprio che  si impegneranno per il volonteroso recupero e risanamento del patrimonio  pubblico e privato? quando occasione è buona per aumentare la massa di volume edilizio commerciabile, quando vengono concesse a prezzo  stracciato aree a immobiliaristi e costruttori, per costruire un impianto sportivo (come sta succedendo a Roma, a Milano e a Firenze) cambiandone per un maligno incantesimo la destinazione d’uso  trasformandole in terreni edificabili e permettendo ai promotori  un indice di edificazione doppio di quello di qualsiasi cittadino.

O quando per il perseguimento di standard qualitativi architettonici, energetici, tecnologici e di sicurezza sono consentiti interventi in deroga alle previsioni dei regolamenti comunali e degli strumenti urbanistici e territoriali, comunali, provinciali e regionali, ivi compresi i piani ambientali dei parchi regionali, permettendo in nome del contrasto al consumo di suolo la realizzazione di quei grattacieli che ormai sono sorpassati a Dubai ma piacciono al terzomondo interno arraffone e arruffone dei sindaci di Venezia e Milano, o l’edificazione di falansteri abbandonati prima di essere finiti sulla Cristoforo Colombo e in altre zone dell’hinterland romano, o la realizzazione di quartieri dormitorio “a 20 minuti da Piazza San Pietro”, sprovvisti di infrastrutture e servizi, dove confinare sempre più vaste a varie tipologie di cittadini di serie b, per lasciare il centro storico alla speculazione dei ricchi e spietati, favorendo  quel processo di sostituzione feroce che si chiama gentrificazione e che viene promosso con il vuoto normativo, l’urbanistica ridotta a pratica negoziale tra comuni e privati, l’allargamento della maglie per agevolare le operazioni opache dei grandi immobiliaristi che svuotano gli stabili per offrirli a nuovi residenti Vip.

O quando in nessuna città d’arte, ma anche in centri grandi e piccoli, non si è mai provveduto a un censimento efficiente ed efficace dell’edificato storico, a quello del patrimonio abitativo pubblico e della natura, censo e qualità degli “affittuari” ( resta nella memoria il messaggio forte dell’onesto Marino, che poi si limitò a istituire una commissione di studi)alla composizione della cerchia degli inquilini Ater, catalogabili nella categoria furbetti del quartiere.

Oppure dovremmo affidarci ai fondi, quelli delle bolle di mattone,  segnate dall’intreccio tossico  fra rendita, speculazione immobiliare, finanza, pubblica amministrazione e  governi locali  che per fare cassa hanno infatti inventato la “zecca immobiliare” continuando a concedere sempre più estesi diritti edificatori e consumando con voracità risorse territoriali preziose, quella che sta alla base della bassa qualità delle nostre città, della loro perdita di vivibilità, del  paradosso della povertà nell’abbondanza, con i grattacieli in costruzione e i senza tetto nelle favelas, con le vertiginose quote  di invenduto/sfitto ormai patologiche, con gli abitanti espulsi dai centri storici per far posto a avventizi di lusso, a hotel, uffici finanziari, grandi firme uguali a Milano come a Riyad grazie agli stessi opulenti padroni e investitori.

Eh si, proprio non ci credo alle promesse della fatina della calce, che porta come garanzia e referenze la riffa in piazza per le casette temporanee ai terremotati del Centro Italia.

 

 

 

 

 

 

 


La Repubblica degli sfratti

squatters-1789478_640Anna Lombroso per il Simplicissimus

Nella Capitale morale, come è ovvio, sono più industriosi e creativi: c’è un racket che regola e gestisce il mercato delle case occupate. Costa dai 400 ai 500 euro un posto letto in un condominio popolare nel quale si sono insediati senza tetto ma pure alacri manager dell’accoglienza che hanno trasformato un appartamento in B&B con tanto di pubblicità sull’apposito sito. A Milano sarebbero più di 1000 le occupazioni storiche, secondo il Sole 24 Ore e nei primi mesi dell’anno ne sono stati sventati più di 100 tentativi grazie alla denuncia di residenti, del Giambellino, della Pinona, di Niguarda, della Stadera dove sono stati invasi anche i locali caldaia, mobilitati per ostacolare l’arrembaggio degli invasori, nel 70% italiani e nel 30% stranieri. Eppure, malgrado questo dato il ministro dell’Interno proseguendo l’alacre iniziativa del suo più elegante predecessore, ha  emanato prima con una circolare, poi all’interno del decreto sull’immigrazione e l’ordine pubblico le disposizioni per mettere fine a questi ripetuti crimini che attentano al valore più sacro, quello della proprietà privata. E non fa niente  se a essere colpiti dalla repressione che si annunci severa, anche grazie a censimenti condotti con l’aiuto di spioni di quartiere, saranno i connazionali, che comunque sono poveri quindi tanto invisi da dover diventare invisibili e scomparire agli occhi della gente perbene che vuole tutelare prezzo degli immobili e decoro.

