Prima di passare a cose più serie, mi dedicherò a qualche brevissima considerazione sul referendum, che il governo Meloni pensava di vincere e che invece ha perso. Qui non c’entrano nulla né le richieste corporative dei magistrati e nemmeno la difesa della  “Costituzione più bella del mondo” che apparentemente erano al centro della domanda. Una domanda in realtà molto complessa perché da una parte c’è la possibilità che la magistratura inquirente finisca agli ordini del ministero della Giustizia, ossia del potere esecutivo, ma dall’altra la divisione delle carriere tra magistratura inquirente e giudicante, che esiste praticamente dappertutto nel mondo, è una garanzia per gli imputati e di questo molti si rendono conto anche nella cosiddetta sinistra che da sempre è stata garantista. Quanto alla difesa della Costituzione, bé non c’è bisogno di ricordare che manomissioni ben più gravi – pensiamo solo al pareggio in bilancio, non solo un assurdo economico, ma anche un avviso di sfratto  allo stato sociale – sono state fatte senza nemmeno consultare il popolo e tra il giubilo di destra e sinistra. Il popolo viene interrogato solo sulle questioni minori, perché quelle importanti, vengono decise altrove, un altrove che ormai non riguarda il Parlamento e nemmeno le segreterie dei partiti, ma che si situa nei centri di potere dell’oligarchia continentale. Ecco perché questo referendum mi è stato sullo stomaco, perché frutto in sostanza di un’ipocrisia: riguardava un tema  che avrebbe dovuto essere trattato in Parlamento, mentre altri riguardanti la cessione di sovranità, anche giuridica, le guerre, le alleanze, la struttura stessa dello Stato che avrebbero dovuto essere sottoposti a referendum, sono stati negati.

Perciò tutto questo  è stato solo una prova di forza politica per vedere da una parte di mettere in forse la sopravvivenza del governo Meloni e dall’altra di ribadirne invece la forza. Solo che alla fine tutto questo è caduto in un momento così drammatico che non servirà a nessuno degli scopi sopracitati, anche perché in questo momento in cui c’è da gestire un Armageddon di stagflazione, l’opposizione è il posto più sicuro. Tuttavia un segnale politico è stato dato: gran parte dell’elettorato potenzialmente favorevole al sì non è andato a votare per dire alla Meloni che la sua totale sudditanza sia agli Usa che a Bruxelles non è gradita, per non dire che viene interpretata come un tradimento delle promesse e premesse che l’hanno portata a Palazzo Chigi. Certo, uno statista avrebbe saputo sfruttare la frattura che si è evidenziata tra Washington  Bruxelles (leggi Berlino – Parigi, sebbene quest’ultima sia ormai in tono  minore), ma questo evidentemente non si può pretendere dalla Meloni, dalla sua squadra di liceali in età da pensione e men che meno dai suoi consigliori occulti che le portano il verbo di colà dove si puote. Tuttavia lo spettacolo dell’appiattimento bipartisan per cui obbediamo sia agli uni sia altri nonostante il fatto che esistano delle palesi contraddizioni tra il padrone maggiore e quello minore, stride in maniera insopportabile con le ragioni della sua elezione e ascesa al governo.

Dunque la Meloni ha un problema con se stessa più che con l’opposizione. E visto che ci sono, lasciatemi spendere due parole riguardo alla Costituzione più bella del mondo. Non lo è affatto perché si tratta dina Costituzione “lunga” che non si limita ai principi generali, ma scende nello specifico, producendo così potenziali anacronismi rispetto al tempo in cui è stata pensata e dunque anche le premesse per una sua manipolazione che spesso va contro lo spirito dei costituenti.  Dopo la prima parte di principi fondamentali, fino all’articolo 12,  che, peraltro, sono quelli mai realizzati o pessimamente realizzati, il resto riguarda regole da gestire attraverso leggi ordinarie o addirittura leggi speciali e dunque variabili a piacere a seconda dei governi e degli orientamenti politici o dei suggerimenti che vengono da istanze diverse da quelle nazionali. A volte questo crea delle contraddizioni all’interno di uno stesso articolo. Faccio un esempio, uno fra i tanti possibili, tanto per capirci:  l’articolo 32 recita: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività e garantisce cure gratuite agli indigenti. Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.”  A parte le cure agli indigenti di cui non viene data alcuna specificazione e il riferimento a limiti imposti da un rispetto della persona, anche questi non specificati, esiste un diritto assoluto che però viene determinato da leggi ordinarie o magari solo da provvedimenti amministrativi, per cui si potrebbe imporre che tutti debbano  prendere una supposta contro il verme solitario anche se non ce l’hanno, pena la perdita del lavoro. Dunque il principio viene di per sé contraddetto in radice e ha praticamente infinite possibilità di interpretazione che dà pane e companatico sia all’infinita schiera di costituzionalisti che ai lobbisti. Un articolo coerente direbbe: la Repubblica considera le cure mediche come un diritto fondamentale dell’individuo e garantisce le cure ad ogni cittadino. Nessuno può essere obbligato a trattamenti sanitari in ragione del rispetto della persona umana. Ma sappiamo benissimo a chi non piacerebbe un articolo del genere.