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Un governo eccezziunale…veramente

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ci sono personaggi che possiedono un privilegio in più, quello di potersi sottrarre alla damnatio memoriae, prerogativa concessa loro per via dell’indole italiana al culto dei potenti  e all’idolatria degli influenti e perfino degli influencer.

Non succede mai infatti che un cronista o uno del pubblico in giornate organizzate da quotidiani promossi sul campo tanto da godere della presenza di un Presidente del Consiglio (alla pari con il Forum Ambrosetti cui non si sa perché fa atto di presenza la prima carica dello Stato), chieda conto di pubbliche dichiarazioni poi contraddette nelle parole e nei fatti, né tantomeno che si esigano quei riti sconosciuti da noi: autocritica o autodafé. E se il settimanale della Fca ex Fiat presenta la influente rappresentante  eletta che tace sulla pretesa di autonomia secessionista della sua regione in vista di privatizzazioni più energiche in materia sanitaria, o energetica in favore delle trivelle, come  sua candidata  in veste di incarnazione del Coraggio anticonformistico e antiautoritario.

Non stupisce quindi che sia scomparso dal nostro orizzonte mediatico quell’appello (Basta con gli agguati era l’incipit)sottoscritto da intellettuali e pensatori nostalgici delle firme in calce, che per ricordarci di essere al mondo  per la prima volta nella storia italiana (fatto salvo quello unanimemente e pudicamente taciuto dell’aprile 1925) hanno pubblicamente dato entusiastico consenso al governo in carica per fermare gli attacchi strumentali al governo Conte,  riconoscendogli “la prudenza” e “il buon senso” per “l’azione antiCovid messa in campo”.

A quelle prime firme del quotidiano “comunista” che le aveva anticipate precedentemente raccomandando la formazione di un esecutivo Pd-5Stelle, si sarebbero aggiunte poi migliaia di adesioni di semplici cittadini, tra i quali spiccavano, a detta della dell’entusiasta direttora, insegnanti, medici, baristi, preti di frontiera.

Non so dei preti di frontiera, ma credo sia lecito interrogarsi  se invece medici, docenti, addetti al ristorazione, esercenti e camerieri a spasso e meno assistiti di organizzatori di concerti e gestori di stabilimenti balneari non  abbiano in animo  la loro abiura dall’appello a posteriori, proprio come quelli che  vogliono sbattezzarsi a vedere  che Dio non c’è per tutti.

C’è da immaginare che siano pronti a sfidare la bolla contro negazionisti e complottisti, a tener testa all’anatema lanciato contro chi osa contestare l’azione del governo adesso che sono passati lunghi mesi da quando la parola d’ordine era “non disturbare il manovratore”, rinviando la richiesta pressante di aziono che andassero oltre la gestione dell’emergenza trattata come un problema di ordine pubblico con scomuniche, sanzioni, condanne, promozione della delazione e  del sospetto come virtuosa qualità sociale.

Certo non piace a nessuno che il fondamentale esercizio della partecipazione e della democrazia, l’esigenza di entrare nel processo decisionale e quella di opporsi manifestando la critica, arruoli a forza nelle file dei buzzurri, nelle curve sud dei soliti energumeni che sembrano fatti apposto per suscitare sdegno contro gli odiatori ma consenso verso quelli che sanno agire con violenza e prevaricazione a norma di legge e col favore delle autorità, anzi imponendo le regole come Confindustria o la Commissione  mentre l’esecutivo scrive sotto dettatura.

Qualche medico promosso sul campo martire, qualche infermiera reclutata tra le eroine saranno ragionevolmente incazzati se non sono state commissariate regioni criminali, e dal silenzio frugale caduto sugli investimenti per la sanità così urgenti nei mesi di marzo e  aprile e ora trasferiti tra le brevi in cronaca in attesa dell’elemosina comunitaria, elogiata ogni giorno da Mattarella in qualità di riesumazione dei principi di Ventotene.