Anche nella Capitale infetta qualcuno ha fatto concorrenza agli imprenditori meneghini del settore. Una indagine ha portato all’arresto l’anno scorso di sei persone tar le quali dei dipendenti comunali  che si ingegnavano a manomettere le graduatorie degli alloggi popolari e segnalavano ad aspiranti le case da occupare abusivamente. Il brand sarebbe stato comunque compromesso dal dinamismo di Salvini e del suo Ministero che ha già preso di mira  lo Spin Time (uno stabile ex sede dell’INPDAP e poi di proprietà di Bankitalia, occupato da Action dal 2012, tra l’Esquilino e San Giovanni, “il grande ghetto”, un’ex fabbrica di penicillina su via Tiburtina, a san Basilio,  dove vivono 500 persone provenienti da diverse parti del mondo, fabbricati del Trullo, nel quadro delle operazioni “cleaning”, la pulizia etnica contro il pericolo pubblico n.1. Ci sarà un bel da fare per polizia municipale promossa a nuove funzioni e le forze dell’ordine impegnate contro un nemico infiltrato da “facinorosi, anarchici insurrezionalisti, antagonisti”: perché solo a Roma all’interno dei 74.000 alloggi popolari i nuclei abusivi sono circa 10.000 composti da varie tipologie di rei, che ilAter e Roma Capitale hanno provveduto a classificare  in occupanti con sentenza definitiva, sanatoria senza requisiti, utenti abusivo, utento con domanda di voltura non accolta, utenti con domanda di sanatoria incompleta, utenti revocati e utenti con domanda di sanatoria non accolta. La situazione è così complessa (per ogni sgombero servirebbero almeno due pattuglie della Polizia Locale con l’ausilio della Ps,  un fabbro autorizzato, una impresa di traslochi, oltre a un medico per eseguire eventuali perizie) che è stato calcolato che per venire a capo delle 10 mila “liberazioni” occorrerà mezzo secolo, con una media di 200 “sfratti” forzati l’anno.

Che il problema casa sia stato retrocesso a crisi di ordine pubblico, non è una novità. Quando le graduatorie e le organizzazioni opache di “smaltimento” di senzatetto e fissa dimora vengono meno alla funzione di bacino elettorale,  si passa alle operazioni di pulizia. La Giunta del probo Marino nell’ambito di un più vasto contrasto all’illegalità, aveva istituito un apposito gruppo di Polizia Locale altamente specializzato, Gruppo di Supporto delle Politiche Abitative, che doveva concentrare la maggior parte degli sforzi investigativi nell’impedire le occupazioni e identificare i racket, anche grazie al supporto della Guardia di Finanza.

La Giunta Raggi che doveva riscattare Roma dall’umiliazione di Mafia Capitale, ha pensato bene di tutelare la legalità, passando direttamente ai manganelli con lo sgombero di Piazza Indipendenza diventato  simbolico di quel che sarà, profezia incancellabile malgrado l’icona di quel poliziotto che consola la sfrattata disperata. E  pure malgrado la denuncia del Capo della polizia, che recalcitra dal ruolo di sbirro senza cuore a fronte di   130 milioni di finanziamenti conquistato negli anni per risolvere i problemi dei senza tetto e mai utilizzati, tanto che il suo ministro di allora fu costretto a emanare una circolare, ora “superata” che prescriveva la necessità di trovare soluzioni alternative prima di ricorrere alla forza pubblica.

