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Tengono Famiglia

tengo-famigliaAnna Lombroso per il Simplicissimus

C’è sempre un momento nel quale i potenti esibiscono l’album delle foto dell’ultimo Natale, nel quale le zarine più feroci svelano la dolcezza muliebre dell’istinto materno con l’ostensione di ecografie, allattamenti e poi di qualche maneggio familistico per piazzare gli scarrafoni, cui è doveroso riservare  affettuosa tolleranza, e nel quale i padroni più avidi mettono a rischio patrimoni e aziende per appagare le brame capricciose di delfini  poco talentuosi.

Non occorre scomodare Engels, nemmeno Banfield e neppure Longanesi, che adesso tocca rimpiangere pure lui, per diagnosticare il ricorrente recupero dei “valori” della famiglia che si materializza con più vigore nella fase di consolidamento di un totalitarismo, quando serve rimettere in piedi un edificio di principi e ideali riconducibili a Dio (anche con le fattezze del mercato, le cui regole sono promosse a leggi di natura), alla Patria, recentemente tornata in auge in occasione del Covid 19  con inni in poggiolo, glorificazione del sacrificio dei resilienti sul divano e dei martiri in trincea. E, appunto, alla Famiglia, ultimo baluardo della conservazione delle virtù morali, ma anche di beni, risparmi, quelli che Berlusconi chiamava i “fondamenti sani” dell’Italia, tradizioni capaci di opporsi al rischio del meticciato, riaffermazione dei ruoli designati dalla cultura patriarcale, l’uomo che va a caccia e porta a casa le prede, la femmina nella caverna a prendersi cura di cuccioli, anziani, malati, finché non viene una provvidenziale epidemia che se li porta via.

Ci eravamo illusi che si trattasse di convinzioni in regime di esclusiva delle destre più sgangherate, tra manganello e aspersorio, prima che diventassero merce ideologica del “riformismo” e del progressismo neoliberista. Invece, in nome della ritrovata Unità d’Italia, dopo i Family day di Casini, del Priapo di Arcore, dei concubini in attesa fiduciosa di annullamento della Sacra Rota, che rivendicavano per sé la tutela di sentimenti, valori, principi, affetti virtuosi a confronto degli accoppiamenti insani dei “diversi”, dalle viziose inclinazioni degli “altri”, della pedagogia malsana impartita da genitori e insegnanti trinariciuti e bestemmiatori, ecco che con l’abituale ricorso all’esperanto imperiale arriva il Family Action il cui suggeritore nemmeno tanto occulto è un  padre di nove figli,  un’allegoria della obbligatorietà di procreare per far piacere a Dio,  quel Delrio, che non contento della stirpe naturale, ha svolto per un po’ anche la mansione di padre putativo del giovin Matteo.

Ora non voglio sembrarvi semplicistica e sbrigativa, ma la lezione di uno che, peggio di un anziano criminalizzato dalla Lagarde e dalla Fornero, ha pesato sul bilancio statale e sul Welfare con nove gravidanze, nove congedi, nove permessi “paterni”, nove pediatri, nove asili nido e così via, assume il sapore agro dell’ingiustizia, almeno da quando metter su famiglia è un lusso che pochi possono permettersi.

Per carità, la demografia non è una disciplina gradita  e infatti mentre da noi si lancia un allarme per la denatalità favorita tra l’altro da un tenace familismo che ha come effetto un investimento economico e sociale sui figli esorbitante che porta a rinunciare a quello che si avverte come un privilegio, l’ideologia neoliberista  ha sbaragliato ogni resistenza nei confronti dell’equiparazione tra uomo e merce, combattuta tra il bisogno di estendere il pubblico dei consumatori e l’eccesso di prodotti/uomo, imponendo alla fine  l’obbligo di “riduzione” a popolazioni che si sono permesse di insidiare la nostra preminenza con il numero,  colpevoli di spendere poco per i trastulli che produciamo.

E tanto per non sbagliare le forze progressiste, ormai chiamarle sinistra suona come un’eresia, che per vocazione e per statuto ideologico avrebbero dovuto difendere i ceti popolari dall’assalto della lotta di classe alla rovescia, condotta contro le prerogative acquisite dopo decenni di lotte,  la sanità pubblica, il sistema pensionistico, ha trovato una facile via d’uscita nella rivendicazione di altri diritti definiti civili in contrapposizione a quelli primari che sembravano nostri e inalienabili, e concessi al minimo sindacale: matrimoni omosessuali, gite procreative fuori porta, pari opportunità, e solo per chi può permetterseli.

