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L’Italia non è un Paese per neonati

2299941_cullevuoteForse non occorreva essere Nostradamus per preconizzare che anche il 2016 sarebbe stato un anno di calo demografico, con appena 473 mila nascite, ovvero 12 mila in meno rispetto all’anno precedente e centomila in meno ripetto al 2007 ultimo anno prima della crisi. Anzi a dire una verità che tanto dispiace agli anti ius solisti, eredi consapevoli o meno della retorica demografica prima e razziale poi del fascismo, i bambini nati da coppie italiane sono stati 373 mila, mentre il resto lo si deve alle più fertili coppie straniere che tuttavia lo sono assai meno che nei Paesi d’origine.

Ora le ragioni più ovvie di questo fenomeno sono facili da intuire e comprendere: la crisi economica o meglio ancora il modello economico fondato sulla disuguaglianza e la precarietà che da una parte crea un flusso migratorio di giovani diventato ormai più consistente di quello immigratorio, facendo così mancare centinaia di migliaia di persone all’appello demografico;  dall’altra provoca sempre maggiori difficoltà ad avere un lavoro decoroso, continuativo e prospettive per il futuro, rinviando così il matrimonio o il concepimento dei figli a data da destinarsi e comunque a un’età relativamente avanzata. Naturalmente meno nascite ci sono, meno donne fertili ci saranno in un futuro creando quell’effetto esponenziale che spesso si accompagna alle esplosioni o implosioni demografiche. Tuttavia come giustamente sottolinea “Contropiano” l’Istat che fornisce le cifre non fa cenno di tutto questo, ma si ferma a vaghe e farisaiche considerazioni che attribuiscono il calo demografico oltre che a fattori tecnico statistici peraltro da verificare, alla “diminuzione della propensione ad avere figli”.

A voler essere maligni ci si può vedere una messa sotto accusa delle donne e della cultura di emancipazione che le distoglie dai compiti riproduttivi,  volendo essere cattivi ci si può scorgere il tentativo di mettere un sudario generico e ipocrita su cose che un istituto di ambito governativo non può dire o ad essere benevoli ci si può perfino scorgere una goffa e nascosta guerriglia alle linee guida dettate dal neo liberismo globale a cui l’ Istat è costretto a conformarsi. Tuttavia se una buona parte delle cause recenti del calo demografico possono essere attribuite all’imposizione progressiva di un modello economico ingiusto e per certi versi delirante, fondato sul consumo e sull’ossessivo stimolo al consumo, sul progressivo smantellamento delle tutele, sull’individuo atomizzato e narcisista chiuso nel proprio egoismo, non si può nemmeno trascurare il fatto che esso stia agendo come catalizzatore negativo su una cultura che col moderno ha poco a che fare, anzi ha riferimenti ancestrali. Il terreno su cui cresce non è quello della crisi della famiglia tradizionale come pensa l’area retrogada di stampo nazional cattolico, ma al contrario proprio su quello del familismo compulsivo che si traduce poi in iperprotettività economica nei confronti della prole e dunque in meno figli se non alla rinuncia ad essi anche in presenza di difficoltà non poi così dirimenti, perché i propri figli non possono essere secondi a nessuno nel consumo e non possono assolutamente sopravvivere senza al minimo le quattro mura come sacco vitellino. Per non parlare della permanenza di pregiudizi verso le donne con figli, ma senza anello nuziale al dito, fomentata peraltro dalla Chiesa anche in senso legislativo, da tabù, prevenzioni, preclusioni nei confronti del concepimento fuori dal santo matrimonio e ossessive concentrazioni sui legami di sangue che d’altronde la stessa genetica ha di molto relativizzato .

Da noi più che altrove è avvenuto che la guerriglia cattolica contro il divorzio si sia tradotto in una legislazione farraginosa e ambigua che sembra non tenere conto della sua esistenza e del fatto che i legami non sono più inscindibili, volta al mantenimento di un concetto di matrimonio e di famiglia che non esiste più e che appare troppo pesante, anche perché impostato sullo stampo di unione economica secondo canoni tradizionali e sessisti. Chiaro che di fronte a questo complesso di cose le mancette distribuite ai neonati  da noi come altrove non hanno alcun effetto e sono praticamente denaro buttato, quando invece occorrerebbe una legislazione aggiornata alla realtà, capace di sostenere la natalità e soprattutto un sistema di tutele complesso, ahimè impossibile alla luce dei concetti e dei diktat del neoliberismo. In mancanza di una sterzata di 180 gradi in tutti gli ambiti, il calo demografico è destinato ad essere incolmabile, cosa che del resto vale più o meno per tutto il continente, anche se in forme più attenuate, soprattutto nei Paesi ex coloniali.

Anche tutto questo ci dimostra che siano a un punto di passaggio e che possiamo solo noi a decidere se ci porterò indietro nel tempo o avanti nella civiltà.

