La parola viene accuratamente evitata, perché evoca brutti ricordi e in qualche modo contraddice la favola del neoliberismo in cui tutti  vivono felici e contenti, senza nemmeno un mela avvelenata. La parola è depressione. È dal 2020 che essa aleggia come un pesantissimo non detto nelle cronache e accompagna come un’ombra di banco gli eventi che ci sono cascati addosso: pandemia, Net Zero, guerra ucraina, tutti avvenimenti  in cui la casualità non trova alcun posto verosimile, la buona coscienza nemmeno, mentre l’elemento speculativo pervade ogni cosa. Tutti noi possiamo testimoniare di come in appena cinque  anni la vita sia diventata più difficile, più povera, politicamente ancora più misera di quanto non lo fosse prima e priva di un futuro accettabile. Ma erano sintomi, adesso ci siamo: con l’aggressione all’Iran e la conseguente scarsità di energia i prezzi sono destinati a salire: prima direttamente quelli dei carburanti poi tutto il resto. Non si tratta di una situazione temporanea, giusto il tempo di una guerra che un gruppo di imbecilli e di stragisti, pensava che si concludesse in 3 giorni, ma continuerà e  come risultato ha già avuto la distruzione di molte strutture energetiche del Medio Oriente: decine  di  raffinerie, compresa quella di Haifa, di impianti per la produzione di gas liquefatto, di siti di stoccaggio sono ora fuori dal gioco della produzione energetica. Ma la loro ricostruzione richiederà anni, anche ammesso che la guerra finisca oggi.

I Paesi del Golfo  non potendo smerciare il loro petrolio, ma avendo esaurito le possibilità di immagazzinarlo, hanno chiuso i pozzi e questo significa che il loro eventuale ripristino sarà lento e in ogni caso molto costoso. Inoltre la mancanza di petrolio provocherà una carenza e un aumento stratosferico dei prezzi dell’urea che è la base di qualsiasi tipo di fertilizzante agricolo, la quale è già aumentata del 60%. Le Nazioni Unite stimano che ben 45 milioni di persone, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo, soffriranno la fame e molte di queste persone finiranno per riversarsi in Europa dove tuttavia la situazione non sarà poi tanto migliore.  Viviamo in una recessione globale dal 2020, quindi è giunto il momento di rispolverare la temuta parola che inizia con la “D”: Depressione.

Il fatto sul quale riflettere è che tutto questo era ampiamente prevedibile e previsto: l’Iran aveva ufficialmente detto che avrebbe chiuso lo stretto di Hormuz in caso di aggressione, mentre ciò che era accaduto nella precedente guerra dei 12 giorni, non deponeva certo a favore di una concreta  possibilità di evitare una forte risposta iraniana. Magari non si immaginava un progresso così evidente nei missili e nei droni di Teheran, magari si pensava che russi e cinesi non avrebbero massicciamente supportato l’Iran in fatto di sorveglianza satellitare e direzione tiro, ma di certo nessuno poteva sul serio pensare di poterla averla vinta così facilmente. Adesso di fatto Usarel sta finendo i missili da difesa e anche quelli da offesa, ma anche se ne avesse in abbondanza non riuscirebbe comunque ad evitare la strozzatura di Hormuz. Mi chiedo se tutto questo sia il frutto di colossali errori di valutazione o se qualcuno non abbia pensato che dopotutto un po’ di distruzione mirata non avrebbe portato qualche vantaggio: per esempio una possibilità per gli Usa di esportare più gas e petrolio a prezzi molto più alti: il fatto che molti burattini europei, appartenenti alle frange politiche del clan Epstein, abbiano ricominciato a sparare sul gas e petrolio russo, nonostante la situazione di emergenza, mi fa sospettare anche questo. e di certo non ci vuole molto. Chissà come l’Europa è la prima vittima anche si questa con l’Iran.

Probabilmente non si pensava che la distruzione sarebbe stata così intensa e duratura, ma nemmeno alla fragilità del sistema stesso: le difficoltà di BlackRock, Blackstone (come mai sono tutti neri questi speculatori?) e di altri raccoglitori di fondi, nel ripagare gli investitori nel campo delle piccole aziende, abbia messo in luce che il tasso in di insolvenza di queste ultime è cresciuto in maniera imprevedibilmente alta. E questo è un pessimo segnale perché il settore raccoglie la bellezza di 6000 miliardi di dollari e rivela una difficoltà strutturale dell’economia reale, vale a dire quella che non è quotata in Borsa. Siamo forse a una riedizione del 2007, ma questa volta partendo da condizioni molto peggiori e con un Occidente, soprattutto quello europeo, già stremato.