Per gli altri resta solo l’elargizione di una carità pelosa,  delle mance degli 80 euro, dei prestiti a pronta restituzione.

E infatti, in pieno clima di Ricostruzione affidata all’immaginazione creativa di alte autorità competenti in cultura del management e del marketing, intese a promuovere misure immediatamente digitalizzabili e nemmeno lontanamente realizzabili, il neo Commissario Speciale per la Famiglia si è fatto promotore di una proposta per i nuclei prolifici tramite un assegno universale(mensile) che includa tutti gli aiuti per la famiglia, uno per ogni figlio fino alla maggiore età (ma senza limiti d’età per i figli disabili). E poi, detrazioni fiscali per le spese dedicate all’istruzione dei figli, dallo sport alla musica, dai libri alle gite scolastiche, permessi retribuiti per assistere un figlio malato ma anche per partecipare ai colloqui con i professori. E minimo 10 giorni di paternità per i neopapà, «a prescindere dallo stato civile o di famiglia».

La proposta che si è materializzata in forma  di Ddl recante «Misure per il sostegno e la valorizzazione della famiglia», immantinente votato con entusiasmo dal Consiglio dei Ministri, è stato caldeggiato dalla ministra della Famiglia Elena Bonetti insider di Italia Viva.

E infatti il suo leader, che ha sempre dimostrato un particolare attaccamento alle tradizioni dinastiche e alla trasmissione dei loro “valori” in senso lato, iniquamente perseguiti in tribunale,  ha subito tenuto a ricordare  che un analogo progetto di legge “che metteva al centro delle politiche sociali i bambini nella consapevolezza che i figli sono un valore per la loro famiglia e per la società che li accoglie e che condivide con i genitori il compito di accudirli ed educarli” era stato presentato già alla Leopolda 10.

Ecco, ci vuole proprio una ineffabile faccia di tolla, una impareggiabile e spericolata sfrontatezza da parte del governo e dei suoi bizzosi supporter a intermittenza per parlare di bambini, dopo tre mesi di galera dei minori alla stregua dei figli delle carcerate, dopo un susseguirsi di insensate ipotesi per la gestione futura della scolarità, tra cubicoli e nicchie in plexiglas, dopo il fallimento della didattica a distanza affidata al potere/volontariato sostitutivo di mamme digitali, dopo che è stata sancita la sua qualità discriminatoria adottabile solo in condizioni di “privilegio”: pc, rete, spazi, genitori acculturati, insegnanti formati e competenti anche di informatica.

E dopo i tagli di Stato, Regioni e Comuni a fondi per le scuole, per   l’assistenza ai minori disabili, all’insegnamento di sostegno, dopo la Buona Scuola che ha promosso definitivamente  la conversione dell’istruzione dell’obbligo in pedagogia standardizzata a uso del futuro ceto dirigente oligarchico, dopo la beffa dei finanziamenti per la messa in sicurezza degli edifici scolastici, che dovrebbero ora trasformarsi in laboratori pilota per la cultura del distanziamento.

E per chi confida nelle quote rosa, nell’applicazione in corpore vili dei quelle squisite qualità femminee di sensibilità, indole alla comprensione e alla solidarietà che saprebbero esprimere le donne in politica, ci hanno pensato la ministra Bonetti, che si compiace: “per la prima volta si investe in umanità, per cambiare in meglio la vita delle famiglie: da qui l’Italia può ripartire, è una scelta di speranza e di coraggio, una riforma che deve vedere il gioco di squadra di tutti” e pure la ministra del Lavoro Nunzia Catalfo che sottolinea la sinergia con le altre ministre messa in atto per “garantire più sostegno alle famiglie e un importante incentivo al lavoro femminile”.

Manca solo il pregevole contributo di Colao, che magari c’è stato, prima che il suo rapporto finisse a reggere le zampe della scrivania traballante di Conte, per  dare maggior piglio futurista e imprenditoriale  alla strategia di  aiuti alle neo mamme, “per incentivare il loro lavoro e l’armonizzazione dei tempi”: quindi detrazioni per babysitter e colf, da aggiungere ai bonus per le rette scolastiche di nidi e asili fino ai 6 anni. Ma soprattutto per valorizzare la forza produttiva degli incentivi a  “forme di lavoro flessibile” per chi ha figli sotto i 14 anni,  con premi anche per i datori di lavoro “che realizzino politiche atte a promuovere una piena armonizzazione tra vita privata e lavoro”.