Qualche insegnante firmatario e qualche genitore che per mesi ha esercitato il potere sostitutivo dello Stato con la didattica distanza, ora persuaso che forse sia il momento di indebitarsi per rispolverare la figura ottocentesca dell’aio  o per mettere la prole in un istituto privato,  sarà punto dal sospetto che per sancire il diritto primario alla salute si sia esautorato quello altrettanto primario all’istruzione. E che sette mesi fossero un lasso sufficiente per riparare, agire e prevedere, a meno che non si nasconda dietro a inefficienza e inadeguatezza un disegno preciso, quello di adattare la scuola alle esigenze dei poteri economici che se le vogliono accaparrare come brand profittevole e senza concorrenza, per farne le fucine di dalle quali far uscire prodotti pronti alla servitù di mansioni esecutive.  

Qualche impiegato non beneficato dal lavoro agile, che ha ricevuto a mala pena un mese di cassa integrazione quando c’è, qualche piccolo imprenditore a partita Iva costretta alla serrata, qualche commerciante che ha tirato giù la saracinesca col cartello “chiuso per ferie” a nascondere la vergogna del fallimento, qualche dipendente delle cosiddette attività essenziali che per mesi ha sfidato il morbo per assicurare prodotti e servizi ai resilienti sul sofà, e che adesso deve affrontare la concorrenza di nuovi disperati che guardano a caporalato e precarietà come alla salvezza, si domanderanno se questo sia davvero il miglior governo che potesse capitarci, davanti all’unica prospettiva di riconvertirsi in confezionatore di mascherine o di prestarsi come manovale sulle impalcature di 130 cantieri.

Insomma qualcuno che non ha tempo né testa per prestarsi alla logica delle beghe dei retrocucina dei partiti e dei movimenti, quella che nel nostro paese riduce ogni scontro in petardi delle tifoserie fintamente contrapposte nelle perenni competizioni elettorali, si domanderà se tra questo governo o quello precedente o quello di prima ancora, a parte alcune presenze irrinunciabili e incontrastabili come l’erba sempreverde detta miseria, ci siano tali differenze da giustificare il consenso obbligatorio e doveroso riservato a questo esecutivo, al suo Presidente.

E pure ai suoi ministri oggetto di test guidati che dovrebbero accertare che l’Azzolina sia meglio della Gelmini, che dovrebbero confermare che il blocco dei porti, i respingimenti, la vigenza e applicazione dei decreti sicurezza, il patto sottoscritto con la Libia di Lamorgese possiedano uan qualità civile superiore a quella dimostrata dall’empio predecessore. O che Grandi Opere, solitamente inutili e precorritrici di malaffare e corruzione, Ponte sullo Stretto compreso, basta che abbiano il marchio De Micheli per costituire un indispensabile e progressivo motore di sviluppo.  

Qualcuno che come me non pensa che il virus sia stato liberato per dar corpo a un complotto, che non ne nega l’esistenza e che in sua presenza ha adottato e applicato consuete misure di profilassi come ha sempre fatto in presenza di un rischio, che non si è dato a rave party, non ha frequentato locali per scambisti, non si è dato a orge bilionarie, sarà legittimato a ritenere, senza essere assimilato alla cerchia di Salvini & Meloni, unica opposizione permessa e promossa per via della sua pittoresca e folcloristica rozzezza, che il consenso accordato a questo governo nasca dalla stessa matrice di quello dato alla deplorevole cricca fascista: paura, diffidenza, risentimento. Sentimenti indirizzati verso un oggetto che cambia di volta in volta ma che ha sempre l’obiettivo di trasformare una crisi in emergenza in modo da muovere una guerra, da trasformare il diritto  per cancellare, in nome della lotta al terrorismo, dell’austerità, della salute, l’essenza delle libertà collettive e individuali, abolendo o sospendendo a tempo indeterminato le leggi, gli altri diritti retrocessi rispetto a quello sanitario.  

Qualche eretico come me si interrogherà se tutto questo non faccia di questo uno dei peggiori governi che hanno preso il potere e se lo conservano per motivi che nulla hanno a che fare con la democrazia e il voto per una rappresentanza esautorata grazie alla supremazia di esecutivo e task force, un governo che deve piacerci per forza, volenti o nolenti, proprio perché la sua egemonia si fonda e si è consolidata sull’equivoco dell’eccezionalità, della sua imprescindibilità e insostituibilità, sicchè è diventato un dovere civile dargli credito in bianco, sostenerlo senza opposizione e contestazione, concedergli fiducia secondo la prassi in uso da anni, quella di non immaginare alternative perché anche solo ipotizzarle richiede responsabilità e impegno personale e collettivo.