Alle emergenze vere o alimentate per ingenerare paura, sospetto, risentimento si risponde con la guerra sociale, una versione autoctona di quelle umanitarie condotte fuori dai confini per depredare, assoggettare, consegnare popoli e risorse a tiranni allevati e messi là dall’impero. Le vittime là come qui sono i poveri vecchi e nuovi: a Roma circa il 66% della domanda abitativa (42.000 famiglie) proviene da chi ha un alloggio ma non riesce a fronteggiare l’affitto o il mutuo, le sentenze di sfratto emesse nel 2017 risultano essere state 59.609  e gli sfratti per morosità incolpevole incidono per una quota di circa il 90% sul totale delle sentenze emesse (quelli eseguiti con la forza pubblica sono stati 32.069) attribuibili anche, secondo l’Unione Inquilini, all’azzeramento dei contributo affitto a tutto il 2018, dalla mancata previsione della destinazione dello stanziamento derivante dalla vendita del patrimonio pubblico: 360 milioni.

Proprio come accade per gli altri disperati, quelli che in attesa degli auspicati rimpatri nei lager in patria, sono confinati dei centri di accoglienza, anche i marginali indigeni vengono internati in apposite strutture nelle quali si concentra degrado, malessere, sofferenza, in modo da sancire l’estensione di periferie nelle quali attuare la reclusione dei miserabili, mentre i centri si fortificano in difesa dei pochi, delle loro banche, dei loro musei, delle loro cliniche e scuole, dei loro privilegi indiscussi. E che prosciugano le casse pubblici: il costo di un appartamento nei Caat di Roma (centri di assistenza alloggiativa temporanea, detti residence) è di 1.700 euro mensili per una spesa di circa 32 milioni di euro all’anno.

Anche a voi verranno in mente innumerevoli modi per spendere meglio quei quattrini. Quelli e anche le previsioni di investimenti per tirar su altri falansteri del terziario intorno a stadi e grandi opere, complementi necessari alle speculazioni in modo da ottenere compensazioni in servizi e infrastrutture a spese delle amministrazioni, gli stessi che vediamo sulla Cristoforo Colombo e altrove come ischeletriti monumenti di archeologia industriale. Quelli e quelli che si sono ingoiati altri insediamenti “a dieci minuti dal centro” realizzati per appagare l’appetito mai sazio di costruttori e  immobiliaristi, disabitati e fatiscenti prima di essere completati, fuori dalle direttrici di traffico, esclusi da servizi primari, che via via si stanno popolati dall’ultima gerarchia dei poveracci.

Un anno fa la Giunta Raggi avviò una rivoluzione semantica: i Caat avrebbero cambiato nome in Sassat. Mica male a vent’anni  dall’approvazione della legge 431 che ha liberalizzato il mercato dell’affitto e   dall’abrogazione del contributo Gescal, che ha segnato la fine dell’impegno dello stato nel settore dell’edilizia pubblica. E dalla scomparsa dell’edilizia residenziale pubblica, dalla dichiarata incapacità – o non volontà – di gestione del patrimonio realizzato, dall’inizio di quel nuovo indirizzo della pianificazione che ha convertito l’urbanistica in contrattazione negoziale con il pubblico prono ai voleri del privato, dalla attuazione per legge di doverosi patti delle amministrazioni con la rendita immobiliare, dal primato attribuito alla proprietà della casa a discapito dell’affitto, con le ripercussioni della mancata riforma istituzionale e della contraddittoria ripartizione di competenze fra stato, regioni ed enti locali.

Secondo Ruskin, la casa dovrebbe essere il rifugio da ogni torto. L’hanno fatto diventare il luogo dove si consuma l’ingiustizia più crudele.


Licenza d’abuso

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ogni giorno ormai ci tocca assistere alla monotona sostituzione di diritti e giustizia con elargizioni e arbitrarietà, di garanzie con  elemosine, di certezze con obbligatorie abiure di libertà. Oggi è la volta di una sanatoria che all’apparenza viene accreditata come concessione in favore di chi ha commesso un abuso edilizio in condizione di necessità.

Il Parlamento sta per mettere ai  voti un ddl che distingue tra speculazione e stato di bisogno, prevedendo in questo caso la sospensione dell’abbattimento e della rimozione.

C’è da sospettare di una agevolazione che potrà venir concessa in deroga a leggi, soggetta necessariamente a interpretazioni   non obiettive e facoltative, della quale potrebbero beneficare sì indigenti che hanno tirato su le loro tane  in improvvisate e desolate bidonville. Ma molto probabilmente anche i camorristi che hanno realizzato le loro new towns a ridosso del sito archeologico di Pompeo, intestate a nonnini ricoverati in ospizi dei poverelli, o mafiosi e speculatori non diversamente criminali che dimostreranno facilmente quel loro stato di necessità che li ha costretti a erigere mausolei e falansteri ad uso di inquilini di incerto status sociale, tanto che il provvedimento in itinere conferma la demolizione per costruzioni erette in aree demaniali, quelle in aree soggette a vincoli paesaggistici, e quelle ad opera di accertati malavitosi, ma non dei loro famigliari.