 

 

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Infantili di ritorno

INFANTILISMODa ragazzino del liceo rimasi affascinato dalla sinergia Terra – Luna e dal fatto che le se maree rallentano la rivoluzione terrestre esse, per un complesso meccansimo, tendono ad allontanare il nostro satellite di qualche centimetro l’anno. Ne dedussi che il mondo fisico è fatto di relazioni biunivoche che tendono all’equilibrio e che per esempio l’energia gravitazionale della luna che provoca il rialzo o l’abbassamento dell’acqua non può non avere ripercussioni sulla luna stessa perché quell’energia deve pur finire da qualche parte. La stessa cosa avviene nel più complicato e progressivo mondo umano nel quale al mutare delle condizioni, prima che si affermi un paradigma diverso e un assetto del tutto nuovo, c’è quasi un tentativo di compensazione per mantenere gli equilibri precedenti anche in un territorio mutevole e sconosciuto.

Così i gruppi e le popolazioni umane, si sono arcaicamente strutturate in una forma base con grande prevalenza di persone giovani e pochi anziani, anche se già in epoca storica le città che vivevano di commercio e di produzione presentavano un assetto parzialmente diverso supportato e riequlibrato grazie all’urbanizzazione e allo schiavismo nel senso ovviamente del mondo antico. Ma con la rivoluzione industriale questi schemi si sono via via ribaltati e oggi viviamo, almeno nel mondo occidentale, dentro popolazioni con sempre meno giovani e sempre più anziani: ogni equilibrio di relazione e potere dovrebbe saltare e mettere in crisi il sistema fondamentale di organizzazione su cui tutto questo si regge, ossia il capitalismo, se non fosse per una forma estrema di compensazione quanto meno paradossale, ossia il prolungamento dell’adolescenza. Se la parte giovane è scarsa allora gran parte della popolazione adulta rimane ancorata molto a lungo a fenomeni di immaturità e infantilismo che “simulano” per così dire un equilibrio arcaico che tuttavia supporta molte strutture di base della società che non possono mutare senza contemporaneamente mutare l’organizzazione del potere.

Naturalmente, facendo la tara di quanto di scherzoso e soprattutto di non detto ci può essere in questa osservazione, non si tratta di qualcosa di lucidamente voluto, anxche se talvolta stimolato, ma di un adattamento inconsapevole a nuove condizioni , stimoli, realtà, che hanno la stessa logica ferrea, ma inconscia di talune reazioni demografiche che possiamo studiare. Si tratta dei cosiddetti bamboccioni che loro malgrado sono costretti a prolungare la propria stessa adolescenza nella casa dei genitori, si tratta  della caduta della pluralità di interessi veri e della moltiplicazione invece di curiosità e gioco stimolati dal mercato, del diffuso senso di irresponsabilità conseguente dalla sempre maggiore deprivazione di realtà per così dire analogica in favore di quella digitale, dell’isolamento funzionale attaccato alla cioperta di Linus del cellulare, della assoluta centralità e volatilità assunta dagli stati emotivi e dal loro sfruttamento politico e commerciale, anche per la mancanza assoluta di speranze sociali il cui stesso significato è ormai oggetto di mistero e non solo per i giovanissimi, ma anche per la stragrande maggioranza della popolazione adulta nata dagli anni ’80 in poi. Per non parlare del futuro che attende dietro l’angolo, al punto che in una recente ricerca americana una consistente percentuale di adolescenti, attorno al 25 % ha  dichiarato in sostanza di aver avuto rapporti reali con l’altro sesso al solo scopo di incrementare la propria visibilità sui social e nel gruppo digitale di riferimento.

Qui  non è questione di non capire il nuovo e di essere laudatores temporis acti cui non mi sento affatto portato, essendo io stesso troppo acerbo per la mia età, qui è che mentre la media anagrafica della popolazione italiana ( ma più o meno è così in tutta l’Europa, salvo che nei Paesi da sempre più marginali del continente) è ormai di quasi 45 anni, si potrebbe dire che quella reale complessiva non raggiunge i 25 anni. Purtroppo questa è una situazione che favorisce ogni disegno di precarizzazione e di risoluzione drammatica dei conflitti attraverso misure di totale inciviltà: il potere reale ha in odio le forme sostanziali della democrazia che turbano i processi decisionali elitari, mentre  per il riequilibro di popolazione propone di fatto (l’Fmi ha pochi peli sulla lingua in questo senso) strumenti destinati a ridurre l’età media come ad esempio l’abolizione delle pensioni e della sanità pubblica. Si vuole impedire che dalle trasformazioni dei rapporti di produzione e di vita nasca un nuovo assetto generale. Meglio perciò che si rimanga bambini a lungo per essere meglio educati a questa “buona scuola”.