Tempo fa ho scritto (qui https://ilsimplicissimus2.com/2020/08/26/no/ ) che votare No è un residuo atto di fede nella qualità della democrazia piuttosto che nella sua ormai ridotta quantità. Via via sono persuasa che il No sia anche un voto contro questo governo e contro la sua opposizione uniti nel Si non sorprendentemente, in difesa di un sistema formale che ha sostituito quello sostanziale grazie a leggi elettorali che hanno conferito alle elezioni la funzione di firma su un atto notarile stipulato in alto, o peggio, come in questo caso, di un attivismo di un anno prodigato per non farle.

Per una volta non crediamo ai coraggiosi della stampa di regime, mostriamo noi un po’ dell’audacia di chi vuole decidere in libertà.


L’Italia Veloce e il governo Balla

cantiAnna Lombroso per il Simplicissimus

Chissà se adesso, a quattro mesi dalla data d’inizio ufficiale della guerra al Covid, a un po’ di giorni dall’armistizio, malgrado il rischio conclamato portato dagli untori bangla, siamo autorizzati a esprimere qualche cauto parere sull’operato del miglior governo possibile senza essere tacciati di disfattismo irresponsabile, di spericolatezza insensata, e, naturalmente, di demoniaco complottismo.

O se sono già pronti a rintuzzare le accuse e a rimandare al mittente  le critiche i coscienziosi firmatari dell’appello, in veste di “intellettuali per Conte”, considerando l’ennesimo agguato contro un  governo che avrebbe “operato con apprezzabile prudenza e buonsenso, in condizioni di enormi e inedite difficoltà”, sollevare qualche obiezione contro la ricostruzione avviata senza strategie, senza programmi, senza quattrini, salvo le ingenerose illusioni somministrate dall’Ue e “edificata” su due fondamenta, semplificazioni e cemento.

Da mesi sentiamo dire che il governo in carica non poteva fare di più e meglio perchè gran parte dei problemi che avevano determinato l’eccezionalità di misure e provvedimenti anche in aperto conflitto con il dettato costituzionale, erano l’eredità di una normalità che rappresentava appunto il “Problema”.

Beh, se a qualcuno pareva proprio che la maledetta normalità fosse fatta di restrizioni al Welfare, di proposte per promuovere l’occupazione a base di contratti a termine, precarietà part time e infine di cantieri di Grandi opere per garantire ai giovani un lavoro manuale e a tempo, convertendo i viziati bamboccioni alle virtù della fatica, di ritardi e inadempienze che hanno condannato l’Italia a retrocessioni meritate nel contesto internazionale – tanto da dover riconquistare le reputazione tirando su le piramidi che gli altri non vogliono più, allora sbagliava ancora una volta, e sbagliava chi ha davvero creduto che il dopo non sarebbe stato come il prima, dando ragione a quegli eterni scontenti che temevano sarebbe stato peggiore.

Eccola la normalizzazione della pandeconomia padronale malata di bulimia costruttiva, con iniezioni massicce di cemento a fronte della demolizione di un sistema efficace di sorveglianza e controllo sulle attività dei settori delle costruzioni, dell’edilizia e immobiliare, in modo da appagare gli appetiti ancora più avidi dei sodalizi speculativi e corruttivi.

A fare da collante ideale, mettendo d’accordo tutti gli attori nazionali e stranieri, c’è il mito della semplificazione,  fatta su misura per le cordate delle Grandi opere, gli emiri che si comprano le coste, le dinastie autostradali criminali (quelle dei 23 mila euro l’anno per la manutenzione),  i privati e le aziende pubbliche, i Consorzi che hanno fatto la fortuna del malaffare a norma di legge, conquistando le funzioni in un corpo solo di controllori e controllati, scavatori e inalzatori.