Avevamo avuto al prova generale con il lockdown, adesso è il momento della messa in scena della commedia all’italiana, con le donne a casa, a alternare l’aggiornamento del cottimo a domicilio alla macchina da maglieria, a cucire guanti e incollare tomaie, sostituito dal Pc, con la cura di figli, compresa di supporto didattico, genitori, malati. Che se poi si riesce a “svoltare” c’è sempre la possibilità di pagare un’altra donna, meglio se straniera in attesa della sanatoria della Bellanova, per tentare la scalata al successo riservata  a una scrematura di talentuose arriviste, selezionate dalla lotteria maturale o per disposizione antropologica all’affiliazione di cerchie di potere.

Altro che Mulino Bianco, gli spot del Rilancio mostreranno la continuazione dell’isolamento – magari in preparazione di seconde, terze quarte ondate pestilenziali. Tutti a casa, alacremente sfruttati e rabbiosamente condannati alla coabitazione coatta, dove la pratica normalmente in uso, preliminare alla riproduzione, potrebbe diventare anche quella una fatica imposta da chi ancora invece ci si diverte e se la gode.

 

 

 

 

 

 


Democrazia, demografia e immigrazione

file-14294-media-620x346Una serie di analisti e di studi condotti in Francia sui dati demografici dalla fine degli anni ’70 ad oggi dimostrano che ogni crisi economica tende a ridurre la natalità, così come ogni conquista sociale porta a un suo aumento: tutti effetti la cui intensità e durata  sono ovviamente proporzionali alla durata e al grado della causa. Quindi è nella natura delle cose il fatto che la crisi del 2008 abbia aperto in tutto il continente o per meglio dire nell’area euro dove si è aggiunta la folle dottrina dell’austerità, una crisi di natalità a cui si aggiunge anche un aumento della mortalità sostanzialmente dovuto al deterioramento della sanità pubblica oltre che al venire meno di regole e tutele. Tutto questo ovviamente si inserisce in un circolo vizioso per cui al deteriorasi del lavoro e del welfare che in qualche modo costituisce anch’esso salario reale, corrispondono difficoltà finanziarie che tendono a ridurre ancora di più lo stato lo sociale e così via. La cipolla della democrazia e della speranza nel futuro viene erosa strato per strato dando luogo agli scontri generazionali per dividersi un osso spolpato invece di costituire la base per una riscossa. Questo fino a che il processo non dà luogo a esplosioni palesi o sommerse che possono assumere molte forme: dalla jacquerie francese che è una chiarissima rivolta di classe, alla messa in crisi degli assetti politici consolidati come in Italia, a forme di rifiuto come nella brexit britannica o al vittimismo nazionale che si fonde con le tentazioni egemoniche  come in Germania: tutti tentativi di via d’uscita che si esprimono secondo le secolari culture delle varie aree d’Europa.

Certo al di là delle cifre e delle analisi più o meno rivelatrici la denatalità è un fenomeno ormai ben conosciuto, specie in Italia dove esso è favorito anche da un pertinace familismo che ha come suo effetto un tale investimento economico e sociale sui figli che vi si rinuncia più che in altri contesti in presenza di condizioni precarie e sfavorevoli. Però la cosa davvero interessante è come hanno reagito a tutto questo le forze della sinistra che per vocazione e per statuto ideologico avrebbero dovuto difendere i ceti popolari dall’assalto della lotta di classe alla rovescia. La quasi totalità di esse invece di battersi per i diritti acquisiti dopo decenni di lotte, di difendere la sanità pubblica e il sistema pensionistico, ha trovato una facile via d’uscita nell’ideologia americaneggiante  dell’accoglienza. Fin dalla seconda metà degli anni ’90, alla preoccupazione per l’importazione di un esercito di riserva che consentisse oggettivamente di manomettere i diritti del lavoro e abbassare i salari, è stata via via sostituita la tesi della necessità dell’immigrazione per sostenere uno stato sociale peraltro in continuo arretramento: essendo i giovani e le persone in età da lavoro sempre meno l’unica maniera di sostenere i costi sociali di una popolazione in via di invecchiamento era quella di importare braccia, tanto più che tale operazione poteva anche avere un’aura umanitaria e fondarsi su un diritto astratto alla mobilità planetaria. Gli immigrati pagano le pensioni agli italiani: questo il grido di battaglia che si confondeva con i piagnucolii da coccodrillo della Fornero.