Immigrazione e questione morale

operai_catena_montaggio_N (1)Sul dramma della migrazione non pesa solo l’ipocrisia che rende impossibile parlare di cause, ma da molti anni c’è uno scontro ridicolo e includente tra due contrapposti estremismi mitologici entrambi decisi a farsi beffe della realtà e dunque a non agire efficacemente su di essa: da una parte abbiamo il buonismo secondo il quale bisogna accogliere senza se e senza ma, che i migranti non tolgono alcun lavoro agli italiani se non quelli che essi non vogliono più fare, che sono una necessità per pagare le pensioni e supportare la demografia a picco del Paese. Dall’ altra l’idea che gli immigrati siano delinquenti e/o terroristi, uomini che dovrebbero pagare con la riduzione in schiavitù l’accoglienza, gente che viene a sommergere la nostra inesistente cultura già da tempo svenduta , che ruba i posti e il welfare agli italiani, che costa un’enormità.

Naturalmente entrambe le tesi hanno stralci di vero e di falso, di buono e di marcio ma entrambe, anche citate nella loro forma più popolare, nascondono errori ed orrori precedenti all’inizio della migrazione stessa, al sentiero interrotto in cui il Paese si è ficcato definitivamente negli anni ’80. Da una parte abbiamo una sinistra che ha trasformato in accoglienza acritica, così come in europesimo senza condizioni afflati internazionalistici privi ormai di soggetto  (vedi internazionalismo proletario), non sospettando nemmeno che l’arrivo di eserciti di riserva sarebbe stato funzionale all’erosione dei diritti del lavoro e alla caduta dei salari ed è apparsa complice di questo ai certi popolari. Dall’altra abbiamo una xenofobia strapaesana e delirante sfruttata senza vergogna proprio da quelli che si ergono a improvvisati difensori della stirpe e della sua cultura per imporre la precarietà a tutto campo e dunque garantire i loro profitti.

Purtroppo i dati in possesso di chiunque voglia leggerli parlano di una realtà parecchio diversa da quella delle mitologie degll’immaginario: si che esistono gli eserciti in mano ai caporali di ogni tipo, ma il fatto è che secondo l’Istat il 6,7% dei lavoratori stranieri opera in mansioni qualificate e tecniche, il 28,3% come impiegato e addetti al commercio, il 29,3% come operai qualificati o artigiani e solo il rimanente, ovvero poco più del 37% in attività dequalificate. Sebbene questi numeri siano in parte da verificare sul campo essi ci dicono che gli immigrati non svolgono solo e soltanto attività complementari che gli italiani non vogliono più fare, ma li stanno sostituendo in una misura superiore a quella che ci si aspetterebbe dal calo demografico il quale peraltro a sua volta è in gran parte dovuto anche alla progressiva precarizzazione. Il problema vero è che l’immigrazione di massa è calata come un maglio su un Paese già devastato a partire dagli anni ’70 da patti scellerati non scritti, ma scolpiti nell’azione politica e amministrativa reale che hanno favorito la crescita di miriadi di attività a basso contenuto conoscitivo, ripetitive, la cui competitività non era collegata tanto alla qualità dell’offerta quanto ai fattori opachi che ben conosciamo: contatti impropri tra pubblico e privato, spirito di camarilla, evasione di fatto tollerata e successivamente solo arginata con strumenti che in realtà ne regolavano solo la portata.

Tutto questo ha forse portato qualche punticino di pil, ha permesso crescite nominali, ma ha anche favorito l’affermarsi si un’economia quanto mai fragile che una volta cominciata l’opera di deindustrializzazione con lo smantellamento dell’Iri e il via libera alle concentrazioni private per la manomissione dei diritti del lavoro, ha man mano perso il  patrimonio di conoscenze che in qualche modo sostenevano anche la parte di mondo meno attrezzata. Purtroppo quando i nodi sono venuti al pettine con la vicenda di mani pulite, dopo una breve stagione di esultanza emotiva e qualunquistica, il Paese ha deciso di continuare sulla medesima strada, rafforzandola anzi con la consacrazione di un grande corruttore. Così adesso ci troviamo anche con un’immigrazione che man mano sostituisce saperi e iniziative di livello pienamente attingibile dai nuovi arrivati e a fronte di ritorni economici molto più modesti di quelli attesi dagli italiani almeno fino a qualche anno fa. Quando Berlinguer parlava di questione morale certo puntava il dito sui partiti, che di fatto avevano favorito lo stato di cose che si andava creando, ma avendo in mente le conseguenze che avrebbe avuto sulla società italiana: certo non immaginava che il tonfo dell’Urss fosse  così vicino, non poteva prefigurarsi le migrazioni di massa indotte dagli effetti della globalizzazione liberista, ma il suo discorso ha ricevuto una conferma nella sostanza, anche se non nelle forme attese.

Di certo le proteste contro l’immigrazione massiccia sono meno ingiustificate e gratuite di quanto generalmente non si voglia far credere, ma per motivi che a loro volta sono in qualche modo incofessabili  e che trovano peraltro una conferma indiretta in tutto il giro d’affari sui migranti o nella grottesca difesa leghista del crudo e caprino contro il kebab che è stata una delle più pittoresche idiozie che abbiano attraversato il Paese. Così adesso ci troviamo a raccogliere i cocci.


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