E d’altra parte chi avrebbe il coraggio di opporsi ad un taglio degli innumerevoli passaggi che caratterizzano un iter, chi non vorrebbe scalzare quei monumenti della burocrazia che seppelliscono iniziative e interventi, chi non vorrebbe con un clic ottenere certificati e nullaosta?

È che la “normalità” di prima, di oggi e di domani, quella di Renzi che metteva in testa ai nemici da estirpare come una mala erba i sovrintendenti, quella degli accordi di programma che prevedono l’esclusione delle popolazioni interessate a un intervento aeroportuale, così per fare un esempio,  quella delle varianti, degli equilibrismi volumetrici, prevede che la semplificazione consista in generose donazioni, in concessioni magnanime ai costruttori in cambio di compensazioni anche tramite voti, sostegno elettorale, regalie.

Credo proprio avessimo ragione nell’osservare che la china dello stato di eccezione avrebbe aperto una strada scorrevole a altre ingiurie e a altri oltraggi alla Costituzione e alla giurisprudenza, come nel caso di sanatorie, condoni e automatismi autorizzativi, di norme o regolamenti che legittimino violazioni di vincoli in ambito paesaggistico e ambientale  e automatismi autorizzativi (come quello del “silenzio assenso”) o meccanismi procedimentali che riducano il peso e l’efficacia della valutazione degli organismi di controllo, facilitati tra l’altro da questa sospensione delle legalità a scopo sanitario, che ha mostrato le falle della digitalizzazione, il fiasco dell’accessibilità dei cittadini agli atti della Pa.

Altro che giungla d’asfalto, a vedere il grande piano muscolare per la ricostruzione che intende riattivare i cantieri di 130 opere infrastrutturali, in modo da far bella figura a poco prezzo: dei 200 miliardi necessari, almeno un terzo non risiede nemmeno nella contabilità dei sogni, o peggio è affidato al  Recovery Fund, in 32 slide da far invidia ai plastici di Vespa. E che Conte si propone di recare come offerta alle esigenti divinità di Bruxelles durante il suo pellegrinaggio:  «È un decreto di cui mi vanterò nell’Ue», ha dichiarato orgogliosamente.

Il dinamismo futurista, da Marinetti a Balla,  che anima il governo è ben rappresentato dal nome dato al Programma: Italia veloce e rapidamente si deve mettere mano a   un pacchetto di opere ferroviarie (5 di Alta Velocità,  si quella che perfino l’Europa boccia come inadatta ai volumi di traffico, compresa la Salerno-Reggio Calabria, un tratto leggendario da scongiuri, cui però si aggiunge a beneficio di dimenticati pendolari il collegamento Ferrandina – Matera, città della Cultura, con stazione ma senza treni),  uno di opere stradali, e uno di opere idriche tra le quali campeggia superbo il cosiddetto “incremento sicurezza” del Mose.

E per fare ancora più presto, appresa la lezione magistrale della lotta al Covid, per un buon numero di interventi la gestione amministrativa e organizzativa è affidata a dei commissari straordinari, vedi mai che a confliggere con tanta briosa e vitale energia si mettano cittadini organizzati, istituzioni e enti di controllo, amministrazioni e rappresentanze.

Per quattro: la ricostruzione del ponte sul fiume Magra, il nodo di Genova e le opere viarie siciliane e sarde, il candidato è già pronto, e verrò presto individuato per altre 11 opere stradali, 15 infrastrutture ferroviarie, 9 opere idriche, arrivando a 35. Ma c’è una lista di pretendenti anche per 12 opere di edilizia statale: uffici di Polizia, centri polifunzionali, caserme su segnalazione del ministero dell’Interno.

Non abbiamo notizia, ma sarà una svista, di interventi e opere per la messa in sicurezza del territorio, dei fiumi che a ogni autunno straripano, i Lambro-Seveso-Olona i fiumi della Capitale Morale, che magari potrebbero avere il bon ton di esorbitare dei loro letti a un rinnovato lockdown, in modo che tutti siano a casa senza rischi, delle montagne che franano e mettono a rischio autostrade provvidenzialmente e proverbialmente non trafficate come la BreBeMi.