Così invece  di ristabilire le condizioni sociali per un ritorno a tassi di natalità da tali da tenere stabile la popolazione si è presa questa strada che se può anche essere apparentemente corretta almeno in parte, in realtà riposa su tutto lo sciocchezzaio da Fmi che siamo costretti a sopportare e che fa parte della narrazione iper liberista. Infatti non è per nulla vero che con l’aumento dell’età media il sistema pensionistico debba necessariamente entrare in crisi perché in realtà l’aumento di produttività per addetto cresce ( dal ’90 è stato calcolato nel 2% annuo) in maniera molto più netta per cui anche se la popolazione lavorativa tende a scendere essa può far fronte tranquillamente a questi cambiamenti demografici, a patto però che l’aumento di produttività vada nelle casse degli istituti pensionistici e non in quelle dei voraci imprenditori come invece accade, a patto che la precarietà sia marginale e che i salari mantengano il loro valore di acquisto. La tesi è vera solo se c’è una distribuzione di ricchezza e non un sempre più clamoroso accentramento. Questo senza tenere in conto gli aspetti inflattivi che di solito rendono il valore dei contributi versati durante l’attività lavorativa pressoché corrispondenti in media alle pensioni percepite. Una dimostrazione è l’Inps che sgravata dal peso degli obblighi assistenziali, ovvero dalle pensioni sociali a cui non corrispondono a contributi effettivamente versati, risulta in attivo, nonostante la situazione drammatica dell’economia del Paese. Ciò che si vuole è in sostanza sgravare le aziende dei contributi o di gran parte di essi per favorire il profitto e perché altre aziende possano vendere prodotti pensionistici a totale spesa di chi lavora. La precarietà è anche questo, la fine di ogni solidarietà sociale.

Insomma si tratta di un’una sub ideologia in perfetto accordo col reazionarismo globalista del capitalismo finanziario. E nella quale c’entrano poco sia l’umanitarismo supercilioso quanto agli effetti e smemorato quanto alle cause, sia la volgare e squallida  xenofobia: queste sono solo le forme, le ombre proiettate nella caverna dalla narrazione mainstream, per nascondere i meccanismi interni della questione e il disumanitarismo delle guerre e dei regimi sanguinari necessari a mantenere il controllo delle risorse. Questo non significa affatto che si debba rinunciare all’arricchimento costituito dai flussi migratori (cosa che peraltro nelle condizioni attuali è una pura chimera, un ballon d’essai dal momento che vivere insieme non è vivere a fianco) ) , ma considerarli come necessari per sostenere la macelleria sociale e importare gente il cui costo di riproduzione è inferiore, è qualcosa di radicalmente diverso, anzi di opposto ad ogni concezione umanitaria: è il modo per schiavizzare tutti.

 


Gli Usa al Cassandra Crossing

Cassandra Crossing - CD 2 (frame 77263)Nel 1976 l’antropologo e demografo francese Emmanuel Todd, il cui nome ha oggi una risonanza mondiale, predisse il collasso dell’Unione Sovietica partendo da indicatori come l’aumento dei tassi di mortalità infantile e la diminuzione delle nascite. Insomma qualcosa che allora suonò come ingenuo se non provocatorio, come se i dati demografici di base non avessero nulla a che fare con le dinamiche sociali e politiche. Probabilmente anche oggi  la si pensa così, ma a partire dalla posizione opposta, ossia dall’inesistenza sostanziale della società vista come mera collezione di individui desideranti, però i cambiamenti di certi parametri significano pure qualcosa, non sono mai indifferenti, una sorta di dato biologico ed esistenziale, variabile come il tempo in montagna. Quindi possiamo immaginare lo sconcerto dei fedeli e dei fan quando all’apice del successo del capitalismo finanziario le stesse stigmate appaiono negli Usa, al centro dell’impero.

Le statiche del National Center for Health ci dicono

  • L’aspettativa di vita della popolazione americana è scesa a 78,6 anni nel 2017,  mostrando l’accentuarsi di un declino in atto da tre anni.
  • Il tasso di mortalità specifico per età è aumentato dello 0,4% da 728,8 decessi ogni 100.000 abitanti nel 2016 a 731,9 nel 2017.
  • I tassi di mortalità specifici per età sono aumentati dal 2016 al 2017 per le fasce di età da 25 a 34, da 35 a 44 e 85 e oltre,mentre sono diminuiti per la fascia di età compresa tra 45 e 54 anni.
  • La mortalità materna ed infantile ha raggiunto l’incidenza di 26,4 su centomila, una cifra da terzo mondo, non solo lontana anni luce dagli altri Paesi sviluppati (in Italia è del 4,2 tanto per fare un esempio) ma è in costante aumento mentre dappertutto è in diminuzione.

