L’impero sta crollando, su questo ci possono essere pochi dubbi. E non da ora: come spesso accade il declino è cominciato decenni fa, al massimo dello splendore, ma oggi siamo di fronte a una guerra, combattuta in un’area ristretta, ma nondimeno di dimensioni mondiali, che un sistema fiaccato dal declino ha prodotto e che è espressione, mai così chiara, della decadenza intellettuale e morale che investito gli Usa. Molti lo chiamano il “momento Suez” dell’America, ricordando il fallimento dell’invasione del Canale da parte di forze anglo francesi, che segnò plasticamente la fine degli imperi britannico e francese. Perciò cercherò di dare un’idea, sia pure di massima, della svolta epocale in cui siamo, dividendo l’argomento in tre parti per maggiore chiarezza.
Ormai Trump, ma diciamo l’intera amministrazione americana, naviga in un mondo al di fuori della realtà, nel quale conduce una dura battaglia per cercare di raffreddare le Borse che a loro volta sono ormai diventate il luogo di un’economia irreale. Anche il discorso di ieri sera, inconcludente e confuso, banale e assurdo al tempo stesso, aveva l’unico scopo di creare attesa per qualcosa di importante e quindi raffreddare le quotazioni del petrolio, cosa che è puntualmente avvenuta: il mercato dei futures sul petrolio ha subito un calo significativo, con il Wti e il Brent scesi sotto quota 100 dollari al barile. Tuttavia quando è stato chiaro che non esisteva alcuna nuova idea e che la guerra sarebbe continuata, entrambi gli indici sono risaliti sopra i 100, con un aumento rispettivamente del 3,5% e del 4,4%. Ovviamente queste quotazioni sono meramente immaginarie, esistono solo come prodotto finanziario, perché il costo reale dell’oro nero e del gas è molto superiore ed è per giunta frutto di febbrili contrattazioni che spesso portano i carichi, prima destinati a certi Paesi, in altri.
Insomma, Il discorso di Trump, se così si possono chiamare i vaneggiamenti di una mente confusa, non è riuscito a rassicurare i mercati petroliferi sulla prossima fine della guerra. Il presidente può anche mettersi il cimiero e minacciare di distruggere la rete elettrica iraniana o gli impianti di desalinizzazione, ma tutti sanno, oltre il giardino della Casa Bianca, sulla quale dovrebbe essere dipinta una grande croce rossa, che questo significherebbe l’annientamento dei medesimi impianti sia in Israele che negli altri Stati del Golfo, retti da petromonarchie complici di Tel Aviv: su questo non c’è alcun dubbio, tanto più che ormai le difese contraeree scarseggiano anzi sono probabilmente del tutto finite e i missili iraniani arrivano senza troppi pensieri sui loro obiettivi. D’altro canto è difficile pensare che la pressione dei bombardamenti quotidiani sull’Iran possa aumentare d’intensità in modo significativo. Dubai è già una città fantasma, abbandonata dai suoi milionari e dalle zoccole che si addensano inevitabilmente dov’è c’è pane e companatico per i loro denti, squale per gli squali: finisce la belle époque degli Emirati e dei loro compari.
Il calo del 10 per cento della produzione petrolifera e gasiera, il blocco di un altro 20 per cento e ora l’annuncio degli Houti di voler chiudere l’altro stretto, quello di Babel el Mandeb sul Mar Rosso, attraverso cui passa il 6 per cento dell’oro nero stanno distruggendo l’economia mondiale o quanto meno quella occidentale. Gli effetti ancora non si sentono perché fino ad ora si va avanti con le riserve energetiche acquistate prima della guerra e gli aumenti sono frutto di mera speculazione, ma, avverte David Fyfe, capo economista di Argus Media: “ogni angolo del globo sarà colpito entro il 20 aprile circa. I prezzi regionali convergeranno tramite arbitraggio e ci sarà quindi una crisi petrolifera planetaria con ben pochi posti in cui rifugiarsi.” In effetti pare che la Gran Bretagna abbia scorte per due settimane e l’Australia per un mese e il resto del mondo occidentale non sta molto meglio. La cosa in assoluto migliore per tutti sarebbe una pace immediata, ma Trump che si è fatto giocare dagli israeliani, è costretto ad andare avanti se non vuole fare la figura del perdente e del burattino del sionismo, quale in effetti è. Così adesso crede che un’azione dimostrativa, non si sa bene se accompagnata da uno sbarco sanguinoso quanto inutile, possa cavarlo d’impaccio e salvare, non la situazione complessiva, ma la sua faccia. Insomma, pensa a un atto glorioso che gli porti lustro e nel contempo spinga Teheran a venire a patti. Il problema è però che le cose non funzionano come pensano alla Casa Bianca, perché, anche se andasse così – e non ci sono molte speranze in questo senso – il rischio, anzi la certezza è che molte installazioni petrolifere dell’area vengano comunque distrutte durante la battaglia e che dunque la carenza di petrolio diventi da occasionale a endemica.
Questo significherebbe la fine dell’economia del petrodollaro e dunque l’arma più affilata del dominio americano, anzi l’ancora di salvezza per lo stratosferico debito statunitense che si è nutrito di investimenti forzosi, in un certo senso. La medesima fine toccherà a Israele il cui progetto è nato, cresciuto e vissuto dentro questo grembo, riuscendo persino a digerire parte della placenta in cui è venuto alla luce: o sarà costretto a cambiare in maniera radicale oppure è destinato alla scomparsa. Già centinaia di migliaia di persone lo hanno abbandonato e si tratta dei cervelli che sono una parte importante dell’economia, non certo di coloni abbrutiti o integralisti che sostengono l’escatologia della Grande Israele. Inoltre molti americani cominciano a considerare questo costrutto come un peso insopportabile per l’America. Non sappiamo quanto ancora durerà la guerra, ma le cose non saranno mai più come prima.


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E si sbrigassero… a crollare! Sarà perdonata impazienza… ma stamperò c’ha davvero fracassato… non se ne può più!…!!…https://ilgattomattoquotidiano.wordpress.com/