È che anche la normalità degli eventi estremi prodotti dal cambiamenti climatico e dall’inquinamento, non estraneo al diffondersi di epidemie, va ripristinata. Come la routine dell’abbandono dei terremotati nel sisma del Centro Italia, come la quotidianità dei senzatetto costretti all’illegalità, quella si punita, mentre la lotta alla burocrazia riserva vari tipi di indulgenza al malaffare, sotto forma di prescrizioni, silenzi-assensi d’oro, condoni.

È che la guerra ormai richiede svariate tipologie di strumenti e azioni belliche, armamenti e sfruttamento di territori e risorse, trincee e muri secondo l’eterna ammuina che comandano i generali dell’imperatore, lacrime, sangue e cemento, che tanto a pagare sono i soldati, che dovrebbero imparare l’arte della disobbedienza.

 

 


Sanare col cemento

mani sul Anna Lombroso per il Simplicissimus

È proprio un momento d’oro per l’oligarchia dei “dominanti” rappresentata dalle lobby, quella finanziaria, quella sanitaria e farmaceutica, quella digitale, il momento nel quale tutto è premesso perché ha prevalso l’egemonia dell’emergenza.

Qualsiasi eccezione alla regola viene legittimata e accettata e chi si oppone, chi obietta, continua ad essere assimilato alla categoria demoniaca degli irresponsabili e dei cinici, chiusi in  una bolla di scetticismo sociopatico e nichilista insieme a Cioran e Agamben.

Eppure si era detto che doveva essere a termine quella fase di sospensione della ragione e della critica, caldamente raccomandata, o imposta per decreto ,da quella che si credeva costituire una associazione temporanea di decisori, tra scienza e politica, in favore di un’adesione emotiva a un’unità salvifica, a uno spirito comunitario che aveva però autorizzato per motivi di interesse generale, la divisione della popolazione tra chi aveva diritto e meritava la salvezza entro le pareti domestiche e chi invece era incaricato di sacrificarsi per garantire non la vita, che è fatta di incontri, socialità affetti, piaceri, scoperte, ma la mera sopravvivenza.

La perpetuazione di uno stato di anomalia e deroga invece è diventato la nuova normalità,  come era inevitabile succedesse quando si verifica lo scivolamento  da una condizione di crisi a una di  emergenza così grave da esigere  di arrestare e se non destituire  il rispetto delle leggi scritte e di dedicarsi con tutte le forze al superamento della situazione stessa.

La cerimonia che ha posto il sigillo imperiale su questa situazione nuova e originale, malgrado richiami precedenti illustri  che hanno sancito la spoliticizzazione della Repubblica, offrendo il comando della “società” a tecnocrazie economico-finanziarie sorrette da apparati insofferenti allo stato costituzionale e di diritto, si è officiata a Villa Pamphili.

E non incoraggia il pettegolezzo da retrocucina secondo il quale il piano Colao, predisposto dall’apostolo della digitalizzazione grazie a una carriera in una micidiale compagnia telefonica di quelle che macinano profitti con il furto con destrezza a alla protezione della cupola di bildberghiana di  Morgan Stanley e McKinsey, che anche se finisse a sorreggere una scrivania traballante, costituisce il Vangelo di principi ispiratore e azioni sul quale si giurerà fedeltà ai comandi europei, con la promessa di generare nuove più moderne pestilenze, magari da elettrosmog, e di introdurre nuovi criteri di legalità grazie alla doverosa eclissi del contante.

E così diventa legittimo e perfino nobile autorizzare la trasgressione e l’illegalità, magari consumate sotto l’ombrello della semplificazione, quel principio ispiratore nato nei pensatoi leopoldini per dare liceità allo smantellamento dell’edificio della sorveglianza e del controllo degli atti pubblici e privati, per sciogliere i lacci e laccioli che impediscono l’esprimersi della libera iniziativa di qualsiasi manigoldo costruttore e speculatore.