Le cifre riguardanti la mortalità sono state raggiunte solo negli anni 1916 -18 quando si sommarono le vittime dell’epidemia di spagnola a quelle della guerra mondiale e  ci dicono qualcosa di molto significativo perché se la mortalità infantile e la crescita di mortalità in età anziana riguardano un sistema sanitario ossessivamente privatistico che fa acqua da tutte le parti, dall’altra il fatto che solo nell’età mediana ci sia una diminuzione del tasso di mortalità, istituisce un diretto collegamento con le situazioni sociali: quelli che si sono affacciati nel mondo del lavoro negli anni ’90, prima del definitivo scasso neoliberista, godono di condizioni di vita migliori e più sicure, mentre chi è nato dopo si trova in una condizione angosciosa di perenne precarietà. Ciò si traduce nell’abuso di droghe, anche – se non soprattutto – di origine farmacologica, che hanno fatto aumentare i decessi per overdose di quattro volte a partire dal ’99 e a una spaventosa crescita dei suicidi: nell’America urbana, il tasso è 11,1 per 100.000 abitanti; nelle zone più rurali del paese, è 20 per 100.000. Per rendere più concretamente l’idea è come se nell’area di Roma avessimo 300 casi di suicidio l’anno o un identico numero nella bassa emiliana o come se in tutto il Paese avessimo 7000 suicidi l’anno. 

Tutte le cifre sull’aspettativa di vita appaiono ancora più gravi se le si mettono in rapporto al fatto che alcune cause di morte molto rilevanti in passato come quella derivante dagli incidenti stradali è straordinariamente diminuita ( anche se negli ultimi anni c’è una lieve tendenza al rialzo) visto che ora è  meno della metà rispetto agli ultimi anni ’90, mentre la contrazione progressiva del settore manifatturiero  ha anche diminuito i morti sul lavoro, almeno quelli ufficiali, perché degli immigrati nei cantieri si sa poco o nulla. Ma il peggio è che la situazione si sta degradando mentre il sistema è del tutto ingessato e irriformabile: basti pensare solo alle successive riforme sanitarie prima di Clinton e poi di Obama che si sono arenate sul nulla, visto che le lobby delle assicurazioni avevano in pugno una corposa maggioranza bipartisan sia in Congresso che al Senato e hanno impedito qualsiasi opzione pubblica. Tutto insomma ristagna anche se persino dalle file dei conservatori sembrano venire allarmi e un intellettuale vicino alle ragioni della finanza come Oren Cass cominci a dubitare del verbo e si domanda: “Possiamo sperare che l’aumento delle offerte di lavoro, come conseguenza della legge sulla riduzione delle tasse e l’occupazione, compensi il vuoto che le persone cercano di riempire bevendo o assumendo droghe?”

Di certo non se le offerte di lavoro hanno retribuzioni tali che non consentono la sopravvivenza, di certo non in questo contesto generale di precarietà e di caduta dei diritti. Si può ragionevolmente scommettere su un completo collasso del sistema nel giro di un decennio, senza per questo apparire come Cassandre frettolose: Trump è stato un’avvisaglia, una procellaria che vola innanzi la tempesta.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Sinistra, anche la nottola sbadiglia

DracmaE’ da molto tempo che la nottola di Minerva vola  su ciò che rimane della sinistra italiana perché al contrario di quanto pensasse Hegel la consapevolezza anticipa il mondo e non lo descrive, è un’alba, non un tramonto dove i contorni si confondono e il cielo che aveva illuminato il mondo splende solo per contrasto, come fosse un ricordo.  Se non ci fossero France Insoumise, Aufstehen in Germania e Corbyn in Gran Bretagna la partita sarebbe definitivamente persa perché non si può applicare un insieme concettuale efficace in un contesto ad un altro completamente differente senza alcun vettore di varianza: si rischia di essere Amleto in una farsa o un personaggio comico in una tragedia.  Visto che l’uccello della dea plana inquieto fra gli alberi, si confondono concetti generali con casi particolari che hanno segno contrario e si idealizza come proprio ciò che è invece appartiene al nemico.

