Le cronache di guerra sono nulla in confronto allo spettacolo politico nel quale si condensa il vuoto intellettuale della nostra contemporaneità e tutto il male che riesce a concepire e a digerire. A ogni livello, dai nostri sciumbasci che tentano in qualche modo di farci credere che contano qualcosa, mentre appaiono solo degli scappati di casa, fino al capo supremo dell’impero delle bugie. Anzi quest’ultimo è quasi obbligato a mostrare che, dal punto di vista delle menzogne, non lo batte nessuno e riesce nello straordinario compito di dire tutto e il contrario di tutto senza mai sfiorare alcuna verità: un recente sondaggio ha concluso che Donald Trump dice il vero solo il 3% delle volte durante le sue conferenze stampa. Però si tratta di una valutazione ottimistica, perché lui, uomo di spettacolo e adoratore del wrestling, ha proprio nel piacere della finzione il suo modo di essere. Dopo la cosiddetta guerra dei 12 giorni con l’Iran, l’estate scorsa, aveva affermato che la capacità di Teheran di arricchire l’uranio era stata distrutta per sempre e aveva licenziato gli analisti che lo contraddicevano, mentre due settimane fa ha rivelato che invece era assolutamente necessario distruggerla. In seguito ha detto che gli iraniani hanno rubato un missile Tomahawk e lo hanno lanciato contro la scuola di Minab. Adesso ci dice che tutta la marina iraniana è stata distrutta, ma avverte Teheran di non minare lo stretto di Hormuz, cosa che l’Iran non potrebbe fare senza una marina e comunque non sa giustificare perché lo stretto sia chiuso a tutte le navi che non siano cinesi o russe. Circostanza che peraltro sarebbe del tutto incompatibile con la deposizione di mine. E si potrebbe continuare per ore anche perché il personaggio lo fa da sempre: basta semplicemente riferirsi a quando diceva che Hillary Clinton era una donna eccezionale, salvo poi sostenere che era un mostro, oppure a quando prometteva di svelare tutto sul caso Epstein per poi affermare che era tutta una cazzata.

Trump non prova alcuna vergogna o disagio nel mentire e se non riesce a sconfiggere l’Iran con le armi ha quantomeno la capacità di farlo con le parole. Certo la realtà si prenderà poi la sua rivincita, ma lui è già pronto a scaricare ogni responsabilità sul genero Jared Kushner o su Marco Rubio, Steve Witkoff, Pete Hegseth sostenendo che sono stati loro a suggerirgli di attaccare l’Iran e lo hanno ingannato dicendogli che si sarebbe trattato di un gioco da ragazzi. Tra le righe si sente già emergere questa accusa. Ma vedete, io non riesco a dare la colpa a Trump: l’uomo è quello che è, un inetto nato ricco e che lo è rimasto non grazie al suo acume negli affari, ma agli aiutini del pronto soccorso tra ricchi e in particolare dei Rothschild via Epstein. E dunque, come chiunque abbia preso dei soldi a strozzo, ora deve ripagare il suo debito con enormi interessi, anche se poi a ripagarlo realmente siamo tutti noi. Me la prendo invece con chi non fa mai le domande giuste, anzi quelle più ovvie e accetta passivamente che gli vengano dette assurdità. Una volta questi si chiamavano giornalisti e non soltanto non ci stavano a fare i velinari dei vari servizi e delle loro sciocchezze, ma ponevano persino delle domande.

Quindi non diciamo che Trump è uno che sta male: stiamo male proprio tutti, avvelenati dal globalismo che è poi una versione terminale, ma perfettamente logica del neoliberismo dal quale abbiamo fatto calpestare diritti e speranze, in cambio di perline di nessun valore. Nemmeno più ci stupisce che Trump e la sua banda abbiano fatto insider trading sulla guerra. Per esempio chi ha lanciato la notizia che le navi americane avrebbero scortato le petroliere nell’attraversamento dello stretto? È una cosa ssolutamente fuori dal mondo perché le navi ferme sono migliaia e forse una dozzina le unità capaci di fare scorta e per giunta ormai prive di missili per difendersi dagli attacchi iraniani. Era una sciocchezza eppure il petrolio è sceso di prezzo del 15% per circa un’ora, il tempo che ci è voluto agli onniscienti mercati per capire che era una cavolata grande come una casa o forse come una Casa Bianca. Ma un concetto dobbiamo imparare e magari segnarci per non dimenticarlo: l’idea che venga qualcuno a liberarci è sempre un’illusione o un auto inganno. Siamo proprio noi a doverlo fare. E questo almeno gli iraniani lo hanno capito benissimo.