E tanto per dare un po’ di guazza agli straccioni le misure pensate per salvare Grandi Attila vengono proposte sotto l’etichetta di generosa tolleranza nei confronti di “abusi” in stato di necessità, riuscendo nell’improbabile impresa di mettere alla pari i protagonisti del Tetto di De Sica (anno 1956) e i promoter dei mostri sulle coste calabre, sui litorali marchigiani, sulle rocce sarde conquistate dai nuovi saraceni.

Non meraviglia dunque se nel decreto Semplificazioni è rispuntata, immancabile, una sanatoria copiata di sana pianta dal condono varato dalla Regione Sicilia nel 2016 – poi dichiarato incostituzionale, che consente  ai Comuni di modificare i piani urbanistici per regolarizzare  gli abusivi. Lo scopo benefico del provvedimento non sarebbe solo quello di sanare situazioni che hanno creato contenziosi innumerevoli, definiti con quel linguaggio aulico carico all’Avvocato degli italiani “bagatellari”, a carico del sistema giudiziario, ma costituirebbe il desiderabile motore per “sbloccare il mercato immobiliare, spesso ostacolato da non conformità meramente interne, o comunque minime”.

E a completare il nuovo corso della lotta alla burocrazia che ispira la ricostruzione post-Covid, ci pensa -sempre nel cotesto delle misure di semplificazione – la  ministra  Paola De Micheli, che ne ha saggiato il pesante condizionamento quando, da Commissaria Straordinaria nel cratere del sisma, ha manifestato una totale incapacità e inadeguatezza, spacciandole per l’impotenza a contrastare  cavillosità e formalismo combinati, inutile dirlo, con l’indole frodatoria connaturata nel nostro popolo.

Che infatti ha pronto un pacchetto di interventi  di modifica al Codice degli appalti, pronti all’uso per accelerare e facilitare l’investimento di 200 miliardi in 15 anni per sbloccare i cantieri e la nomina di 12 commissari (è proprio una mania del governo) per accelerare la realizzazione di 25 opere pubbliche strategiche, un vero e proprio cambio di passo epocale “per liberare risorse, sbloccare i cantieri e dare una sforbiciata vera alla burocrazia”.

Anche il linguaggio si adatta ai tempi: una volta il termine “sanatoria” assumeva un’accezione negativa a proposito dell’intenzione evidente e esplicita di concedere immunità e impunità a bricconi del cemento, alla tregua di deputati in odor di mafia o dei padroni criminali dell’Ilva, simpaticamente assimilati a chi colloca lo scatolo del condizionatore sul davanzale o ricava un servizio dal locale cantine (che per tutti scatta la depenalizzazione  a patto che gli interventi effettuati senza autorizzazione non fossero condizionati alla vecchia concessione edilizia prevista fino al 2001 e sarà sufficiente il pagamento di una semplice sanzione amministrativa).

Mentre adesso rientra nella semantica edificante e assolutoria che perdona e autorizza tutto quello che serve a salvarsi la pelle, con preferenza di quella di caimani e coccodrilli.


Marcia sulle rovine

rovineAnna Lombroso per il Simplicissimus

Mi auguro che non vi siate persi il gustoso siparietto del sindaco di Venezia con tanto di gilet della Protezione Civile, proprio come un Salvini qualunque o una olgettina in divisa da poliziotta,  che manifesta in piazza San Marco circondato da un assembramento di osti celebri per perorare la causa della “riapertura”, rappresentata icasticamente da apposita scritta luminosa proiettata sul Campanile.

Il Campanile, se gaveva sentà, si era proprio seduto su se stesso, nel lontano  14 luglio 1902, quando  la gente della Giudecca e del Lido  e i barcaroli che passavano con le chiatte cariche di frutta, verdura, pesce, si accorsero stupefatti che mancava qualcosa nel profilo della loro Venezia. La gente gridava per strada, passandosi la notizia, correva a guardare il cumulo di rovine: il crollo senza vittime venne vissuto come un lutto cittadino, le macerie   furono gettate in mare, a circa 5 miglia dal Lido di Venezia, trasportate con un grosso barcone e l’impressione suscitata fu quella di un lugubre trasporto funebre.

Così residenti, autorità, ma anche l’opinione pubblica mondiale, decisero concordi che dovesse essere restituito alla Serenissima e all’immaginario collettivo, come prima e dove era prima.