C’è da sospettare della benevola erogazione di  quel tanto di “ingiustizia”, di quel tanto di “illegalità” che diventano sacrosante,  legittime e giustificate  non tanto quando la bilancia pende inesorabilmente e sempre dalla stessa parte, bensì quando farne dono esonera da affrontare il problema, in questo caso quello abitativo e quando l’urbanistica è diventata la scienza della contrattazione  al servizio esclusivo di rendite  e profitti speculativi, se sono state promosse riforme che davano licenza di manomissione di suolo, territorio, risorse, beni comuni, monumenti e perfino dei diritti e delle prerogative di piccoli  proprietari, qualora non si allineassero a pratiche illecite diventate legali in nome della legge del più forte, la stessa che permette qualsiasi nefandezza a chi raccoglie più voti nell’ambito di bastarde maggioranze.

C’è da sospettare quando in alto si chiude un occhio guardando in basso, se a dettare legge è l’imperio dell’emergenza che lascia decantare problemi e crisi in modo da autorizzare   licenze, deroghe, poteri speciali e misure eccezionali. Se infatti a beneficiarne ora potranno essere i senzatetto del terremoto, che in attesa delle casette di legno promesse dai governi “giuda” degli annunci e dei falsi giuramenti, piegati a un vergognoso faidate e perseguiti per le loro “irregolarità”, è sicure che certe “grazie” aprano la strada a ben altre licenze e condoni, ben collocati in quella pratica negoziale che sovrintende ai rapporti tra amministrazioni pubbliche e privati in nome della necessità, della opportunità, dell’obbligatorietà di appagare appetti insaziabili in nome della crescita del paese in un settore strategico. Nel quale e non solo da un presidente del consiglio ossessionato dal mattone, è stato permesso ogni genere di deroga, licenza, scorciatoia lasciato nelle mani di cordate del cemento, immobiliaristi, organizzazioni criminali.

C’è da sospettare che questa liberatoria in nome della obbligatorietà del bisogno,voglia  adottare e applicare criteri certi. E se si salverà da piccone e ruspa il tetto provvisorio sia pure incongruo rispetto al decoro estetico immaginato dal governo e dal suo commissario speciale, vedrete se non verranno risparmiati ben altri abusi, tra attici eccellenti, orticelli e verande allestiti su costruzioni monumentali, insediamenti turistici cresciuti come ameni funghetti in siti naturalistici. Come è tradizione ormai, se in Campania a fronte di 70 mila manufatti abusivi sono poco più di 4500 le ordinanze di demolizione e qualche modesto centinaio quelle eseguite. Se girano intorno a 20 mila gli abusi accertati che si commettono ogni anno.  comprensivi di verandine e aumenti di cubature, di seconde case, investimento preferito in un Bel Paese che si arrangia con un’economia parassitaria a beneficio di affittacamere improvvisati, gestori di approssimative strutture alberghiere. .

C’è da sospettare di certe indulgenze. E se è vero che l’Istat denuncia che nel 2015 sono almeno 20 le edificazioni abusive ogni 100 autorizzate, con un incremento significativo rispetto agli anni precedenti, vorrà dire, o no? che  ha avuto successo la partica di smantellamento della rete dei controlli e della sorveglianza, dai tecnici dei piccoli comuni alle moleste sovrintendenze, vorrà dire, o no? che all’attività edilizia è stato concesso un trattamento speciale a beneficio dei piccoli ma soprattutto dei grandi, quelli delle grandi opere, dei grandi condomini, della conversione dei centri cittadini in tessuto di uffici, banche e alberghi di lusso.

Abusivismo e evasione fiscale si assomigliano, tentano di commetterli tutti su scala, l’artigiano che non dà la ricevuta e il frequentatore di paradisi fiscali, chi chiude la terrazzina per ricavare una cameretta e il costruttore dell’immenso e offensivo hotel sulle nostre coste. È la loro sorte che è diversa perché se la fortuna è cieca, la giustizia ci vede benissimo e sa da che parte far pendere la bilancia e contro chi indirizzare le ruspe.

 


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