I casi di scuola li conosciamo benissimo: l’Europa come spettro di un malinteso internazionalismo, del tutto inesistente ormai in quella che è una guerra europea sotto mentite spoglie e la vicenda dell’immigrazione che oltre ad essere causata in gran parte proprio dalle politiche adottate dalla Ue, sia pure in funzione subordinata agli Usa con qualche “cresta” neocoloniale, non viene vista come risultato di un’ideologia e dei suoi strumenti, come risultato di una lunga filiera di sinergie disumane e infine criminali, ma solo sotto il segno ambiguo e spesso ipocrita dell’accoglienza incondizionata in quanto oscuro analogo dello stesso internazionalismo. Cani che si mordono la coda in una gara di bon ton politico, tanto vuoto da lasciare tutto lo spazio politico ad altrettanta confusione come manifestazione di xenofobia e di chiusura identitaria. Mentre fondamentalmente l’identità è la radice di ogni possibile apertura.

Ma le cose non accadono mai per caso, sono frutto di una logica e questa non è nemmeno tanto nascosta, anzi alle volte è chiarissima, in altri casi addirittura dichiarata. Per esempio sull’immigrazione abbiamo un documento delll’Onu del 2000, quindi dell’ultimo anno del XX° secolo, in cui senza minimamente occuparsi delle cause della migrazione che dovrebbe essere la preoccupazione principale di questo organismo, ormai impari rispetto agli ideali, si dice che gli immigrati sono l’unica  soluzione  “per l’invecchiamento e il declino delle popolazioni” che si verifica nell’universo capitalistico, dall’Europa, al Giappone per finire alle sempre più ridotta frazione bianca del Nord America. La cosa impressionante è che non si prende minimamente in considerazione la possibilità di trovare una qualche alternativa all’immigrazione sostitutiva o quanto meno di renderla meno massiccia, per esempio suggerendo modi per incrementare le nascite e meno che mai la possibilità di investimenti seri e non solo bagatellari nei paesi da dove si fugge e così evitare la tragedia delle migrazioni forzate di massa.

La cosa ancora più curiosa è che non c’è alcuna ragione per pensare che l’Europa, ovvero il continente nel complesso più densamente popolato di tutti gli altri debba comunque mantenere o aumentare il numero dei propri abitanti. Proprio questa assenza di elasticità demografica è la spia dell’ideologismo economico che sta dietro a tutto questo: meno abitanti significa mettere in crisi il meccanismo del profitto richiedendo entro certi limiti ( vedi nota)  di rivedere tutti i criteri riguardanti i trattamenti pensionistici e/o l’età a cui essi possono erogati e in generale l’insieme della distribuzione del reddito, senza parlare dei consumi e dunque degli assetti creatisi intorno ad essi. Ma non è soltanto questo: una politica per favorire le nascite e così rallentare o annullare il calo demografico, vuol dire meno precarietà, salari più alti, possibilità di futuro, strutture pubbliche, scuole, sanità e via dicendo che possono essere ottenuti solo grazie a un’inversione di tendenza nella distribuzione della ricchezza cosa che certamente il capitalismo finanziario non può tollerare.

Ecco dunque che l’immigrazione diventa una sorta di panacea del globalismo perché da una parte evita un ritorno allo stato sociale, dall’altro importa eserciti di riserva che contribuiscono ancor più a distruggerlo. E infine sottrae ai Paesi di origine risorse umane preziose in grado di contrapporsi allo sfruttamento selvaggio e ai regimi locali che lo favoriscono. Ovviamente la gente che si accalca sui barconi o sulle navi di organizzazioni che fanno parte integrale di questa logica, non sono spezzoni di ideologia, sono persone che andrebbero trattate come tali, cosa che non accade né per chi li rinchiude, ma ancor meno per chi li trasporta e perpetua un meccanismo schiavista che non è cieco, ma nasce dallo spirito del tempo. Siamo insomma di fronte a  un dramma epocale che fa parte della caduta di speranze e di diritti, ma viene trattato da molta parte della sinistra con  criteri da tour operator, messa a fermentare sotto il capitolo dell’umanità spicciola e di un astratto diritto di movimento. Cose che fanno rivoltare Marx nella tomba e che ormai hanno stufato persino la nottola.

Nota  Dal momento che le società umane sono creazioni dell’uomo non esistono rapporti “naturali” tra vecchi e giovani, ma essi sono determinati dalle strutture economiche. In una società industriale o post industriale la produttività per addetto cresce almeno del 2% anno su anno, quindi in realtà le relazioni tra le varie fasce di età possono essere le più disparate a patto però che si consideri il profitto come una variabile e non come un elemento incomprimibile.


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