Lo stesso accadde con l’incendio della Fenice, l’ultimo, quello del 1996: anche in quel caso i veneziani piangevano guardando nel cielo della sera levarsi le fiamme che parevano inestinguibili, anche in quel caso si disse che il teatro doveva risorgere proprio come l’animale mitologico di cui portava il nome, dov’era prima e come prima.

Ecco sarebbe bene che questo nobile principio non venisse preso alla lettera nel caso della “ricostruzione” come ostinatamente viene chiamato con il linguaggio bellico sfoderato da governo, task force, regioni, comuni, comunità scientifica, stampa, il dopo virus. Da due mesi informazione, opinionisti e pensatori  ci somministrano come una medicina troppo dolce per poter far bene, le edificanti visioni del futuro, che non potrà che essere migliore, per via della lezione della storia che, per la prima volta da che mondo e mondo, ci avrebbe insegnato  il riscatto da egoismi, indifferenza, accidia.

Ultimo della serie il fondatore e ex segretario del Pd, sindaco di Roma, vice presidente del consiglio, ministro del Beni Culturali, purtroppo mai abbastanza ex nella sua  veste di curato che prima del film nel cinemino parrocchiale è solito tenere il suo  sermone, rivolto ieri a noi ragazzini del campo di calcetto che per una volta ci siamo guadagnati il dieci in condotta.

Così rivolgendosi ai partigiani del divano, ai resistenti delle serie di netflix, ai combattenti del pane fatto in casa e delle penne lisce malgrado l’intolleranza al glutine, ha mostrato il suo compiacimento perché gli italiani si sono dimostrati responsabili, saggi e fieri,   gente robusta radicata nella terra e nel lavoro, si nella terra come vogliono Bellanova e Bonaccini pronti a affidare a una caporalato pedagogico chi percepisce il reddito di cittadinanza, e nel lavoro, se vogliamo definire così precariato, contratti anomali, volontariato, part time, grazie alle riforme progressiste.

Alla faccia di certi  pistolotti basta invece andare a vedere che cosa ci stanno preparando se dopo l’emergenza si sta allestendo la normalizzazione della calamità, commissariati dalla troika, soverchiati dai debiti accumulati e strangolati da quelli nuovi contratti grazie all’amore delle banche, con affitti e bollette arretrate, sospeso il lavoro precario, i commerci e le attività artigianali, mentre le curve sud del governo se la prendono con gli indegni “aperturisti” che mettono a rischio la salute dei cittadini,  come se Ance, Confindustria, potenti catene della distribuzione e ancora più potenti cordate del cemento,  multinazionali, imprese di produzione di strumenti bellici non avessero già dettato le leggi, quelle del mercato, della concorrenza sleale e dello sfruttamento.

A quelli non serve la lezione prevedibile, anzi prevista, del cigno nero perché con la scuola si sono comprati anche la storia, che non guarda agli effetti collaterali, civili bombardati o falliti, affamati e espropriati di diritti.

E a proposito di chi sta a galla rispetto ai sommersi, come al solito penalizzati da un lato per aver troppo voluto, dall’altro per non essere equipaggiati con le qualità che garantiscono successo e affermazione, la Repubblica geme per la dèbacle di  Airbnb proprio nell’anno che doveva segnare il decollo definitivo con la quotazione in Borsa, vicina ai 50 miliardi di dollari e che adesso dopo la fase di “survival”, sopravvivenza, è costretta a tornare “ai fondamentali”, peggio di prima,   licenziando duemila persone, un quarto di tutti i dipendenti.

E sempre Repubblica in pieno nuovo corso, si compiace che il ministro Franceschini invece di imporre l’entrata gratuita in tutti musei, investendo in quello che il coglionario neo liberista ha definito il nostro petrolio, invece di assicurare il posto al personale dei beni culturali, annuncia la sua svolta epocale: per sei mesi niente tasse per i tavoli all’aperto, per i dehors dell’apericena, perché ammettiamolo, il pilastro della nostra economia compresa quella di risulta delle case vacanze e dei B&B illegali, sporchi, al di sotto di ogni requisito di sicurezza e decoro, compresa quella dell’occupazione di suolo, che va dalla Tav ai bar del centro, risiede nella “licenza”, nella  irregolarità premiata purchè faccia cassa  e perfino in quella sancita per legge in tempi emergenziali e per l’interesse generale, come succederà con le olimpiadi invernali, per le quali non è stata prevista nessun “survival”.

E difatti a Venezia, come prima e dov’era prima e quindi peggio di prima è “ripartito” il Mose. Così come voleva l’Ance, come voleva il sindaco che, se a novembre dichiarò di non sapere nulla del prodigio ingegneristico il cui brevetto voleva rifilare ai cinesi in cambio del virus: così imparano, si è prodigato perché le opere “buone” proseguissero, entusiasta delle performance garantite da test taroccati,  e anche le “cattive”, se il commissario uscente ha dichiarato aperti verbis  che “sono stati anticipati i quattrini per  lavori improrogabili per 5 milioni, ma  sono stati spesi solo 300 mila euro”,  se più di tre anni fa  una trentina fra funzionari del Magistrato alle Acque di Venezia, professionisti, manager del Consorzio Venezia Nuova, perfino un ministro, avevano ricevuto l’intimazione a pagare entro 90 giorni una somma tale da compensare i 42 milioni di euro spesi “per sassi da diga” che avevano gonfiato le fatture  mascherando  le tangenti del malaffare, ma adesso si scopre che l’atto è stato annullato.

E’ stato messo così un sigillo finale e simbolico sulle azioni risarcitorie a carico   della cricca che provocò “un maggior costo dell’opera (finora oltre 6 miliardi) e influito sulla formazione del cosiddetto ‘prezzo chiuso’, oltre che sul sistema dei controlli, con possibili riflessi sulla qualità dell’opera e aggravio dei costi sull’Amministrazione e dello Stato”, secondo le parole del procuratore regionale veneto della Corte dei Conti.

O a Firenze il come prima sarà peggio di prima se a compensazione del cespite per i tavolini dei caffè d’oro,  o delle tasse di soggiorno, il sindaco propone di “mettere in garanzia il patrimonio edilizio” del Comune, grazie alla giovevole “opportunità” concessa benevolmente dal Governo, di ricorrere all’indebitamento. Come a dire i sigilli a  Palazzo Vecchio per far fronte alle spese ordinarie, incrementate dall’epidemia.

A dimostrazione certamente che il modello di una città a unica vocazione turistica è destinato al fallimento, ma anche a conferma del disprezzo riservato al bene comune, a quel patrimonio che nel mantra del ceto dirigente del Paese, da anni, dovrebbe costituire il giacimento da sfruttare nei secoli, che la metà della superficie del tessuto urbano che ha subito trasformazioni proprietarie o di destinazione d’uso  interessa  proprietà pubbliche alienate tra cui caserme, ospedali militari, stabili anche monumentali e altro, per essere convertiti in strutture residenziali di lusso.

Ci aspettano tempi feroci se chi è rimasto a casa non sa se potrà mantenerne al proprietà o il diritto d’uso, se chi è stato esposto al “rischio sanitario”, andando a lavorare, nel giro di pochi mesi, si troverà in cassa integrazione o senza posto.

Mentre la ripresa è garantita per i corsari del mare – la prodizione cantieristica non solo di navi da guerra è considerata essenziale, per le multinazionali, comprese quelle turistiche che garantiscono viaggi sicuri e protetti e ospitalità in siti intoccati da virus, germi e batteri che infestano le gite in pullman con vendita di pentole, per i cantieri, abilitati a tornare come prima, con crolli, incidenti sulle impalcature, negli altoforni sia pure con  dotazione di mascherina scaricabile dai redditi, per l’immenso mercato online, promosso a colonna della globalizzazione.

Si ricostruzione garantita, ma ancora più sregolata a norma di legge marziale, in modo da  sanare i bilanci privati pesando su quello pubblico, per socializzare le perdite a nostro carico, per farci pensare che saremo si, sopravvissuti, ma questa che ci aspetta è un po’ meno della vita.

 

 

 

 


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